Chi sono

Utente: prismalo

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

sono sfumate *loading* ombre

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Partecipano

Foto recenti

mercoledì, 30 aprile 2008

Casa studenti in Portogallo

Sull'isola di São Miguel, nella zona est di Ponta Delgada, la casa per gli studenti si innesta come un pettine nel paesaggio. Design Pedro Machado Costa, Célia Gomes, A.S*.

Per molti aspetti, il Portogallo è un Paese tradizionalista e conservatore. Il nuovo è generalmente malvisto, a meno che non venga presentato nella cornice snob di una mostra – d'altra parte, tutti in fondo sanno che non si tratta d'altro che di un mezzo per apparire all'avanguardia. In un contesto del genere, nonostante l'esistenza di molti noti e rispettati professionisti, non sorprende se l'architettura portoghese non è innovativa e gli architetti più giovani hanno a malapena la possibilità o la determinazione per dimostrare il loro valore. La generazione Y, così l'ha defi nita Pedro Gadanho in Metaflux, si divide tra battistrada e gregari, il che non lascia spazio ad alcuna ambiguità o incertezza: o si segue l'approccio tradizionale, insegnato all'università, oppure, per uscire dal "Paese della noia", si assumono le infl uenze globali e si comincia a esplorare una propria strada.

Una generazione divisa, quella degli under 40, ha avuto tuttavia l'opportunità di viaggiare e sperimentare la vita e l'architettura a un livello più globale, maturando esperienze accademiche e professionali al di fuori dei confi ni nazionali. Pedro Costa e Célia Gomes di a.s* ne fanno parte, e ora, partendo dalle innegabili infl uenze che il loro soggiorno in Olanda e a Macao ha avuto sul loro processo progettuale, hanno il diffi cile compito di iniettare la contemporaneità e la diversità nell'architettura portoghese. L'University Residence, sorto sull'isola di São Miguel, nelle Azzorre, occupa una parte importante in questa ricerca professionale. Il concorso si è tenuto nel 1998, ma sono stati necessari nove anni per sviluppare completamente il progetto. Il sito fa parte di un'area industriale alla periferia del capoluogo, Ponta Delgada, un misto di vecchi edifi ci industriali e scadente edilizia popolare di periferia. Del resto, come ha scritto Manuel Gausa: "La città contemporanea non può continuare a essere assimilata a un singolo luogo ideale – da completare o ricostruire – né a un unico o possibile modello formale, ma dovrebbe piuttosto essere considerata uno spazio molteplice, decomposto e imbastardito, dinamico e perennemente incompleto fatto di coesistenze ed evoluzioni interattive e collegate".

Questo progetto può essere descritto come il "luogo dei luoghi", come risultato di un approccio negoziato tra edifici e paesaggio. Le componenti del programma (alloggi e relative strutture per trecento studenti) risultano distribuite su quattro edifici sospesi sopra una sequenza di strisce di terreno coltivato a parco, ognuna con caratteristiche diverse. La Car Parking Strip e la Urban Stroll Strip fungono da area di connessione; la Green Strip è una frontiera visuale, la Central Park Strip gestisce la distribuzione interna, mentre la Events Strip è il luogo in cui accadono le cose: un aranceto, un campo di gioco, un giardino e un labirinto per gli amanti, una pista ciclabile e, infine, il sentiero rurale conosciuto anche come Canada and the Meadow Strip, un'area verde multiuso. Si tratta di un lavoro tra il poetico e il pragmatico, che ha portato qualcosa di nuovo in Portogallo grazie a un approccio originale all'architettura, in cui la tradizione si fonde con la contemporaneità. Esplorando incessantemente nuove strade per la pratica architettonica, con questo progetto a.s* stabiliscono un punto di svolta per la giovane generazione di architetti portoghesi.

postato da: prismalo alle ore 19:38 | link | commenti
categorie: urbanistica

Un nuovo museo d'arte per Milano

Uno scroscio di applausi chiude l'emozionata presentazione di Daniel Libeskind in Triennale: il suo nuovo museo di arte contemporanea di Milano sarà la calamita del nuovo quartiere residenziale "motore dello sviluppo economico" che sostituirà lo storico polo fieristico della capitale morale.
Alla platea il progetto è piaciuto: tra i collezionisti era è quella di essere il prodotto di una torsione che, a partire presente anche il Conte Panza di Biumo che purtroppo la sua collezione l'ha già collocata altrove. L'arte contemporanea prende il posto del design, dato che nel frattempo è stato aperto a tempo di record in Triennale quello che il Sindaco definisce "il più innovativo museo del design del mondo". Con un simile gioco di prestigio anche il nuovo museo di arte contemporanea nascerà senza una vera e propria collezione. Potrà contare sulla collezione Boschi e altri "giacimenti privati diffusi sul territorio", senza un curatore ("ma ce l'avrà", garantisce il Sindaco) e con fondi limitati ("quello dello stanziamento è, in effetti, un problema", riconosce Davide Rampello, Presidente della Triennale e anfitrione della presentazione).
La prima immagine su cui fa leva Libeskind è l'uomo vitruviano di Leonardo: ma sembra avere il valore degli stivali da cowboy o la bandiera a stelle e strisce appuntata sul bavero che Libeskind ha già esibito nel salotto televisivo di Oprah Winfrey per giocare la carta del patriottismo, durante i giorni della corsa affannosa per vincere la commissione del nuovo World Trade Center. In cima alla torta millefoglie cui assomiglia il rendering del museo, Libeskind ha così collocato un bel giardino all'italiana con accurati labirinti di siepi di bosso; sotto, grandi campiture di marmo di Candoglia ("proprio come quello del Duomo"). Non manca neanche il riferimento alla romanità: il piano terreno sarà un'immane calidarium. Un fenomenale concentrato di stereotipi racchiude dunque la visione che ha ispirato il progetto del museo: il primo per una città che il Sindaco assicura essere anche il terzo mercato per l'arte contemporanea, dopo Londra e New York. Milano, che finora non ha mai avuto un museo d'arte contemporanea, con l'intervento di Renzo Piano nelle dismesse aree Falck di Sesto San Giovanni, improvvisamente potrebbe trovarsi ad averne due.
L'uomo vitruviano è la matrice del disegno che genera la torsione del volume dell'edificio: una montagna di pietra che sembra plasmata da un vento capriccioso, forse lo stesso che ha prodotto le torsioni delle altissime torri di Hadid e Isozaki, gli architetti che hanno messo una firma in bianco (i loro progetti pare non piacciano nemmeno a chi dovrebbe costruirli) sulla pantagruelica speculazione di CityLife. Una mise-en-scène perfetta, quella in Triennale, calzante rappresentazione di una stortura: nessuno sapeva nulla del nuovo museo, la conferenza stampa è stata indetta all'ultimo minuto e riservata a una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Dov'era la città? Dov'è quando si è tenuto il dibattito per un incarico importante, in grado di movimentare, dare vita, innescare processi di trasformazione della città? Perché – va detto con chiarezza – la città non è stata chiamata in alcuna forma a partecipare, pur sobbarcandosi il peso degli oneri di urbanizzazione; malgrado il Comune abbia concesso una volumetria più che doppia in deroga alle normative urbanistiche.
Non è più tollerabile una politica architettonica e urbanistica basata sul fatto compiuto e comunque è difficile credere che possa fare da "polo di attrazione", per attirare migliaia di visitatori, un volume tozzo la cui unica attrattiva da una base quadrata, genera un'immane terrazza tonda; piazzato come un triste mausoleo al centro di una cittadella chiusa da un muraglione di condomini, alto quasi 100 metri, su cui svettano le torri ingobbite di Hadid e Isozaki. Vengono alla mente le parole di Herbert Muschamp, compianto critico d'architettura del New York Times, fustigatore della gratuità di certa architettura contemporanea, che a proposito dell'obelisco Libeskind ficcato su Ground Zero scrisse: "Sorprendentemente privo di gusto, emotivamente manipolatorio, prossimo alla nostalgia e al kitsch".

postato da: prismalo alle ore 19:32 | link | commenti
categorie: urbanistica
martedì, 11 marzo 2008

Il Parkour

Il Parkour è l'arte di sapersi spostare.
Muove i suoi passi dal metodo naturale di Georges Hébert. Hebert era un militare francese della fine '800 che ha formalizzato un metodo di allenamento per l'addestramento delle truppe. La sua idea è che il miglior modo per allenare un uomo è farlo esercitare nei movimenti naturali che lui sa fare in situazioni che la natura gli presenta e gli richiede. Il motto dell'Hebertismo è "Essere forti per essere utili". Da questa teoria il parkour nasce come vero a proprio percorso di preparazione atletico/fisico/mentale per rendere l'atleta in grado di muoversi con disinvoltura ed efficienza nell'ambiente urbano e naturale. E' evidente che secondo questa formulazione tutto quello che è spettacolo, coreografia e acrobatica non è parkour.
Il principale obiettivo di questa disiplina è quello di raggiungere la padronanza del corpo e della mente per superare gli ostacoli che ci circondano tracciando un percorso che vada da un punto A ad un punto B nella maniera più fluida possibile.
Molto spesso all'interno dei percorsi vengono inseriti elementi di Freerunning, ovvero viene espressa una parte più creativa che efficiente. L'importante è comprendere che parkour non è una gara a chi fa il salto più alto o più bello,il parkour è un PERCORSO, senza alcuna forma di competizione fra i praticanti. La competizione è con te stesso per cercare di innalzare il tuo limite dopo aver preso coscienza delle tue possibilità.
I praticanti del parkour, chiamati "traceurs" ovvero "creatori di percorsi", aspirano a superare in modo creativo, fluido, atletico ed esteticamente valido le barriere naturali o artificiali che si trovano sulla loro strada. Per riuscirci utilizzano corse, salti, volteggi, cadute e arrampicate.
Ma il parkour non è solamente un puro esercizio fisico, perché il confronto con gli ostacoli materiali spinge il traceur alla scoperta dei suoi limiti e quindi del suo essere all'interno dell'ambiente che lo circonda. Affrontando la paura spesso ci si accorge che le nostre potenzialità vanno oltre i confini che diamo per scontati.
Per questo il parkour è sia uno sport che una filosofia di vita quotidiana.
Il padre riconosciuto di questa disciplina è il francese David Belle che verso la fine degli anni '80 iniziò a praticare in un ambiente urbano (precisamente a Lisse, un sobborgo di Parigi) le tecniche apprese giocando da bambino nei boschi della campagna francese.
Da allora questo sport ha fatto proseliti nel mondo, soprattutto in Francia e Inghilterra.
Lo scopo del parkour, quindi, è spostarsi nel modo più efficiente possibile. Per efficiente si intende: sicuro,semplice e veloce. Per distinguere cosa è parkour da cosa non lo è basta pensare ad una situazione di fuga: tutto quello che può tornare utile per fuggire è parkour.
Il Parkour, abbracciando come ideologia il Metodo Naturale di Hebert, prevede un allenamento lento, progressivo e graduale per migliorare tutte le caratteristiche atletiche dell'individuo che deve avere come unico scopo il costante miglioramento delle proprie capacità. Molti novizi cercano di accelerare i tempi (uso di attrezzatura, materassi, palestra, ricerca disperata di istruttori) e di imparare più rapidamente possibile, ma questo è parzialmente contrario all' ideologia di base del Parkour, infatti l'ambiente (naturale o urbano) che ti circonda è in grado di insegnarti tutto quello di cui hai bisogno per muoverti in esso e per rispettare il tuo corpo. Si deve imparare ad "ascoltare" i segnali del proprio corpo in modo da riuscire ad allenarsi ricercando un lento, ma costante e progressivo miglioramento. Il raggiungimento di questa coscienza di se, delle proprie "sensazioni" e dei propri limiti richiede tempo, visto che si basa sull'esperienza diretta. Il formarsi di questo bagaglio di conoscenza richiede di vivere in prima persona numerose e diverse esperienze, spesso spiacevoli se affrontate con frustrazione (insicurezza, paura, senso di incapacità, lentezza nel progresso).
postato da: prismalo alle ore 13:11 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 27 gennaio 2008

Enrica Borghi

Nata a Premosello Chiovenda (VB) nel 1966, si è forma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, diplomandosi in Scultura nel 1990.
Lavora con materiali di scarto, in particolare PET e PVC, con cui realizza oggetti reali legati al mondo femminile.
Ha fondato nel 2005 un’associazione che si occupa di cultura contemporanea, Asilo Bianco con cui realizza progetti particolarissimi, conferendo nuova identità e valore estetico ai materiali  più quotidiani, anche di scarto. Tra le sue opere La Regina presentata al Museo di Rivoli nel 1999, la finta rivista di moda Borghi in Fashion (2001), il libro Zapping in love (2002). Recentemente ha presentato a Nizza la personale L’avant-scène ed ha esposto al Chelsea Art Museum di New York.
 
Patchwork city
Enrica Borghi lavora con materiali di recupero di cui reinventa uso e significato. In mostra l’artista propone una riflessione attorno alla tematica della progettazione e costruzione di una città ideale, utilizzando cartoni di Tetrapak legati tra loro da ‘centrini’ costruiti all’uncinetto con fettucce di plastica. Il pubblico parteciperà alla progettazione delle nuove parti di questa città in continua espansione e trasformazione. Utilizzando i grossi gomitoli presenti in mostra ed i diversi contenitori Tetrapak, ogni visitatore potrà creare strade, quartieri, spostare abitazioni ed isolati, misurandosi con la propria idea di città,  sia dal punto vista funzionale che formale.
Negli spazi della mostra l’artista installerà anche Biòboutique (2002), fittizio negozio al femminile, in cui ogni prodotto è realizzato con materiali di riciclo.
 
  
  
postato da: prismalo alle ore 11:01 | link | commenti (1)
categorie: urbanistica
venerdì, 25 gennaio 2008

Intervista a Rem Koolhaas

Koolhaas: com’è no global l’architettura di oggi.
GENIALE, imprevedibile, dissacrante, ha un nome, Rem, che per un curioso
segno del destino, indica la fase del sonno in cui si sogna di più. Ma Rem Koolhaas ha realizzato sogni ad occhi aperti che ormai fanno parte della storia dell’architettura. Quest’olandese di 59 anni, ed è alto quasi un metro e 90, ha un’immaginazione fervida e innovativa che gli ha permesso, con inarrestabile progressione, di essere un acutissimo teorico di architettura (il suo Delirious New York del 1978, pubblicato in Italia da Electa, fa parte dei saggi cult che segnano un’epoca), uno dei progettisti-simbolo degli ultimi vent’anni e un «architetto-filosofo-artista capace di ampliare la nostra concezione di città e civiltà», come sostiene Bill Lacy, direttore del prestigioso Premio Pritzker.
Modernista per alcuni, decostruttivista per altri (ma lui rifiuta ogni gabbia critica), Koolhaas ha ottenuto, qualche giorno fa a Roma, il Praemium Imperiale (il Nobel delle arti istituito dalla Japan Art Association) e vanta alcune delle opere più stimolanti del recente panorama architettonico: il Dance Theatre dell’Aja, la Biblioteca pubblica di Seattle, l’ambasciata d’Olanda a Berlino, il Grand Palais di Lilla, l’Auditorium di Porto, il Kunsthal di Rotterdam, il negozio di Prada a Manhattan che ha rivoluzionato il concetto stesso di shopping. Il suo quartier generale dell’Office of Metropolitan Architecture, a Rotterdam, è un’inesauribile fabbrica di invenzioni che stanno cambiando gli spazi di molte città del mondo. Famoso per le sue idee radicali e poco convenzionali, non manca occasione per essere all’altezza della propria fama. Magari consumando una classica colazione all’italiana in un grande albergo di Roma.
Mister Koolhaas, quali sono i luoghi, le città, i paesi della progettazione più interessanti del momento?
«La cosa più interessante e forse sorprendente è che il nostro mondo globalizzato, da questo punto di vista, non lo è affatto. Ci sono enormi differenze tra regione e regione, tra un continente e l’altro. Fare architettura in America è oggi una cosa molto diversa dal farla in Europa o in Asia. Credo che in America, da due anni, ci sia una decisa tendenza, suggerita dalla politica, per uno stile retorico che è la faccia architettonica dell’attuale patriottismo yankee. L’Europa, invece, si muove con una certa ambiguità, oscillando tra conservatorismo e l’esigenza di un rinnovamento. In Asia, soprattutto in Cina, mi sembra che ci sia un clima più stimolante, una forte partecipazione per definire un futuro che non sia la ripetizione del passato. Non c’è la ricerca di effetti di superficie ma di qualcosa di più profondo».
Lei, che è considerato il più brillante e significativo studioso di New York, ritiene che dal 1978 a Manhattan non è stato fatto niente di importante: è più ottimista per il prossimo futuro?
«Credo che oggi tutti siano d’accordo che, negli ultimi trent’anni, a New York non sia stato creato nulla di veramente buono... C’è, dunque, la volontà e l’ambizione di una svolta. Ma, a parte questo, non sono troppo ottimista. Mi sembra che l’11 settembre sia stato un terribile choc per New York ma non abbia dato una spinta a un cambiamento, a una sua ridefinizione. Il nuovo progetto per Ground Zero è l’espressione della memoria e del ricordo, che per l’amministrazione Bush è un obiettivo molto importante. Posso anche capirlo. Ma non sarà questo a darci una nuova New York».
E’ rimasto, anche dopo l’11 settembre, un sostenitore della città verticale?
«Non sento alcun tipo di fedeltà alla tipologia del grattacielo. In questo momento, credo che sia una curiosa tipologia. E’ stata inventata intorno al 1870 e, dopo, non è più stata ridefinita o almeno sviluppata in un modo più interessante. Oggi, negli Stati Uniti, possiamo vedere le conseguenze di questo lungo stallo. Il grattacielo si trova dappertutto ma come tipologia è morto. Si afferma in termini quantitativi, è grande . Ma è una cosa morta. La cosa interessante del grattacielo non è il fatto che possa essere alto, altissimo e sempre più alto, quanto quello che consente una serie complessa di funzioni e di relazioni sociali. Questo, però, può avvenire anche in edifici meno verticali. Insomma, il grattacielo è ancora una struttura interessante ma non lo è la sua attuale versione, che è una cosa morta».
Quanto conta per lei l’idea di movimento, che mi sembra uno degli aspetti più significativi della sua architettura?
«Conta molto perché adesso tutto è movimento. Sono interessato a quelli che io chiamo i flussi, perché secondo me è uno dei problemi-chiave della società in cui viviamo. In passato, gli architetti potevano anche trascurarli perché non c’era mai stata una circolazione così frenetica di persone nelle nostre città. Oggi, però, questi flussi coinvolgono milioni o decine di milioni di persone e un architetto deve tenerne conto. L’architettura non è mai stata costretta a confrontarsi con una simile crescita e mobilità delle popolazioni. Questa è la ragione per cui un architetto deve oggi sforzarsi di rivolgere la sua attenzione agli spazi pubblici e dare loro una speciale qualità, come ho cercato di fare negli ultimi due anni con la Libreria pubblica di Seattle e lo shopping center di Prada a New York».
In una recente intervista, però, lei ha detto che la città del passato era una città “pubblica e gratis” mentre quella del futuro sarebbe stata una città “privata e a pagamento”?...
«No, attenzione. E’ il contrario. C’è un equivoco su questo... Io credo che negli anni 80 e 90 ci sia stata una progettazione intensissima. Ma è stato il periodo in cui, sia in America che in Europa, l’economia di mercato si è imposta come il sistema dominante. Questo ha costretto gli architetti, anche quelli impegnati in progetti di pubblico interesse, a fare spesso i conti con committenti privati e con grandi compagnie. E’ stata una tendenza molto marcata che, personalmente, mi ha preoccupato e mi preoccupa. Alla fine, si tratta di decidere se siamo al servizio di interessi generali o commerciali. In Cina, sto realizzando il quartier generale della televisione di Stato, che dovrebbe essere ultimato nel 2007. Una delle cose più belle ed eccitanti è la possibilità di lavorare liberamente, senza i condizionamenti del mercato».
Lei si è spesso occupato di quelli che sono stati definiti junk-spaces, spazi-spazzatura, come gli ipermercati o gli aeroporti... Perché?
«Perché, in una società come la nostra, dobbiamo viverci. Si tratta di spazi che subiscono continue trasformazioni. Debbono modificarsi senza sosta, perché le loro funzioni e le loro esigenze cambiano. Capirne l’evoluzione è una delle sfide che dobbiamo raccogliere. Il nostro mondo non è statico. E’ spinto da un dinamismo perenne che rimette tutto in discussione. Nel bene e nel male, possiamo imparare tante cose dagli spazi-spazzatura. E rendere gli altri molto più vivi».
postato da: prismalo alle ore 19:54 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 13 gennaio 2008

Architettura in Portogallo

Sul confine tra Spagna e Portogallo, l'aereo sorvola uno scacchiere autunnale color terra di Siena: colline bruciate, filari di alberi d'olivo, vigneti e manciate di case bianche sparse nella campagna. Sulle montagne, la vegetazione diventa più rada, lungo il crinale, una fila di mulini a vento: a terra, ombre che si allungano in movimento. Lungo la strada che conduce a Bragança, i parchi eolici sono una presenza familiare: effetto/conseguenza di un piano realizzato dal governo portoghese negli ultimi cinque anni. Fondamentalisti dell'ambiente permettendo, sostenere che le turbine eoliche siano brutte è davvero discutibile. Norman Foster ne ha disegnata una piuttosto elegante per la tedesca Enercon: un maestoso oggetto di design elevato a scala gigante. Nella penisola iberica, invece, i mulini a vento si vedono ovunque: Don Chisciotte non è passato invano. Agli esteti dalla coscienza sporca, non resta altro che consolarsi con la bellezza intrinseca delle centrali a carbone, in attesa di riconvertirsi finalmente al nucleare.
Che fare? Sicuramente, lavorare alla base, ad esempio con i bambini. Ed è così che in Portogallo, a partire dal Padiglione della Conoscenza dell'EXPO di Lisbona (progetto di João Luís Carrilho da Graça, 1998), è nata una rete di centri dedicati all'insegnamento della "scienza viva": si gioca tra installazioni interattive e video, imparando, oltre alla distanza che ci separa dai pianeti dell'universo, anche quanta energia 'pulita' produce un pannello fotovoltaico o un mulino a vento.
Tutto questo accade in una cittadina di 30.000 abitanti a circa 15 chilometri dal confine nord-est con la Spagna, un piccolo miracolo: Bragança è un paese antico che vive prevalentemente di agricoltura, con un castello che sorveglia una maglia di case bianche, costruite l'una sopra l'altra. Qui gli anziani si appoggiano ai muri e prendono il sole; quando chiedi loro indicazioni, rispondono con modi davvero fuori dal tempo: "Minha filha, não posso ajurdar-te" (Figlia mia, non posso davvero aiutarti). Un altro fatto sfiora il miracoloso: è una progettista italiana ad aver realizzato e inaugurato nel giugno del 2007 il Centro Ciência Viva di Bragança. Nata a Pordenone nel 1969, Giulia de Appolonia, per usare una metafora del gergo scientifico, è stata "un cervello in fuga": generazione Erasmus, ha vissuto per tredici anni a Lisbona, dove nel 2003 ha vinto il concorso per giovani architetti bandito da Bragançapolis (in associazione con Europan). La sua tesi è che i bambini possono allenarsi all'apprendimento di nozioni scientifiche, anche piuttosto complesse, attraverso l'architettura. Il centro è così costruito sul sito di un'ex centrale idroelettrica, sul fondo di una valle solcata da un piccolo fiume: tassello architettonico di una passeggiata che costeggia il torrente, prosegue sul tetto/piazza dell'edificio per poi scendere a valle passando sotto l'antico castello.
Gli accorgimenti sono tipici di un'architettura sostenibile: il prospetto sud è praticamente un grande radiatore. La facciata vetrata, infatti, è affiancata da una parete in acciaio corten, una lastra metallica che accumula il calore e mette in moto, grazie alla differenza di temperatura tra interno ed esterno, un meccanismo di ventilazione naturale. La parte a sbalzo sul fiume riflette nell'acqua una pelle di cristallo con un'anima segreta: punti luce minuti, inseriti all'interno del vetro camera, mutano di colore, si accendono e si spengono ritmicamente. Non è però la mano di un creativo a dirigere l'alternanza dei colori e delle tessiture che pulsano nei cristalli, ma la Natura nei suoi cambiamenti climatici: dei sensori esterni, infatti, trasmettono i dati sulle condizioni ambientali a un software di controllo che, a sua volta, dirige una gamma di sedici possibili configurazioni formali e cromatiche. Così se delle piccole luci, bianche e azzurre, pulsano lentamente, state sicuri che sta per nevicare; se si muovono un po' più velocemente, invece piove. Per sapere la temperatura esterna, si deve guardare l'intensità e la gradazione dei colori: dai più freddi ai più caldi. Ai vecchi del paese basterà guardare fuori dalla finestra per sapere come vestirsi.

postato da: prismalo alle ore 11:59 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 16 dicembre 2007

Lo spazio pedonale

Da tempo si parla diffusamente della necessità di creare isole pedonali nelle grandi città attanagliate dal traffico veicolare (pubblico e privato) e dalle relative conseguenze sulla salute umana. La ripetizione ossessiva e arida, anche a livello giornalistico, di questa istanza ha fatto sì che il significato esatto della espressione "isola pedonale" e perfino i motivi che hanno indotto a prospettare questo tipo di provvedimento fossero quasi dimenticati.
Spesso le città del vecchio continente sembrano costituire un faticoso adattamento al modello americano: la motorizzazione individuale esasperata, mentre soddisfa alla esigenza di grandi spostamenti richiesti da città nate per il traffico veicolare, non può essere accolta senza gravi traumi nelle città europee e, soprattutto, nei loro centri antichi che sono sorti specialmente sull'ipotesi di spostamenti limitati e della trazione animale (carri, cavalcature e traffico pedonale). In tempi piuttosto recenti, specialmente in relazione al grave fenomeno degli inquinamenti da scarichi di gas incombusti e dei rumori e alla invadenza dei veicoli, movimenti d'opinione sempre più consistenti hanno indotto le Amministrazioni a espugnare i luoghi più ambiti della città del traffico definendoli poi "isole pedonali".
In realtà il termine "isola pedonale" fa soprattutto riferimento a una sorta di territorio strappato all'oceano del traffico veicolare dimenticando che esso è stato invece da sempre il luogo legittimo della pedonalità e della libera circolazione delle persone. Non ha senso parlare semplicemente di "isole pedonali" o, meglio, di "pedonalità riconquistata" senza collegare questo concetto a una pluralità di altri interventi coordinati senza i quali non solo essa non è realizzabile, ma anche inutile: si tratta di organizzare il traffico che comunque deve continuare a irrorare la città antica densa di servizi e di opportunità aggregative; si tratta di introdurre forme diversificate d'accessibilità del centro (che è patrimonio collettivo sia per le opportunità suddette sia per la monumentalità che esprime) che privilegino la sosta breve e pertanto il maggior numero possibile di persone; si tratta di potenziare e di qualificare il trasporto urbano pubblico (collettivo e individuale); si tratta di restituire alle porzioni di città così "salvate" dalla invadenza veicolare (anche sotto il profilo estetico) un volto il più possibile articolato e accogliente, poiché questi spazi costituiscono il salotto collettivo di tutta la cittadinanza. Per concludere, non è pensabile affrontare la questione delle isole pedonali sottraendo intere zone urbane al traffico individuale senza delineare una corretta strategia di parcheggi e di trasporti pubblici che consentano a tutti di fruire correttamente della parte più appetibile della città. Pertanto la formazione delle cosiddette "isole pedonali dovrà essere preceduta da attenti studi che, da un lato, identifichino i luoghi prioritariamente più adatti ad essere sottratti alla veicolarità incontrollabile e, dall'altro, consentano fin d'ora di immaginare un sistema di spazi che, in futuro, possa espandersi progressivamente e integrarsi a ulteriori livelli d'uso della città.
Le isole pedonali dovranno inoltre essere completate al contorno con provvedimenti che garantiscano l'approvvigionamento tecnico e di emergenza (oltreché la veicolarità dei residenti) e le attività di servizio e commerciali: parcheggi interrati e/o fuori terra (anche pluriplano) che consentano l'insilaggio delle macchine dei residenti in adeguati box e dei visitatori temporanei in posti-macchina custoditi; attrezzature destinate alla sosta breve per carico-scarico delle merci (parchimetri o simili); riqualificazione dei luoghi in modo tale che essi tornino ad accogliere confortevolmente il pubblico che si reca alle mete commerciali e di servizio non sempre reperibili altrove sul territorio urbano. Tutti gli spazi della città riservati esclusivamente alla utenza pedonale, la cui progettazione prevede l'esclusione del traffico veicolare privato mentre quello pubblico o di servizio si organizza in modo che possa servire la zona senza limitare la libertà degli spostamenti pedonali, per cui prevalentemente risulta tangente, sottostante o sovrastante l'arca senza quindi attraversamenti trasversali o longitudinali, prendono il nome di « isola pedonale ». Queste aree sono organizzabili di preferenza nei luoghi dei centri cittadini riservati alle attività commerciali, sono dunque in prevalenza destinati allo shopping ed alla sosta. «Isole pedonali » si trovano sia all'interno dei centri storici urbani sia nei nuovi centri suburbani, naturalmente poiché le prime risultano essere le aree più problematiche e poiché si tratta di spazi già esistenti e progettati con funzioni diverse da quella attuale, rispetto alle seconde di nuova concezione, i termini di impostazione progettuale saranno diversi mentre risultano essere uguali gli schemi specifici d'uso. Infatti affinché l'arca liberata dal traffico veicolare possa fornire un nuovo ambiente urbano, pedonale, razionale, efficiente e caratteristico, dovrà articolarsi secondo spazi ottenuti con un iter progettuale che preveda i seguenti passaggi:
  • Realizzazione o riorganizzazione e restauro delle quinte preesistenti attorno all'isola, per rivalutare al massimo quegli edifici che presentino caratteristiche storiche o ambientali o monumentali, ristrutturazione delle altre in base alla destinazione finale dell'area.
  • Riorganizzazione del suolo urbano che accoglierà l'isola, in particolare dovranno essere eliminate eventuali barriere architettoniche, mentre il traffico veicolare che non è di servizio, dovrà essere vietato o limitato ai periodi di afflusso all'area più calmi.
  • Nell'isola dovranno essere previsti luoghi per la sosta, zone parzialmente coperte, percorsi pedonali principali e secondari, utilizzando pavimentazioni diverse in base alla destinazione d'uso ma sulle quali sia piacevole camminare, elementi di arredo urbano funzionali e decorativi, fioriere, fontane, sculture o altre emergenze formali.
  • Prevedere, ove lo spazio lo permette, aree specializzate per le seguenti funzioni: caffè all'aperto, mercati, mostre, gradinate per rappresentazioni o trattenimenti vari, spazi per la sosta-gioco di bambini e anziani.
  • Studiare l'illuminazione in modo da soddisfare i movimenti o la sosta degli utenti e la sicurezza notturna dell'area. Non dimentichiamo che l'illuminazione che oggi prevale all'interno delle città è quella necessaria ai rapidi e massicci spostamenti veicolari non già a sereni e lenti percorsi pedonali.
  • Studiare le possibilità di collegamento dell'area con i servizi di trasporto urbano evitando che le strade limitrofe si trasformino in caotiche strade-parcheggio. La risoluzione « a monte » del complesso problema del traffico resta prioritaria alla scelta dell'area da destinare ad isola se veramente si vuole affrontare la tutela del paesaggio urbano.
  • Particolarmente importante sarà la scelta dei materiali con i quali realizzare l'intervento che dovranno essere resistenti nel tempo e nell'uso, posti in opera tenendo presente la facilità della loro manutenzione.
  • Organizzare l'isola in maniera da consentire l'utilizzazione anche a quei cittadini presentanti speciali problemi di deambulazione (handicappati, carrozzine, anziani) ciò comporta l'uso di rampe a bassa pendenza, ogni qualvolta si presenti un dislivello. Nelle soluzioni più articolate le rampe possono essere localizzate accanto a gradini o gradonate.
  • Progettare tenendo presente i vari punti di vista d'insieme e quelli relativi alle zone di sosta pedonale. Distinguendo tra visione e prospettiva d'insieme, legata al linguaggio figurativo della città e visione particolareggiata legata ai singoli punti dell'area pedonale c/o all'arredo urbano e quindi al linguaggio specifico dell'isola che potrà anche essere autonomo.
  • Studiare la segnaletica, a cui va affidata la divulgazione delle attività che via via trovano posto nell'isola, uniformandola con quella delle altre zone pedonali ed infine con la città tutta.
  • Ogni isola dovrà idealmente e materialmente essere collegabile con le altre presenti nel tessuto cittadino !ed insieme a queste essere riferibile ai limitrofi spazi verdi. Lo studio attento e sensibile della morfologia, i suoi precedenti storici, la sua evoluzione nel tempo, le necessità attuali e prevedibili, sono i punti di partenza per la definizione delle funzioni delle isole pedonali nei vecchi centri storici, mentre nei nuovi servirà a creare le premesse indispensabili alla destinazione a centro della nuova arca.
Il materiale progettuale ha quindi come principali elementi componenti le quinte, la pubblicità e i sistemi di comunicazione visiva messi a disposizione dalla tecnologia, la protezione o no dalle intemperie o dal sole, l'illuminazione notturna, la divisione in zone per funzioni varie, lo studio della pavimentazione la scelta dei materiali, la presenza o meno di un codice dei materiali o dei colori là dove sia necessario « leggere » la stessa funzione in luoghi differenti. La sperimentazione degli ultimi anni ha dimostrato come sia preferibile pedonalizzare settori urbani a prevalente sviluppo longitudinale e sezione trasversale ridotta rispetto a zone ampie ma con scarsa differenza tra asse longitudinale e trasversale. Infatti le prime sono più facilmente servite dai mezzi di trasporto ubicati lungo i lati esterni rispetto alle seconde che si presentano come coaguli d'interessi svariati all'interno del tessuto urbano e, nel caso dei centri storici, spesso già congestionati, per cui diventa difficile l'ubicazione dei servizi stessi se non si vogliono o possono affrontare costose operazioni di sottopassaggi c/o soprapassaggi. La scelta dei luoghi da destinare a zona pedonale se è relativamente facile nei centri storici non lo è altrettanto all'interno di zone di recente costruzione, poiché il successo dell'isola pedonale dipende dal richiamo che l'area può esercitare sui futuri utenti. Quindi mentre è semplice prevedere comportamenti sociali in zone che esercitano una particolare attrattiva urbana ed il cui uso è codificato dalla tradizione, ben diverse sono le cause capaci di ricrearle in quelle di recente costruzione. Gli interventi in questo secondo caso debbono in prima istanza rapportarsi direttamente al numero fisico delle persone che effettivamente possono avere interesse a gravitare sul nuovo centro ed in seconda istanza rafforzarli con incentivi formali, psicologici ed utilitaristici. Tra le cause capaci di esercitare un forte richiamo pedonale vengono per primo considerate le attività commerciali e quelle di ristoro. Una piazzetta senza un bar o una « isola » senza negozi difficilmente presentano quell'animazione che è indispensabile al successo della « scena ». Le stazioni di sosta degli autobus, della metropolitana, i terminals ferroviari, in cui transitano numerose persone, possono facilmente essere trasformate in centri urbani di successo proprio perché caratterizzate da un flusso costante di esigenze diverse per cui, eventuali iniziative di appoggio (mostre, spettacoli, magazzini), affiancanti questi servizi, riscuotono un largo consenso. Quanto detto costituisce l'indispensabile premessa necessaria al successo finale dell'operazione e quindi va tradotto in termini progettuali.
postato da: prismalo alle ore 12:29 | link | commenti (2)
categorie: urbanistica

London Look

postato da: prismalo alle ore 12:24 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 21 ottobre 2007

La ricerca della dimensione: le origini dello spazio urbano – parte I –

Dal confronto tra proprietà pubblica e privata è nato lo spazio urbano di ieri e di oggi. inizialmente una strada allinea frontespizi delle abitazioni e lungo il suo percorso si ubicano gli ingressi. Le scale, di questi manufatti urbani, rappresentano il primo incontro-scontro tra spazio privato e suolo comune o pubblico. La conflittualità derivata porta con il tempo alla definizione delle proprietà degli spazi urbani ed alle normative d'uso successive. Dall'incrocio di una o più strade si generano dei « nodi » spaziali di smistamento del traffico pedonale o veicolare attorno a cui ben presto si organizzano le attività di scambio e dì commercio del luogo: più tardi vi si ubicano gli elementi funzionali e simbolici della « qualità » urbana, la fontana, con la sua mostra d'acqua più o meno complessa, il palazzo dell'autorità, il monumento alla memoria.
Lo spazio quindi viene lastricato, protetto da targhe che ne organizzano e regolamentano l'uso. I Greci con l'Acropoli e i Romani con il Forum elevano gli spazi urbani comuni a significati sociali più complessi destinandoli alla partecipazione attiva degli abitanti ed alle esercitazioni dialettiche, sicché « andare in piazza » significa frequentare uno spazio in cui è possibile comunicare con i propri simili, informarsi su ciò che accade o, può; accadere e quindi esprimere la propria opinione o discutere i propri interessi ma significa anche diversivo e sosta per la presenza di elementi, utilizzabili in comune, di « decoro urbano »: gradonate, edicole, porticati, terme, negozi. Molto più tardi, con l'aumentare delle specializzazioni funzionali relative ai diversi aspetti urbani della città moderna, ai concetti di decoro e all'ornato civico tradizione si sostituisce, prima timidamente poi sempre più velocemente, l'arredamento sia transitorio o permanente dello spazio cittadino al marmo, alla pietra ed al ferro battuto viene sempre più frequentemente affiancato il legno, la plastica, le strutture mobili, temporanee, le insegne luminose, le proiezioni di altre immagini: quelle della comunicazione visiva. Allo spazio statico, simbolico, assiale della città storica si contrappone oggi lo spazio dinamico e mobile, facilmente mutevole della città attuale: quello del « contesto » e della sua « implicazione » - in conclusione quello proprio dell'arredo urbano. Tutto ciò ha come conseguenza che il disegno dell'ambiente urbano è oggi diventato importante quanto il significato della città stessa o la sua idea-conformazione. La sperimentazione sul connettivo urbano e l'evoluzione delle sue possibilità distributive e figurative, introdotta in maniera sistematica per prima nei paesi anglosassoni e olandesi, dove hanno sempre giustamente affiancato lo studio sulle possibili soluzioni dei modelli relativi agli insediamenti, ha dato risultati così validi e interessanti che l’arredo urbano è oggi materia di studio in tutto il mondo e, soprattutto non è più considerato come limitato al design di pochi lampioni panchine, cassette delle lettere, ma è proiettato verso il coinvolgimento dell'intero spazio urbano e in particolare dei punti di coagulo o concentrazione: le zone o « isole » pedonali e le piazze.
Questi coaguli sono individuabili nel tessuto urbano tutte le volte che si riscontrano complicate confluenze di traffico pedonale e veicolare: in questi casi si ha una concentrazione d'interessi comuni e di servizi pubblici e privati che deve essere organizzata e che può costituire l'indispensabile premessa alla qualificazione dello spazio relativo.
postato da: prismalo alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: urbanistica

La ricerca della dimensione: le origini dello spazio urbano – parte II –

Il cittadino di una grande città o di una piccola si trova oggi nella situazione di dover riconquistare l'uso pedonale della propria città sottrattagli dalla prepotente invasione dell'automobile. Ma poiché ha necessità di dover raggiungere luoghi diversi in tempi brevi non potrà annullarnecompletamente la presenza ma solo ridimensionarne e regolarne l'uso all'interno delle aree urbane, utilizzando, in alternativa al mezzo privato, quei servizi collettivi che il progresso tecnologico mette a disposizione dei molti problemi legati alla giusta e corretta risoluzione del traffico cittadino. Agendo conseguentemente a questa ipotesi si ha come primo risultato positivo quello, di usare il progresso tecnologico; in modo vantaggioso per la collettività quando, proprio l'uso indiscriminato dell'automobile ha finora rappresentato, per l'inquinamento dell'aria urbana conseguente e per il caos che l'accompagna, un esempio negativo. Collettivizzando al massimo i mezzi di trasporto sia quelli di superficie (autobus, elettrobus, tram, monorotaie) che quelli sotterranei (metropolitana, percorsi a nastro meccanizzati) si ottengono due risultati: di facilitare gli spostamenti da un punto ad un altro della città e di realizzare le premesse per una efficiente tutela del paesaggio urbano. Riordinato il traffico veicolare occorrerà ricercare gli spazi da destinare prevalentemente ad uso pedonale, organizzandoli in modo da permettere lo svolgimento degli « antichi riti » che da sempre caratterizzano la vita negli agglomerati urbani: l'incontro, lo scambio, la documentazione, l'aggiornamento, lo spettacolo, la protesta e la ricreazione, all'interno (di luoghi sicuri e confortevoli appositamente preordinati. Sono questi spazi, che costituiscono la piattaforma evolutiva per l'arredo
urbano cittadino, ad essere oggi interessati ad un complesso dibattito che vede alternarsi in un confronto spesso drammatico, sociologi, urbanisti, designers, utenti vari, storici - tradizionalisti e futurologi con le varie amministrazioni. Da questi drammatici incontri-scontri sono spesso nati più slogans che idee tuttavia non si può non riconoscere che là, ove lo è stato permesso, il paesaggio urbano ha sperimentato, seppur spesso con risultati discutibili, nuove aree pedonali destinate allo shopping e all'incontro - nuove maniere e forme entro le quali ciò era possibile. Il dibattito ha coinvolto anche la progettazione e l'uso delle aree libere destinate al verde urbano confondendo spesso caratteri, tipologie e finalità dell'uno con le altre. Qui si precisa che il sistema degli spazi urbani liberi - il connettivo dipende da due sottosistemi ben distinti e con funzioni pubbliche differenti, quello dei centri pedonali (di città, di quartiere, di zona) e quello del verde destinato alla tutela igienica e ricreativa. Poiché alla giusta risoluzione progettuale delle aree libere e delle aree verdi, al confronto tra questi spazi e i volumi costruiti a confine, è affidata la qualità del paesaggio urbano, sia storicamente già definito che di realizzazione attuale, l'architetto dell'ambiente porrà particolare attenzione alla loro progettazione e alla definizione delle attrezzature connesse, trattandosi di spazi d'incontro diversi per tipologia tra loro ma ambedue ugualmente importanti perché interdipendenti. La ricerca dei modelli urbani capaci di migliorare la qualità della vita delle nostre città, oggi distorta a causa del traffico veicolare e dell'inquinamento, sia negli antichi centri storici, dotati di preziosi luoghi per l'incontro realizzati nel passato, sia nelle nuove zone cittadine, ove viceversa questi luoghi mancano, va sotto il nome di riuso e risanamento urbano per le prime e di ideazione e progettazione per le seconde. Tutti e due i termini del problema fanno parte della pianificazione e programmazione del paesaggio urbano. La ricerca della dimensione realizzativa spazia dalle varie teorie urbanistiche alla sperimentazione in sito di modelli di qualificazione del paesaggio proposti dall'analisi urbana.
Tra queste scale d'intervento, la realizzazione o concretizzazione effettiva è rappresentata proprio dallo studio scientifico, approfondito e sensibile alla scala minore di una nuova disciplina compositiva tutta da esplorare: quella della Progettazione dell'Arredo Urbano. Finora purtroppo relegata al disegno dei componenti secondari della urbanizzazione (tabelloni, illuminazioni, orologi, semafori) questa disciplina sarà nei prossimi anni sicuramente rivalutata poiché, come hanno efficacemente dimostrato le esperienze inglesi, francesi tedesche e olandesi, se vorremo elevare la qualità di vita delle nostre città, dovremo riprendere velocemente un discorso interrotto negli ultimi trenta anni (relativi alla industrializzazione del nostro Paese) quello della progettazione non solo urbanistica ma architettonica del tessuto connettivo delle città e dei suoi punti o nodi principali, strade, piazze, fontane, luoghi per l'incontro e la sosta, nonché di tutti quei centri urbani resi necessari dalla complessità dell'organizzazione della metropoli moderna (città satelliti nuovi centri residenziali). L'architettura razionalista ha in passato dimostrato come esista una continuità ideale e concreta tra l'involucro esterno e lo spazio interno di un edificio. Allora si parlò di architettura integrata, ugualmente oggi le ipotesi di una architettura interrotta tra esterni e interni delineante l'ambiente dell'uomo moderno, organica, quindi, nella definizione degli spazi stessi ma soprattutto nell'ipotesi di partenza, sottintendono una progettazione integrata urbana ove negli spazi esterni possano ritrovarsi quelle possibilità d'incontro e di esperienze che negli spazi interni non avvengono più, a causa della dinamicità della vita odierna e delle dimensioni ridotte delle attuali abitazioni.
postato da: prismalo alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: urbanistica

Trasformazione del rapporto interno esterno nel paesaggio urbano contemporaneo

L'insieme degli spazi vuoti generato dal susseguirsi delle costruzioni di tutti gli edifici che formano una città costituisce lo spazio urbano della stessa. La qualità di questo spazio è strettamente legata alla qualità di vita della città in un rapporto di dipendenza reciproca, infatti l'organizzazione urbana è un continuo susseguirsi di vuoti e di pieni. Il rapporto tra questi due componenti può esprimersi quindi in termini di confronto ottico: volumi, materiali, colori, zone di luce e di ombra oppure in termini di uso: pubblico o privato, di passaggio o di sosta, di servizio o di svago. I volumi costituiscono spesso le «quinte» architettoniche degli spazi o sono inconfondibili presenze, importanti se confrontate con gli spazi stessi. La qualità architettonica delle quinte, dei volumi e degli spazi liberi determina spesso il comportamento sociale degli utenti, cioè degli abitanti la città e testimonia la «qualità di vita» della città stessa. Lo spazio urbano può però contenere nel suo interno elementi migliorativi in senso ottico ma anche qualitativi che per una logica organizzazione degli (spazi) stessi vengono scelti in base al «costruito» esistente o futuro ed ai vuoti attuali o, prevedibili. Questi interventi possono essere realizzati con elementi naturali: acqua, piante, fiori; artificiali: lumi, panchine, cabine telefoniche, tettoie, edicole, ripari vari, sculture. Gli spazi e le quinte sono infine i contenitori temporanei degli avvenimenti grandi o piccoli che si susseguono continuamente nella città: scritte luminose e non, cartelli, indicazioni, manifesti, annunci , murales, appaiono entro gli spazi e sulle costruzioni costituendo l'elemento ottico mutevole caratterizzante, giorno e notte, la vita urbana.
La presenza dello spazio vuoto accanto a quello pieno era originariamente dovuta alla necessità di accedere da parte di proprietari e visitatori ai volumi chiusi, gli spazi poi dovevano essere ampi abbastanza da essere percorsi con carri, i volumi serrati uno all'altro per fare barriera agli elementi naturali, vento, acqua, sole. freddo, caldo. Le vie nate così spontaneamente vennero successivamente regolate da leggi o norme di comportamento. Dall'incrocio di due vie nacque la piazza che per la sua grandezza accoglieva funzioni che interessavano un gran numero di cittadini: il mercato, il tempio, il palazzo del governo. L'Agorà ellenica, e il, Forum romano già due organizzazioni più sofisticate della piazza: i cittadini le utilizzavano operavano secondo un preciso comportamento sociale al quale erano ispirati dal «disegno» stesso del luogo e da elementi fissi in pietra o legno che lo arredavano, oltre che dalle quinte che lo delineavano. Quindi il problema dello spazio urbano, del suo studio, della sua qualità, attorno al quale oggi si compongono tante battaglie, è in realtà un problema che è sempre esistito ma che mai è stato cosi importante quanto nella città moderna e questo a causa della velocità con cui oggi è possibile operare profonde trasformazioni all'interno del tessuto urbano c/o per l'ampliamento e la dilatazione dello stesso nel territorio. Trasformazioni che avvenivano in lunghi. secoli di lavoro umano e subivano quindi una continua lenta sperimentazione nel tempo, crescevano cioè con l'uomo e le sue esigenze oggi, grazie al progresso tecnologico-industriale, avvengono in pochi anni per. cui nuovi e diversi comportamenti umani e sociali vengono rapidamente imposti e superati. Poiché alla stessa città manca il tempo per adeguarsi a simili violente trasformazioni mai come oggi è necessario approfondire la ricerca sui vuoti urbani individuando tutte quelle componenti progettuali che occorre calare nel tessuto per limitarne l'ambiguità e favorire la crescita di ambienti programmati in modo che sia possibile ricreare le condizioni necessaria ad una più alta « qualità » della vita (si pensi a quanto spazio oggi viene sottratto alla città e quindi ai suoi abitanti dalla mancata soluzione di un problema strettamente connesso caratteristica urbana moderna: il parcheggio veicolare). Accanto allo studio del contenitore (gli edifici, i monumenti, i servizi) si pone quindi lo studio dello spazio che lo circonda (il vuoto), per cui diremo che lo spazio urbano va dall’outdoor inglese (nel momento che lasciamo la soglia della nostra casa entriamo nel connettivo urbano e ci scontriamo con le esigenze della collettività) alle grandi aree riservate all'incontro sociale degli abitanti per terminare con la ricerca dei significati attuali della vecchia piazza urbana. Occorre che l'architetto accanto al contenitore edificio progetti il «vuoto» cioè l'ambiente entro cui insiste dedicando alla sua definizione, organizzazione, linguaggio formale, la stessa attenzione posta agli edifici. Infatti questi ultimi costituiscono le quinte della « scena » urbana.
Concludendo si può arrivare a dire che “lo spazio esterno urbano non è altro che lo spazio interno della città”. Da quanto detto precedentemente si può affermare che lo spazio individuato dalle quinte e dal vuoto è il risultato di due diverse fasi ideative, quella della ricerca sulle componenti quantitative, che chiameremo fisse, necessarie a circoscrivere lo spazio, i volumi, le quinte, e, quella sulle componenti qualitative, mutevoli nel tempo, indispensabili ad individuare la funzione urbana dello spazio stesso, la sua specializzazione attraverso l'arredo, la segnaletica. Questo perché le quinte, indispensabili alla immagine complessiva della città, sono quasi sempre presenze concrete e stabili anche attraverso un considerevole numero di anni mentre lo spazio può essere scoperto e reinventato secondo esigenze diverse via via che passano gli anni e mutano i comportamenti e le domande.
postato da: prismalo alle ore 12:24 | link | commenti
categorie: urbanistica

La città di risulta

Riassumendo l'itinerario compiuto proviamo a cimentarci nel definire una griglia schematica di riferimento associando ambiti territoriali a regole codificate:
-          il centro antico è gestito all'interno di uno specifico piano di settore;
-          la nuova città (espansione) nasce attraverso il Piano Preventivo ed è, in generale, concepita come organica distribuzione di contenitori edilizi e reticoli stradali nel rispetto di parametri standard (buona e cattiva periferia);
-          il territorio extraurbano inizia timidamente a riconsiderare per sistemi omogenei le proprie valenze paesistiche ed ambientali.
Da questi processi di controllo ormai generalizzati, se pur fortemente disomogenei rispetto alle diverse dotazioni legislative regionali, resta clamorosamente esclusa una parte sostanziale e vitale di città. Si tratta di quell'ambiente costruito dall'immagine indeterminata (città di risulta), fisicamente compressa tra il centro antico e la nuova espansione (quella del PRG), a cui è difficile, al momento, attribuire valenze culturali. Un luogo inesorabilmente caotico dove si intrecciano e si sovrappongono le funzioni che il Piano tende a separare e dove si manifestano in forma esasperata i segni della disattenzione compiacente dell'Ente Pubblico negli asfalti, nelle trame intricate di cavi aerei, nell'invadenza ossessiva dei messaggi pubblicitari. Una città fatta di parti drammaticamente dissociate, priva di verde, dominio incontrastato del "brutto" a cui siamo, nostro malgrado, assuefatti. Uno spazio costruito contenitore di tutto in continua e frenetica evoluzione.
Riflettiamo per individuare occasioni coordinate di progetto all'interno di un itinerario metropolitano: dalla "città-qualità" celebrata nei convegni sull'urbanistica della città termale, città che esalta il bello e l'armonia urbana in chiave terapeutica e curativa e che richiama a gran voce un PRG sommatoria di Piani di Settore"', alla città nevrotica ordinaria espressione delle mille inquietudini urbane e della nostra complice, disattenzione.
postato da: prismalo alle ore 11:50 | link | commenti
categorie: urbanistica

Ambiti disciplinari: il processo di decentramento

L'avvento delle autonomie Regionali, con l'attuazione del D.P.R. n. 8 del 15 gennaio 1972, ha portato rinnovata attenzione ai processi di Piano esaltando la connotazione generale dell'operazione urbanistica.
Cresce il peso della strumentazione di supporto sulla scorta di legislazioni settoriali sempre più complesse. Ambiti disciplinari tradizionalmente distinti come i regolamenti edilizi e le norme tecniche di attuazione del PRG, finiranno con l'essere mescolati in favore del Piano determinando una confusione disciplinare che tuttora permane.
Particolare attenzione è riservata ai tessuti storici. Il processo di decentramento, che è alla base della costituzione dell'autonomia regionale, ha coinciso con la tutela sistematica del centro antico. In questo si ravvisano motivi di ordine politico che si contrappongono, nei contenuti, ai motivi (politici) alla base della distruzione della città tardo ottocentesca.
Aumenta la complessità del processo edilizio, gravato da numerosi passaggi che trasformano la fase autorizzativa in una macchinosa operazione dai termini e dai tempi difficilmente controllabili. Entrano in gioco per pareri e nulla osta, spesso più formali che sostanziali, Servizi Provinciali, Unità Sanitaria locale, Medicina del Lavoro, Ispettorati forestali, e così via. Pratiche che subiscono iter procedurali farraginosi e defatiganti finiscono poi per essere liquidate in pochi minuti sul tavolo dei controllori finali (Commissione Edilizia) ai quali compete la sostanziale verifica della compatibilità formale dell'intervento rispetto al contesto di riferimento.
postato da: prismalo alle ore 11:48 | link | commenti
categorie: urbanistica

La prassi del Piano Regolatore

La prassi di adottare il Piano per regolare i processi di crescita della città si rafforza nei primi decenni del secolo portando alla definizione della figura dell'Architetto urbanista e all'introduzione negli atenei dell'insegnamento di Edilizia Cittadina.
Al Piano, non più dibattuto tra ambiti disciplinari indeterminati, si affidano le certezze e le incertezze dell'epoca. Si impongono reticoli stradali, rettifiche e sventramenti retaggio della cultura urbanistica ottocentesca. Inizia quel processo di schematizzazione ed astrazione formale che troverà nei contenuti della legge urbanistica nazionale (n. 1150, 17.08.42) e nelle successive periodiche integrazioni, una definitiva consacrazione. Si affermano i concetti di standard e di zoning mentre l'immagine costruita della città inesorabilmente si allontana. Della complessità urbana emerge la conflittualità produttiva e sociale. Il Piano coltiva l'illusione di coordinare e gestire tutti gli aspetti connessi allo sviluppo rifiutando di limitare il proprio ambito di intervento al solo tema dell’ingrandimento dei paesi". Al Piano, ormai lontano anche graficamente dall'immagine disegnata della città (ridotto a schema astratto) si chiedono numeri, indici, cubature, parametri univocamente misurabili, certezze di diritto all'interno di comparti definiti da presunte omogeneità territoriali. In proposito, occorre sottolineare come la tendenza esasperata alla monofunzionalità, alla base di non poche teorie urbanistiche dell'epoca, si pone in forte contrasto con la cultura della città antica. Retini, tratteggi, gravitazioni, direttrici, sono applicate a un territorio dove domina la trama dell'impianto viario e dove all'area agricola corrisponde una inesorabile "zona bianca" (assenza di ogni credibile ipotesi di Piano). il controllo sugli aspetti formali e qualitativi è delegato in toto alla fase esecutiva che avviene prevalentemente in forma diretta senza passare per i tanto auspicati "piani attuativi" e si risolve nel giudizio frettoloso di Commissioni Edilizie scarsamente motivate, prive (spesso) di prestigio culturale, articolate come momento di ratifica (più politica che tecnica) dell'operato delle pubbliche amministrazioni.
Il centro storico (zona omogenea A) è individuato formalmente, ma continua ad essere oggetto di congestione e concentrazione senza che ancora siano ipotizzate politiche organiche di tutela. Le esperienze di Piano degli anni '60 creano serie ipoteche alla lettura della città antica. Piccoli centri finiranno con l'essere sistematicamente deturpati da interventi assolutamente fuori scala resi legittimi dai Il numeri" contenuti in PRG concepiti, agli effetti del progetto edilizio, con una casualità sconcertante. Il paesaggio urbano si trasforma con l'apparire di contenitori multipiano a ridosso di casupole organizzate secondo tradizionali processi di omogeneità costruttiva e tipologica. Presenze dissonanti, segnali di una caduta verticale di interesse nei confronti della costruzione e del dominio della scena urbana.
postato da: prismalo alle ore 11:46 | link | commenti
categorie: urbanistica
sabato, 20 ottobre 2007

Architettura universale per la meditazione

Due svizzeri (il santo Bruder Klaus, l'architetto Peter Zumthor) e un tedesco (l'agricoltore committente) insieme per costruire un'architettura universale per la meditazione. Progetto Peter Zumthor.

Peter Zumthor siede a 550 metri sul livello del mare nel silenzio della stube più bella che ho mai visto – sotto la pioggia di Haldenstein, quasi a fine giugno. Non è vera la leggenda del suo stare come uno stilita in cima a una montagna svizzera, emettendo sensuali oracoli di pietra e cemento sulla condizione dell'architettura. Tra lo studio e la casa/studio, sorride, ascolta ed esegue musica, riceve amici: si prepara a progetti, a edifici più grandi, se non più importanti, delle concentrate, distillate, architetture di materia prodotte nei tempi lunghissimi del lavoro come arte.

La scusa per incontrarlo è la cappella votiva dedicata a St. Niklaus von Flüe (più conosciuto come Bruder Klaus) da poco finita a Mechernich, in Germania: un edificio ex-voto per un agricoltore, diagnosticato con un mal di cuore che lo lascia, dopo tanti anni, ancora in vita. Marcel Duchamp diceva che l'unica differenza tra scultura e architettura è l'idraulica: e in questa torre/cappella votiva l'idraulica praticamente non c'è. La cima della torre è aperta, così ci piove dentro, e l'acqua – dopo aver stagnato un po' sul pavimento – defluisce lentamente, naturalmente: un'altra ragione per definirla una scultura. Una scultura molto grande, dove si può stare addirittura dentro, a pregare, o semplicemente a meditare, sull'esistenza propria o di Bruder Klaus: ovvero San Nicolao, santo patrono della Svizzera, contadino e soldato, che combatte da ufficiale nelle guerre vittoriose dei Confederati contro gli Asburgo, più o meno seicento anni fa. Si sposa, fa dieci figli. Convinto dal sacerdote Heimo am Grund (un nome che in tedesco e in schwiizerduutsch ha che fare con casa e terra), chiede alla moglie Dorotea il permesso di ritirarsi in solitudine: l'ottiene e va a vivere, a morire, in una gola, un crepaccio. L'unico di quei crepacci svizzeri che ricordo è il turistico Viamala Schlucht: che però, anche per quel nome inquietante, mette una certa paura a guardarlo dall'alto, senza riuscire a vedere il fondo. Spaventa, a morte, come l'ignoto: quello che verrà e non conosciamo. Eppure Zumthor non ha pensato a tutte queste cose.

"Dopo che abbiamo costruito la Cappella, qualche svizzero è venuto a dirmi: 'Certo, questo vuoto oscuro, illuminato a tratti, è perché Bruder Klaus finì i suoi giorni in una cella scavata nella roccia!'. 'No, non è per quello'. 'Ah, ma allora sembra una torre, perché Bruder Klaus è stato anche un combattente...'. 'No, non per quello: non ci ho pensato'. Mi sembrava importante che tra campi estesi e pianeggianti, con poche ondulazioni, la cappella si alzasse in verticale, si stagliasse da lontano, segnasse il territorio". "E questa pianta circolare dell'interno, l'esterno a cuspide... Non ricorda la ruota di San Nicolao, il simbolo su cui meditava tutti i giorni?". "No, quel simbolo è diventato una piccola scultura dentro la cappella".

Sorride, Zumthor. Certo, può succedere che un autore scriva, dipinga o costruisca cose che non sa, che non ha mai visto o sentito eppure valgono una, tre, dieci diverse interpretazioni: ma non perché abbia passato giorni e settimane a ragionare su simboli e simbologie. È meglio, è più interessante: a meno di non voler credere alle premonizioni, alle visioni, il poeta come vate... L'unica visione alla quale Zumthor crede è quella dell'architettura, l'unico linguaggio che parlano le sue opere è quello della costruzione, dei materiali. Non c'entrano con le ore del giorno, e delle notti insonni di Bruder Klaus, i ventiquattro, visibili, strati di cemento applicato e compresso a mano, sulla struttura di rami e tronchi d'albero che poi verrà carbonizzata: lasciando la sua impronta oscura e l'intenso odore bruciato all'interno, per sempre. Sono ventiquattro gli strati di cemento, perché realizzati in altrettanti giorni, dal committente e dai suoi aiuti.

Certo, quale 'esperto' non rivedrebbe Gaudí in questo verticalismo scabroso, nel convergere delle pareti verso l'altissimo, nei piccoli segni di luce nel cemento? Eppure Zumthor non è – come il suo collega catalano che qualcuno vorrebbe canonizzato, come Bruder Klaus – un mistico. Ride storto, quando gli chiedo se non gli dà fastidio essere considerato tale. "Sono cose che ai media piacerebbe scrivere": anche se per questo progetto non ha voluto essere ricompensato, anche se sta per inaugurare il Museo Kolumba a Colonia (castello di cemento per l'arte contemporanea costruito sopra rovine religiose), anche se Norman Foster vorrebbe fargli costruire a Milano la chiesa del quartiere Santa Giulia. Sorride Zumthor, santo laico dell'architettura assoluta.

postato da: prismalo alle ore 09:35 | link | commenti
categorie: urbanistica

Cattedrali nel deserto

postato da: prismalo alle ore 09:32 | link | commenti
categorie: urbanistica
lunedì, 02 luglio 2007

Il Cairo: il parco, le mura, le case

Da un decennio l’Aga Khan Trust for Culture ha avviato un programma di riabilitazione urbana nel cuore della capitale egiziana. Francesco Siravo, Senior Project Officer dello Historic Cities Support Programme, racconta strategie di progetto e modalità d’intervento.
L’Aga Khan Trust for Culture è un’organizzazione non governativa con sede a Ginevra, creata nel 1988 allo scopo di promuovere iniziative nel campo della cultura, della formazione e della salvaguardia dei beni culturali nei Paesi islamici. Ha carattere non-confessionale e mira allo sviluppo economico, sociale e culturale dei Paesi in cui opera, alimentandosi sia con fondi propri che con fondi fiduciari messi a disposizione da donatori. Il Trust è articolato in tre componenti: l’Aga Khan Award for Architecture, l’Aga Khan Programme for Islamic Architecture e l’Historic Cities Support Programme.
L’intervento attualmente in corso nel centro del Cairo afferisce a quest’ultima componente. Le attività promosse dal programma non si limitano solo a interventi di pianificazione e conservazione, ma tendono a migliorare le condizioni economiche, abitative e ambientali delle comunità locali, attivando microcrediti, incentivando attività produttivo-artigianali e provvedendo alla formazione professionale, al fine di creare capacità e strutture gestionali autonome per il futuro recupero dell’area storica. Al Cairo la sfera di azione si è progressivamente allargata dalla creazione del grande parco pubblico di al-Azhar – sul sito di una ex discarica – al restauro della cinta muraria medievale, al recupero urbano del contiguo quartiere storico di Darb al-Ahmar, fortemente degradato, ma ancora densamente popolato e socialmente attivo.
Qual è stato il momento di avvio di questa grande operazione urbana nel centro del Cairo, che ha portato alla progettazione di un parco, al restauro di una parte delle mura medievali e al recupero del tessuto edilizio degradato?
Francesco Siravo: Il lavoro si è progressivamente allargato a partire dall’idea del nuovo parco, che S.A. l’Aga Khan aveva deciso di donare alla città agli inizi degli anni Ottanta. Per realizzarlo, è stata scelta un’area di circa 33 ettari confinante con le antiche mura medievali, usata come discarica e trasformatasi nei secoli in una zona collinosa. Sono stati proprio i lavori del parco a portare allo scavo e alla riscoperta dell’antica cinta muraria. L’architetto Stefano Bianca, direttore fino a un anno fa dell’Historic Cities Support Programme, è sempre stato attento agli aspetti urbanistici più complessivi dell’operazione, e ha subito individuato i rischi dell’intervento: il parco avrebbe certamente migliorato la qualità urbana dell’area, pesantemente deteriorata dal punto di vista fisico ed economico-sociale, ma avrebbe anche portato a nuovi incontrollati sviluppi urbanistici, con la conseguente demolizione degli edifici antichi, e forse delle stesse mura urbane. Le mura sono parte del vasto sistema di fortificazioni costruito a partire dal 1176 da Saladino, il fondatore della dinastia Ayyubide che sostituì i Fatimidi alla guida dell’Egitto. Saladino iniziò in gran fretta un programma di fortificazione dell’intera città, che si riteneva minacciata dalla presenza dei crociati in Palestina e in altre parti del Medioriente. Il nuovo circuito murario, incentrato sulla Cittadella fortificata tuttora esistente, circondò i due insediamenti originari del Cairo: la città fatimide, in parte confinante con l’attuale parco di al-Azhar, e l’insediamento di Fustat, localizzato più a sud e oggi conosciuto come Old Cairo.
Come si è proceduto, sulla base delle condizioni appena descritte?
Il cumulo di macerie che occupava l’area dell’attuale parco è stato in buona parte rimosso: c’era infatti un problema di inquinamento del suolo e quindi occorreva sostituire parte del terreno per consentire la successiva piantumazione. Si è inoltre manifestata un’altra difficoltà che ha ritardato il cantiere: alla fine degli anni Ottanta, tre imponenti serbatoi d’acqua furono collocati sull’area dell’ex discarica per consentire un adeguato approvvigionamento idrico delle zone urbane circostanti. Questi ingombranti elementi infrastrutturali, inizialmente considerati negativamente, si sono poi rivelati interessanti sotto un profilo compositivo, tanto da essere inglobati nella progettazione del verde. Il parco, completato nel 2004 e costato circa 30 milioni di dollari, ha riscosso grande successo. Oggi si contano in media 3.000 visitatori al giorno, che salgono a 17.000 nel periodo del Ramadan. È usato soprattutto dagli abitanti del Cairo – i turisti sono una minima parte – ed è diventato un luogo di vera e propria aggregazione sociale, senza distinzione di classe e livello economico. Lo schema di progetto preliminare si deve a Sasaki Associates Inc., un gruppo americano di Boston. Ma il vero e proprio lavoro di progettazione ed esecuzione dei lavori è stato dell’architetto egiziano Maher Stino dello studio Sites International. Al di là delle mura che fiancheggiano il parco c’è il quartiere storico di Darb al-Ahmar, all’interno del quale avete individuato tre aree per l’intervento di recupero.
Che estensione ha il quartiere e quale densità?
Circa 110 ettari, con una densità di 1.400 abitanti per ettaro e una popolazione complessiva di circa 160.000 persone: sono le dimensioni di una piccola città storica. Una delle operazioni condotte a termine da Saladino nella sua opera di fortificazione e ristrutturazione del Cairo fu proprio quella di collegare la città fatimide alla Cittadella, dove aveva stabilito la sua roccaforte, con la creazione di una strada principale chiamata proprio Darb al-Ahmar. Lungo questa arteria furono costruiti alcuni fra i più importanti palazzi, moschee ed edifici commerciali del Cairo, attorno ai quali si costituì, in periodo mamelucco e ottomano, il nucleo urbano che ha dato origine al quartiere di Darb al-Ahmar. L’area è di altissimo interesse architettonico: 152 sono i monumenti protetti dal Supreme Council of Antiquities (SCA). Dopo un’indagine approfondita sul quartiere, abbiamo notificato allo SCA l’esistenza di altri 200 edifici di interesse storico-architettonico, sia di tipo residenziale che commerciale. Lo stato di degrado di questo patrimonio è considerevole e si è aggravato nel 1992, quando il quartiere fu danneggiato da un terremoto. Ma anche prima del ’92 si era già verificata una progressiva riduzione della popolazione del quartiere. Il nostro studio si è incentrato sulla possibilità di recuperare gli edifici esistenti e di riedificare i lotti abbandonati a seguito del crollo degli edifici. Abbiamo calcolato che circa il 16% del costruito è disponibile per operazioni di reintegrazione urbana. Il fine ultimo è quello di mantenere un livello di popolazione stabile, in grado di sostenere economicamente il quartiere. Abbiamo individuato tre zone di azione specifiche, selezionandole sulla base delle loro diverse caratteristiche e della presenza di elementi urbanisticamente qualificanti, quali monumenti, spazi pubblici e insiemi di edilizia minore. Alla fine degli anni Novanta abbiamo trovato una situazione disastrosa: nel quartiere vive una delle popolazioni più povere del Paese, con un reddito familiare di circa 100 dollari al mese. Tuttavia Darb al-Ahmar rimane un quartiere molto attivo socialmente ed economicamente, con numerosissimi artigiani e attività produttive, anche se marginalizzate rispetto a quelle presenti nel famoso bazar del Khan al-Khalili, situato più a nord e considerato una delle principali attrazioni turistiche del Cairo. Molti commercianti acquistano proprio a Darb al-Ahmar mobili, prodotti in metallo, intarsi, ricami e tessuti. Ma proprio per la sua marginalità rispetto ai principali flussi turistici, Darb al-Ahmar ha mantenuto nel tempo il suo carattere tradizionale. La riflessione sugli aspetti positivi e i fenomeni negativi riscontrati nel quartiere ha dato vita a una strategia d’intervento volta a garantire la sopravvivenza fisica del tessuto urbano e incentrata sulla riattivazione economica e il recupero sociale dell’area. Una delle organizzazioni affiliate all’Aga Khan Trust, l’AKAM (Aga Khan Agency for Microfinance), ha avviato un programma di microcredito per gli abitanti del quartiere. Contemporaneamente, si sono offerti alcuni servizi di base nel campo dell’educazione e della sanità e si è lavorato per facilitare la partecipazione diretta degli abitanti e il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche nel processo di recupero. Abbiamo infine incentivato la formazione di quadri tecnici (muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti e artigiani specializzati), molti dei quali provenienti dallo stesso quartiere, per impiegarli in un programma integrato di recupero urbano, comprendente restauri, risanamento delle abitazioni, sistemazione degli spazi pubblici e miglioramento delle infrastrutture di piccola scala (rete idrica, fognature, pavimentazione).
Qual è stato il lavoro sulle mura? Avete trovato reperti archeologici, superfetazioni?
Abbiamo lavorato sul segmento di un chilometro e mezzo di mura che fiancheggiano il parco. Questo tratto di fortificazioni presenta oggi un’altezza variabile fra i 2 e i 12 metri e comprende 15 torri difensive e tre importanti porte urbane che sono state riportate alla luce e ripristinate come collegamenti urbanistici fra il quartiere e il parco. Mentre si tratta in generale di terreno di riporto, molto disturbato e quindi privo di grande interesse archeologico, alcune zone in prossimità delle mura, particolarmente in corrispondenza delle antiche porte urbane, hanno consentito di portare alla luce sequenze stratigrafiche complete. Il lavoro sulle mura ha compreso scavi archeologici, rilievi, documentazione del degrado, analisi dei materiali e delle condizioni fisico-statiche del monumento, e operazioni di vero e proprio restauro, che hanno privilegiato interventi di tipo conservativo. Laddove operazioni di sostituzione di conci murari sono apparse inevitabili, si sono utilizzati blocchi di pietra con caratteristiche chimico-fisiche ed estetiche simili a quelle originarie. Dove si sono riscontrati precedenti restauri o modificazioni avvenute nel corso dei secoli, essi sono stati mantenuti e integrati nel nuovo restauro, come nel caso delle parti interne delle mura, riutilizzate come abitazioni o per attività artigianali già in epoca ottomana. Uno studio delle percorrenze ha permesso di constatare che circa l’80% delle mura si può riaprire al pubblico lungo il camminamento di ronda, che è già stato parzialmente attrezzato per la visita. Si è data infine molta importanza alle modalità di presentazione e visita delle rovine e alla parziale musealizzazione degli spazi interni. Il livello di compenetrazione fra abitazioni e cerchia muraria e i fenomeni di intasamento e occupazione delle mura si osservano già in epoca napoleonica, quando fu approntata la prima pianta urbanistica della città. Le case inglobano parte delle fortificazioni, senza però oltrepassarle a causa dei detriti che, già a partire dall’epoca mammelucca, si erano accumulati nella discarica. Una condizione che si è di fatto protratta sino ai nostri giorni e che ha reso necessario intervenire non solo sul monumento ma anche sulle case a esso associate. Abbiamo lavorato per isolati, individuando unità-edificio di circa 190 m2 distribuiti su tre o quattro piani. Con le attuali disponibilità di fondi, abbiamo calcolato di poter riabilitare intorno ai 135 edifici entro il 2009; 65 sono quelli completati sinora. Restano fuori da questo calcolo gli edifici di nuova costruzione a integrazione di parti di tessuto urbano mancanti o in stato di rovina. Il costo medio di ogni unità è di circa 25.000 dollari, o 130 dollari al m2. In media si impiegano quattro mesi per finalizzare i prestiti e i contratti di costruzione, e sei mesi per i lavori. Durante il corso dei lavori, i residenti si spostano temporaneamente presso parenti o amici.
Come ha reagito la città alle vostre proposte?
Oltre al consenso istituzionale, avete trovato anche quello degli abitanti? Abbiamo cercato sempre di lavorare il più possibile in coordinamento con le istituzioni, anche se, in alcuni casi, abbiamo dissentito su impostazioni e metodi di restauro. L’impostazione data dalla nostra controparte egiziana avrebbe richiesto la demolizione delle abitazioni e la creazione di una zona di rispetto attorno alle mura storiche. Ma l’idea di isolare i monumenti è un concetto ottocentesco, adesso il restauro va in direzione opposta: verso il recupero del monumento nel suo contesto storico. Abbiamo allora cercato di mostrare, anche con grafici e simulazioni, che l’eventuale demolizione delle case avrebbe posto enormi problemi di reintegrazione delle mura. Questa impostazione più attuale, sancita tra l’altro dalle carte internazionali del restauro, ha trovato infine il consenso della nostra controparte istituzionale, e così il restauro del monumento e gli interventi di recupero sulle abitazioni sono andati avanti di pari passo. Per quanto riguarda gli abitanti, non avremmo potuto agire senza il loro consenso. Tra l’altro contribuiscono a parte dei costi di riabilitazione edilizia, per una cifra che attualmente ammonta al 30% del totale. Il restante 70% viene dal Social Fund for Development, un’organizzazione egiziana parastatale che utilizza fondi di conversione del debito messi a disposizione da governi europei, soprattutto dalla Germania.
Come sono stati modificati gli appartamenti? Che tipo di materiali sono stati usati per la riabilitazione?
I tracciati stradali e le suddivisioni catastali si sono mantenute nel tempo. Darb al-Ahmar è un quartiere che si sviluppa inizialmente soprattutto in periodo mamelucco (1250-1500): i basamenti delle case sono spesso in pietra, che in alcuni casi sono rimasti integri; su questi si sono sovrapposte parti più recenti a seguito di crolli o trasformazioni edilizie avvenute nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Gli edifici minori si attestano su lotti stretti e lunghi. In altri casi si tratta di edifici più importanti con corte interna, costruiti da importanti famiglie di commercianti. Lo studio dei tipi edilizi ha permesso di precisare modalità di recupero e forme di intervento. In generale rispettiamo le caratteristiche distributive e tipologiche degli alloggi. Le modifiche riguardano soprattutto l’introduzione di un bagno e una cucina per ogni nucleo familiare, per rispondere alle richieste più pressanti dei residenti, spesso costretti a condividere questi servizi fra varie famiglie. Questo programma di recupero edilizio è il primo del suo genere in Egitto. All’inizio si sono dovute superare non poche resistenze, che ora sono superate e vedono un’adesione sempre più convinta fra i residenti del quartiere. Anche gli uffici tecnici del Governatorato del Cairo sostengono oggi il programma, che è considerato un’alternativa migliore e socialmente più accettabile delle iniziali ipotesi di demolizione e allontanamento dei residenti. Abbiamo cominciato dai casi più semplici, in cui gli abitanti degli edifici erano anche proprietari. Poi abbiamo iniziato a occuparci delle case in affitto, cercando di trovare un punto di incontro fra le aspettative degli affittuari e le richieste dei proprietari, che, per il blocco degli affitti risalente agli anni Cinquanta, non avevano più provveduto alla manutenzione degli edifici. Le tecniche impiegate per il recupero sono tutte di tipo tradizionale ad alta intensità di manodopera. In alcuni casi, in particolare per edifici già ampiamente modificati, si sono usati, al posto del legno, travetti prefabbricati in cemento armato realizzati a pie’ d’opera.
Quali sono i tempi previsti per la conclusione del programma?
Processi di riabilitazione di questa portata richiedono almeno una ventina d’anni. Il nostro intento è quello di creare le condizioni per una sempre maggiore capacità e autonomia economica, decisionale e realizzativa da parte di istituzioni e gruppi locali, in modo da assicurare una continuità di investimenti e d’impegno per il recupero della città storica.
postato da: prismalo alle ore 07:44 | link | commenti (1)
categorie: urbanistica

Il Cairo

postato da: prismalo alle ore 07:38 | link | commenti
categorie: urbanistica
sabato, 26 maggio 2007

L'assemblaggio degli elementi che definisce la scena urbana

La città ottocentesca ha già introdotto una selezione di parti lavorando tuttavia per assemblaggi "organici": il viale, il parco, la piazza, l'edificio pubblico. L'assemblaggio degli elementi definisce, di fatto, la scena urbana. Parte centrale del processo progettuale è la redazione di una planimetria di Piano dove la valenza del disegno urbano traspare nella riconoscibilità dei diversi elementi e nella coerenza compositiva di ogni singola parte. Pianificare, nella sostanza, significa definire con una qualche attendibilità i limiti di due distinti domini: quello "pubblico" che si esercita attraverso le rettifiche stradali, gli allargamenti, la localizzazione dell'edificio di interesse generale e quello "privato" che comprende (con una certa libertà di gestione) quanto rimane. Non è un caso che, a quella data, le poche regole per la costruzione dei "Piani Regolatori Edilizi" siano comprese all'interno di una legge finalizzata alla definizione delle procedure espropriative, passaggio sostanziale per la costruzione dei nuovi spazi della città borghese.
Crollano i perimetri murati come retaggio ingombrante di un passato ora scomodo, anche nell'illusione di garantire continuità tra città antica, subita nelle sue anguste e tortuose dimensioni, e nuova espansione urbana esaltata nei viali di scorrimento veloce. Ma, paradossalmente, è Lucca la città moderna. Lucca che conserva miracolosamente intatto, oltre all'antica tessitura urbana, il perimetro murato cinquecentesco protetto da uno straordinario "parco urbano" ad anello. La città antica, a cui si accede rispettando le gerarchie della storia, manifesta con esemplare organicità i processi e le stratificazioni dei secoli.
postato da: prismalo alle ore 13:45 | link | commenti
categorie: urbanistica

Le grandi trasformazioni territoriali

Il controllo della scena urbana pone in relazione i diversi aspetti del costruire e del fare urbanistica. Questa complessità interdisciplinare rende al momento difficilmente praticabile una verifica sistematica degli elementi che concorrono a definire l'immagine della città. Le grandi trasformazioni urbane impongono una riflessione sulla coerenza e sulla qualità complessiva dello spazio costruito, mentre l'ordinario processo edilizio continua ad essere svolto al di fuori di ogni codice formale e compositivo. Tutto, oggi, si attua sulla scorta di norme e di regole inefficaci rispetto ai contenuti percettivi, i cui valori dominanti sono comunque depurati dalle tensioni formali e simboliche che sono alla base della costruzione della città antica.
La città contemporanea si genera per parti sulla scorta di supporti normativi che privilegiano la definizione di aspetti misurabili ignorando, se non per episodi casuali, le ragioni del contesto, gli elementi strutturanti dell'identità urbana, le specificità culturali di ogni luogo. Gli effetti prodotti nei secoli dalla "cultura urbana", che nelle sue esternazioni più coerenti ha costruito e arredato piazze, selezionato visuali ed immagini simboliche lasciando ampio spazio alla dimensione creativa del progetto, sembrano destinati a non avere seguito.
I prodotti del Piano urbanistico si rivelano difficilmente tangibili in virtù di quello strano rapporto che lega la città teorica (quella dei retini del PRG) a quella costruita. Un conflitto perenne che testimonia l'inefficacia di alcuni modelli di pianificazione certo non in grado da soli di produrre qualità urbana.
postato da: prismalo alle ore 13:44 | link | commenti
categorie: urbanistica

I piani di settore per il progetto-guida

Il Regolamento Edilizio è lo strumento urbanistico che, insieme al Piano Regolatore Generale, maggiormente interviene nella prassi edificatoria in quanto detta criteri procedurali generali per la progettazione e la presentazione della documentazione tecnica utile al rilascio di autorizzazioni e concessioni edilizie. La mancanza di indicazioni riguardanti lo studio del contesto urbano con i caratteri della scena costruita e del territorio, ha permesso di dar vita a un paesaggio costituito da una sommatoria di opere singole, coerenti con le norme e i vincoli, ma estranee al luogo. Diversamente i tecnici operatori si trovano spesso a non possedere le informazioni ambientali necessarie per definire un progetto più coerente in quanto gli enti pubblici non investono energie nel rilievo del tessuto urbano di recente formazione. Alla luce di quando fin ad ora enunciato è possibile sintetizzare una serie di sviluppi pratici:
1.         il criterio di lettura e di osservazione dello spazio costruito in relazione alle proprietà del paesaggio permette di individuare metodiche che potrebbero servire da stimolo per integrare i criteri di realizzazione della documentazione tecnica che sta alla base dell'istruttoria della fase autorizzativa e concessoria. Una maggiore attenzione descrittiva sull'interazione che il volume edificato genera nello spazio (anche attraverso anche il progetto delle aree di pertinenza e degli interventi sul contorno delle unità, come confini e recinzioni) aiuterebbe le verifiche e il controllo in fase preventiva;
2.         i criteri di rilievo e di organizzazione dei dati ambientali permettono di individuare dei modelli di rappresentazione che si configurano come supporto operativo per la definizione di specifici piani di settore:
-dell'accessibilità: gestione della mobilità pedonale e della viabilità, rapporti con i piani urbani del traffico e con gli strumenti urbanistici, superamento delle barriere architettoniche, creazione di una mappa dell'accessibilità, individuazione del rapporto con i componenti di arredo funzionale (caratteristiche e collocazione);
-delle pavimentazioni: il progetto del piano orizzontale in relazione alla forma urbana e alle tracce del suo sviluppo nel tessuto urbano, rilievo e codificazione, analisi dei componenti, disegno e funzioni significative;
-del colore: metodologie e strumenti, rilievo e codificazione dei dati cromatici, lettura e percezione delle facciate, segni e colori del luogo, elaborazione e proposte di accostamento, attuazione e promozione;
-dell'immagine panoramica della città: problematiche di controllo e di coordinamento del sistema delle coperture all'interno del paesaggio urbano;
-dell'arredo funzionale: valutazione delle esigenze della città contemporanea, il permanente e il provvisorio, caratteristiche prestazionali dei componenti di arredo, scelte da catalogo, adattabilità e schema di meta-progetto per i capitolati d'appalto;
-delle insegne e della pubblicità: immagine della città del commercio, letture dei dispositivi, impatti visivi nella città storica, indirizzi per la regolamentazione ed il controllo;
-dell'illuminazione pubblica: immagine della città di notte, funzioni e velocità percettive, tipologie e caratteristiche prestazionali dei componenti, colore della luce e colore della città, illuminazione scenografica;
-del verde: censimento delle specie vegetazionali, rapporto con il tessuto edificato, valutazioni degli effetti e delle utilizzazioni, manutenzione e gestione.
3.         questa impostazione metodologica permette di definire un'ipotesi operativa di rilievo e di lettura critica dello spazio edificato, proponendosi come base per la realizzazione di un piano di recupero del tessuto urbano già consolidato o in fase di completamento; il piano di recupero è uno strumento urbanistico di iniziativa pubblica realizzato con un approccio settoriale, che si configura tuttavia come strumento attuativo del Piano Regolatore Generale"'. Con l'estensione del concetto di recupero anche ad ambiti tradizionalmente esclusi dall'attenzione dei progettisti, che lascia il campo ad interventi, spesso ancora più distruttivi, indicati col nome di "riqualificazione", è possibile:
-   coordinare e selezionare le risorse per intervenire, anche con incentivi, nella riqualificazione del tessuto privato, oltre che organizzare per fasi il recupero del tessuto connettivo pubblico, primo segnale dell'abbandono e del degrado;
-   identificare delle norme di intervento che devono essere coordinate con le norme tecniche attuative del Piano Regolatore Generale, attraverso una serie di sinergie che possono permettere di "regolare la quotidianità delle trasformazioni senza costituire nuovi vincoli; in questo senso risulta molto interessante la strada percorribile di una "normativa in negativo" realizzata attraverso l'osservazione critica, tradotta graficamente, della ricca campionatura del reale, in cui vengono raccolte esemplificazioni e modelli auto-degenerativi (urbanistici ed edilizi), procedure costruttive, effetti sulle relazioni percettive del paesaggio, e via dicendo.
postato da: prismalo alle ore 13:42 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 22 aprile 2007

La pedonalizzazione dei centri storici

Pedonalizzare i centri storici delle città per liberarli dalla congestione del traffico, per restituirli alla
loro funzione «civile», per restituirgli la dimensione «umana». Certamente. Ma , innanzitutto, di che
« centri storici » si tratta ?
Ci sono centri storici di origine medioevale rimasti sempre alla loro primitiva dimensione pedonale, dove dunque la « pedonalizzazione» è non solo possibile, non solo auspicabile, ma addirittura doverosa.
Ci sono centri storici di origine o di rifacimento moderno per i quali la pedonalizzazione è intervento per lo meno estraneo alla loro logica strutturale; intervento che forse può rendersi necessario in certi casi come misura di emergenza, ma che, come tale, deve essere attuato nella maniera più contenuta, e con la massima attenzione a tutte le conseguenze vicine e lontane che può avere.
Intanto, quali sono all'origine le cause della congestione? E, un a volta conosciutele, il modo più producente di agire non è proprio quello di intervenire su queste cause?
Noti c'è dubbio che la congestione del traffico nei centri storici sia essenzialmente conseguenza dell'altissima densità edilizia abbinata all'intensissimo sfruttamento delle volumetrie costruite. La congestione era già presente nella Londra della prima metà dell'ottocento; e si trattava, allora, di un traffico di carrette, carri, carrozze ed omnibus a cavalli.
Il traffico motorizzato e, in seguito, la motorizzazione individuale hanno certamente generalizzato ed acuito lo stato di congestione; ma questo è successo in molta parte perché, di pari passo con lo sviluppo dei mezzi di trasporto, si è incrementata l'intensità d'uso del suolo delle aree centrali, proprio con l'illusorio miraggio che i nuovi mezzi di trasporto ne consentissero all'infinito una sempre più agevole e più celere raggiungibilità. Poi, di colpo, dalla massima permissività si è passati al divieto assoluto, alla pedonalizzazione.
La Piazza del Duomo di Milano è nata nell'800 - negli anni di avvio del processo unitario di un’Italia ancora contadina, arretrata e con vasti residui feudali - come uno dei primissimi atti di volontà di una città che ambiva a collocarsi al livello dell'industria, del commercio e della finanza europei.
Questa piazza è nata per il traffico dei veicoli; è nata col tram, anche se il tram era ancora a cavalli e gli altri veicoli erano carri e carrozze; è nata con geometria e di dimensioni di piazza veicolare, e con la funzione dichiarata di centro di una città la cui scala di espansione era ormai quella veicolare, non più quella pedonale.
I locali pubblici, le banche e i negozi che si affacciano sulla piazza, ideati e costruiti in un tutt’uno con i Portici e la Galleria, non sono fondaci o botteghe medioevali, ma elementi della grande distribuzione commerciale ottocentesca, le cui dimensioni, in larga misura valide tuttora, sono sostenibili soltanto alla scala della. città veicolare.
La Piazza del Duomo di Milano non è dunque rinascimentale, o medioevale: non è Piazza S. Marco, non è la Piazza Ducale di Vigevano o quella del Duomo di Spoleto. Non è la stessa piazza che era prima della sua trasformazione ottocentesca.
Le considerazioni fatte per la Piazza del Duomo valgono per lutto il centro «storico» di Milano.
Il centro di Milano come noi oggi lo conosciamo è di ricostruzione tardoottocentesca: una ricostruzione avviata proprio col primo sviluppo del traffico meccanico, proseguita poi di pari passo con l'estendersi della rete tranviaria - sui cui moduli sono state dimensionate vie e piazze - mentre nasceva l'automobilismo, e conclusasi sugli stessi schemi verso la fine dell'ultimo periodo postbellico, ossia con l'inizio degli anni 60. Il centro di Milano non conserva più nulla di medioevale di rinascimentale, salvo poche chiese e pochi palazzi ormai completamente inseriti nell'ambiente moderno; per struttura quindi, ed inoltre per dimensioni, non può essere posto sullo stesso piano dei centri medioevali di molte città italiane dove il primitivo dimensionamento pedonale si è conservato sia nell'angustia delle vie che nella limitatezza delle dimensioni complessive.
Il centro di Milano converge nella Piazza del Duomo, concepita con lungimiranza ottocentesca - ripetiamo: con lungimiranza ottocentesca - come un imponente scambiatore di circolazione. La ricostruzione moderna del centro ha esasperato la con formazione radiale data alla città nel rinascimento: è infatti nell'ultimo secolo che sono state aperte alcune importanti radiali prima inesistenti, come la Via Dante (dal Duomo al Castello) e la Via Torino, e che sono stati collegati alla Piazza del Duomo i corsi delle porte Vittoria, Romana, Ludovica, Ticinese, ecc., in precedenza attestantisi su quanto rimaneva del perimetro della Milano romana, ovviamente rettangolare. Milano possiede da orinai un secolo quella che è forse la prima, la più vasta e la più razionale isola pedonale fra quelle di tutte le città moderne: “la Galleria”.
La Galleria di Milano, geniale intuizione del Mengoni, più volte imitata sia pur in dimensioni ridotte, oltre ad essere un notevole monumento architettonico dei tempi moderni, dal punto di vista urbanistico e viabilistico è una vasta area pedonale concepita e costruita in contemporaneità, in contiguità ed in unico assieme con la grande piazza veicolare, con la Piazza del Duomo.
L'ottocento ed il postottocento hanno dedicato particolare attenzione ai problemi della via urbana e dei suoi servizi, visti quali strutture portanti dell'intero assetto urbanistico, tanto da potersi parlare di un periodo di particolare civiltà nei confronti di questo fondamentale elemento sia dell'arredo che della funzionalità del centro abitato. Le strade urbane «ottocentesche» sono state dimensionate con tale larghezza da resistere nella maggior parte dei casi, tanti anni dopo, all'urto della motorizzazione di massa; sono state dotate di fognature e di marciapiedi, non di rado sono state alberate, interrotte da piazze, ordinate progressivamente dalla piccola via di quartieri ai corsi e ai grandi viali.
Purtroppo l'urbanistica attuale, in contrasto col graficismo velleitario delle strade espresse e degli assi attrezzati, in realtà ignora i veri problemi della strada urbana, e li disprezza col fatto stesso di definirli « tecnologici ».
I risultati di tale atteggiamento sono riscontrabili nel caos edilizio ed urbanistico dei “quartieri di espansione”, dove le vie che circondano i palazzoni di otto piani sono in realtà spazi informi e non organizzati, privi di verde, privi di fognature, di marciapiedi e di luoghi riservati allo stazionamento, «bitumati» in qualche modo o abbandonati per lungo tempo allo stadio della terra battura, privi di ogni logica correlazione tra loro, con pendenze folli quando si tratti di città collinari.
postato da: prismalo alle ore 21:34 | link | commenti
categorie: urbanistica

La città postindustriale e la sua immagine di città migliore

Parlando dello sviluppo delle nostre città, utilizziamo sempre più spesso l'aggettivo “postindustriale", in questa parola è implicita l'immagine di una città diversa e migliore dell'attuale, di una città che rappresenti un superamento e un salto di qualità rispetto alla caotica metropoli industriale.
Ma per arrivare a questo risultato che tutti auspichiamo, dobbiamo innanzi tutto interrogarci sul presente, proponendo progetti e soluzioni concrete. Forse mai come in questi anni parlare del futuro significa in primo luogo conoscere minuziosamente e valutare globalmente la realtà. Pensare al futuro partendo dal quotidiano vuol dire prendere coscienza della complessità dei fenomeni che abbiamo di fronte, rifiutando ogni riduzionismo. Per esempio, analizzare e programmare la città per funzioni elementari fisicamente distinte (residenza, produzione, terziario pubblico e privato, servizi pubblici e privati) è un procedimento troppo semplice, inadeguato a esprimere i molteplici processi innovativi della città reale. In quest'ultimo decennio la geografia urbana del nostro Paese (e di tutte le nazioni ad economia avanzata) attraversa una fase particolare, nella quale possiamo individuare la fine degli "armi delle quantità".
I processi di inurbamento tipici del periodo del boom economico sono ormai finiti. Dal punto di vista quantitativo, l'incremento urbano ha raggiunto il livello della crescita zero. Dobbiamo perciò situarci in un'ottica diversa cominciando a ragionare su problematiche di tipo qualitativo. Dobbiamo adottare un altro punto di vista e trovare strumenti culturali e operativi nuovi. Se in passato potevano essere valide le tecniche urbanistiche basate sulle verifiche e le programmazioni basate sugli standard, oggi ciò non è più vero: gli standard non possono essere applicati agli obiettivi di ordine qualitativo. L'obiettivo della riqualificazione urbana sarà perseguito con molteplici strumenti sociali ed economici, funzionali ed ambientali certamente non riducibili alla semplice applicazione meccanica di una serie di standard. La tecnica della zonizzazione funzionale (oggi definita in chiave critica "ideologia dello zoning") corrispondeva a una visione semplificata del fenomeno urbano: una visione che forse risultava utile per gestire la turbinosa espansione della città, ma che certamente è inadeguata a rispondere della complessità delle esigenze contemporanee. La città postindustriale non può fare riferimento ad alcun modello preconcetto. L'idea stessa di raggruppare alcune funzioni in specifici ghetti geografici urbani appare oggi priva di senso. L'interesse della comunità non può essere costretto né all'interesse di un singolo, né all'applicazione meccanica di precetti normativi puramente parametrici: uno spazio edificato o vuoto può contribuire alla ricostruzione dell'habitat urbano anche con moduli diversi da quelli ritenuti utili o coerenti secondo una logica quantitativa. Perciò diviene più proficuo far riferimento al concetto di "paesaggio urbano", inteso come l'insieme delle funzioni individuali e associate che si esplicano in una città e, al tempo stesso, come l'ambiente fisico nel quale queste funzioni si manifestano.
Parlare di "paesaggio urbano" significa soffermarsi sulla complessità urbana, essere consapevoli del fatto che la città non si costruisce per sommatoria di addendi, ma tramite la sinergia prodotta dalle interdipendenze delle sue componenti. La città reale è un insieme unitario nel quale convivono, interagendo costantemente, le dimensioni individuali e quelle collettive, le private e le pubbliche. In questa logica appare scorretto affrontare la questione del riuso delle aree industriali nell'area metropolitana milanese quasi fossero occasioni estranee all'articolazione del fatto urbano e suscettibili di una nuova gestione autonoma e autosufficiente.
La questione fondamentale degli anni delle qualità sarà quella del riuso, per parti, del manufatto urbano nel suo complesso e non del semplice riuso del singolo manufatto edilizio. Questo processo, finalizzato alla riqualificazione del paesaggio urbano, dovrà essere gestito all'interno della complessità del fenomeno urbano, e mai ridotto al semplice e specifico riuso di un manufatto edilizio, qualunque sia la sua dimensione fisica. In questo particolare momento storico le funzioni dismesse offrono alla città spazi e contenitori disponibili per un rinnovamento da verificare all'interno di un bilancio ambientale globale. Sarebbe un gravissimo errore valutare queste opportunità nell'ottica del semplice bilancio aziendale/immobiliare. Il fenomeno della riconversione produttiva offre a tutta l'area metropolitana milanese un'occasione storica irripetibile.
Occorre conciliare il diritto del privato e il dovere della collettività di programmare e gestire le strategie urbane complessive, perfezionando un rapporto non ancora maturato. Diventa necessario impostare il rapporto pubblico-privato su una base diversa, coscienti del fatto che l'autonomia programmatoria e operativa di ciascuna delle due parti è inadeguata a creare le sinergie che potrebbero e dovrebbero prodursi in casi del genere. La strada migliore è quella di un rapporto paritetico, in cui il momento pubblico dovrà gestire le strategie generali e il momento privato verificare le diverse fattibilità da un punto di vista imprenditoriale e manageriale, vagliando le diverse alternative possibili.
Invece di estrarre dal contesto del manufatto urbano un brano di territorio e un contenitore edilizio costruito in altri tempi, dovremmo concentrare l'attenzione proprio al contesto nel quale territorio ed edificio appartengono, dando vita ad un nuovo e complessivo progetto d'ambiente. Servizi pubblici e privati, loro quantità e qualità, rapporto del sito con la futura riorganizzazione generale della mobilità: queste sono le coordinate di valutazione e di riferimento preprogettuali per l'imprenditoria pubblica e privata. Ciò significa che il bilancio (economico e sociale, privato e pubblico) di ogni intervento riguarderà un'area più ampia di quella di una funzione dismessa. Proprio per questo, ogni area potenzialmente disponibile per nuove funzioni non dovrà ritrovare solo in se stessa le risorse adeguate al rinnovo.
Gli strumenti della normativa urbanistica tradizionale espressa dalla legislazione nazionale e regionale sembrano però inadeguati: fino ad oggi, l'enfasi posta sulle verifiche quantitative non ha lasciato molto spazio alle esigenze qualitative, in particolare nel caso di un generale riuso per parti del manufatto urbano. Connotare propositivamente gli strumenti urbanistici esistenti (penso soprattutto ai piani d'arca) potrebbe permettere verifiche sempre più affinate, capaci di aprire la strada a tentativi di sperimentazioni concrete.
Gli strumenti urbanistici dovranno trovare ambiti e spazi più estesi delle semplici prescrizioni funzionali-quantitative: il paesaggio urbano offerto alla percezione visiva è un fatto plastico unitario, fortemente connotato dalle diverse funzioni in esso contenute, non comprensibile nella logica di un egualitarismo di edificazione nella suddivisione funzionale della città. Per praticare progetti finalizzati realmente alla riqualificazione urbana, anche la normativa deve aprirsi alla dimensione qualitativa, trovando dei parametri più sofisticati e aderenti alla realtà dei semplici standard urbanistici.
Ma è proprio da queste valutazioni che emerge l'impossibilità di considerare l'insieme delle aree dismesse come una serie di presenze casuali nel tessuto urbano, per le quali è sufficiente indicare una generica destinazione urbanistica e un nuovo indice di edificabilità.
Limitarsi a fissare una serie di norme tecniche e di nuove funzioni generalizzate per le antiche aree industriali significherebbe deprimere le enormi potenzialità che abbiamo di fronte. Occorre invece una globale ricognizione conoscitiva di questo patrimonio: una ricognizione pubblica e privata sulla quale converranno proposte alternative, all'interno di un civile dibattito collettivo sul futuro della città e le sue reali occasioni di riqualificazione. Ottenuta una visione d'insieme (precisata punto per punto nel territorio, nell'identificazione dei bisogni e nella valutazione delle risorse) si potranno elaborare scenari d'intervento basati sul principio della compensazione territoriale. Questa metodologia imporrà una costruttiva verifica del rapporto esistente tra le singole occasioni d'intervento e la struttura d'insieme della città e del territorio, consentendo di calibrare più attentamente le azioni da intraprendere.
La cultura urbanistica anglosassone ci ha preceduti su questo terreno, definendo con il termine town design (disegno urbano) la progettualità mirata alla ricostruzione del paesaggio urbano. Come è stato ampiamente chiarito dai teorici di questa disciplina, il disegno urbano richiede una specifica attenzione alle dimensioni architettoniche e morfologiche di ogni sito, non generalizzabili da norme univoche.
Gli strumenti dei piani particolareggiati e dei progetti planovolumetrici, pensati per le esigenze dell'espansione urbana quantitativa, hanno dimostrato una carenza strutturale per quanto problemi legati alla riqualificazione urbana. Riportare queste problematiche nella dimensione dell'edilizia reale, del fatto urbano vissuto concretamente, risulta ormai una necessità inderogabile da affrontare con strumenti politici, culturali e tecnici diversi da quelli di cui disponiamo attualmente.
postato da: prismalo alle ore 00:36 | link | commenti
categorie: urbanistica

“Ambiente urbano”: uno spazio significante

L'universo dei fenomeni che rendono significante l'ambiente urbano, che contribuiscono alla sua qualità anche se non a risolverne le contraddizioni, per la sua intrinseca complessità e le molteplici implicazioni costituisce un ambito che il progetto deve affrontare attraverso un approccio sistematico.
Attualmente la città non "significa" per tutti: essa è comprensibile solo da un ristretto numero di tecnici e di specialisti che operano nel campo della pianificazione ed è accessibile solo a coloro che, per cultura e possibilità economiche, sono in grado di sfruttarne integralmente le opportunità. Al contrario, una gran parte della popolazione resta emarginata, sradicata. Invece di essere soggetto della realtà urbana, la gente ne resta unicamente oggetto. La non-partecipazione è causata dalla condizione economica del singolo, da determinate situazioni di lavoro, dalla mancanza di tempo libero e dal sottosviluppo culturale, fattori che privano le masse degli strumenti necessari alla comprensione del fenomeno urbano e, perciò, alla loro evoluzione. Lo studio dei significati dell'ambiente urbano e dei modi di esprimerli non basta certo da solo a rispondere a questa situazione. La portata reale del problema è tale per cui risulta evidente che un intervento di piccola scala può fornire solo contributi complementari senza affrontare le incongruenze tipiche della collettività: queste implicano invece un'azione di tipo politico. D'altro canto, in un contesto compromesso e comunque provvisorio rispetto a situazioni più evolute ma di laboriosa conquista, è ugualmente interessante e necessario ottimizzare certe strutture esistenti e proporne di nuove che permettano una più profonda coscienza collettiva della dimensione urbana: occorre fornire gli strumenti perché i cittadini siano sempre più consapevoli della realtà che li circonda, perché abbiano la possibilità di immaginare nuovi scenari, di praticare delle scelte, di esprimere delle opinioni nei confronti dell'ambiente e di evolverlo. Se consideriamo la città come uno strumento molto complesso in grado di offrire ai suoi abitanti una serie di servizi e di occasioni, è necessario diffondere la consapevolezza che la gente ne è proprietaria.
postato da: prismalo alle ore 00:34 | link | commenti
categorie: urbanistica

I “non luoghi” del territorio cittadino

Il concetto di "non-luogo" proviene da alcuni recenti contributi dell'antropologia urbana e, in modo particolare, dalle riflessioni di uno studioso francese, Marc Augé, che recentemente ha pubblicato un saggio intitolato Nonluoghi. Questo libro rappresenta una introduzione ai problemi dell'antropologia urbana non tanto in chiave urbanistica e architettonica, quanto sul piano della fruizione simbolica degli spazi metropolitani. Proprio a questa realtà è associato il concetto di "non-luogo": il non-luogo nel territorio, nella città, ma anche in alcuni suoi spazi specifici (le interconnessioni urbane, gli aeroporti, i supermercati, le grandi attrezzature per il tempo libero). Per una complessa serie di ragioni, in questi luoghi è venuta a mancare un'identità collettiva; qui vivono o passano migliaia di persone: dal punto di vista della quantità esse sono ben riconoscibili, ma la qualità del rapporto che ogni individuo intrattiene con il proprio habitat sociale e artificiale è di carattere totalmente individuale. Si è molto più soli, infatti, dice Augé, in un luogo pieno di persone piuttosto che in un posto senza nessun altro. Questo fenomeno domina la plasmazione del nuovo tessuto urbano: innanzi tutto lo spazio, il tempo e le relazioni non sono più esperienze riconducibili a segni, testimonianze, architetture, monumenti in grado di incarnare una riconoscibilità storica, simbolica, laica o religiosa che sia.
Questo fenomeno, legato alla frantumazione del tempo e dello spazio, non è certamente affiorato in questi ultimi anni; su questa crisi, infatti, il movimento cosiddetto Il post-moderno ha costruito una nuova poetica del costruire e un altro concetto di città, che io ho sempre combattuto. Le origini della disidentificazione risiedono quindi nella crisi della modernità, che ci costringe a rivedere lo stesso il concetto di "relazione". Ma la trasformazione dei concetti di "spazio", di "tempo" e di "relazione" trova radici molto più remote di quelle rintracciabili nella poetica post-moderna. Peter Burger, in Teorie ed avanguardia, mettendo in relazione le ricerche delle avanguardie artistiche di questo secolo con l'attività progettuale, evidenzia alcune contraddizioni che ritiene siano la causa di una pervasiva mancanza di chiarezza progettuale. Le grandi avanguardie artistiche avevano già agli inizi del secolo messo in crisi i concetti che stiamo discutendo. Il Cubismo, il Dadaismo e il Surrealismo, fino ai movimenti contemporanei, avevano accelerato il processo di decostruzione del processo artistico, scientifico e conoscitivo tipico dell'Ottocento positivista, delineando una visione del mondo utopica, più sincronica che diacronica, meno rispettosa della concezione classica della storia, più propensa a frantumare le nozioni tradizionali di "contesto", di "spazio", di "tempo", di "relazione" tra fruitore e opera d'alle. Ad esempio, il Cubismo riconduce il tempo e lo spazio universali all'interno di un tempo e di un spazio convenzionali rappresentati dalla tela, con l'immediato effetto di appiattimento visivo.
Parallelamente alla crisi di questi tre concetti fondamentali, corre, secondo Burger, la crisi della specificità tecnico-espressiva. Quest'ultimo aspetto della produzione artistica è investito, in modo più o meno consapevole, da espedienti di tipo sinestetico, secondo cui si assemblano oggetti, linguaggi, tecniche, immagini e materiali che prima erano ricondotti a precisi settori della realtà e inquadrati all'interno di precisi codici. L'insieme di questi assunti critici fa crollare la valenza contestuale e localistica dell'arte, creando una forte tensione verso l'internazionalità dell'arte stessa, che dimentica le proprie radici culturali.
Il Futurismo, ad esempio, è il movimento che ha avuto in quegli anni una maggiore diffusione a livello internazionale (aveva seguaci in Giappone, in Russia, in America Latina, ovvero in ambiti ben al di fuori del suo contesto di origine). Questa condizione culturale arriva a corrodere, all'interno delle arti, alcuni concetti, alcuni valori, alcune certezze che fino a un certo punto sono stati fondamentali. Ovviamente, tutto questo ha avuto e ha relazioni anche con le attività progettuali. Burger, tuttavia, mette in rilievo che non è possibile trasferire tout court i contributi delle arti stesse alle attività progettuali. Questo però è avvenuto in modi e tempi diversi e forse ha contribuito a mettere in crisi anche i concetti di "spazio", "tempo" e Il relazione" in rapporto alla città. Non c'è un legame diretto tra i due ambiti; tuttavia, questo grande serbatoio di ricerche rappresentato dalle avanguardie artistiche è stato completamente travasato nell'attività progettuale.
In un vecchio libro intitolato “La linea analitica dell'arte moderna”, analizzando l'arte dall'Ottocento alla Pop Art, introduce i concetti di "tendenza iconica" e di "tendenza aniconica" che attraversano, secondo l'autore, tutti i fenomeni artistici di questo secolo. L'arte mette in crisi, in maniere diverse, il concetto tradizionale di "referenzialità", cioè di rapporto con il mondo; l'opera non è più rappresentazione del mondo, ma diviene una forma di autorappresentazione sia per quanto riguarda la ricerca aniconica (quella non figurativa) sia in quella di tipo iconico; infatti, anche la Pop Art e l'Iperrealismo, pur essendo apparentemente legati in un modo quasi magico alla realtà, nulla hanno a che fare con essa. L'Iperrealismo, ad esempio, pur imitando in modo parossistico la realtà, ne mette in crisi i fondamenti utilizzando le medesime regole della rappresentazione figurativa. Questa straordinaria forza illusionistica crea una realtà plausibile, che però all'improvviso si palesa per ciò che è: una interpretazione che si avvicina asintoticamente al mondo reale, ma che non lo è mai.
L'arte diviene quindi autosignificante e autoreferenziale e nulla ha a che fare con il mondo reale. Ma questa separazione, in verità, non è drammatica per l'arte; lo diventa invece quando si ripropone nelle attività progettuali. Lo spazio, il tempo e la relazione, per quanto riguarda le attività artistiche, non hanno alcun legame con lo spazio, il tempo e la relazione della dimensione storica e naturale. Da ciò il fallimento dei concetti di "contesto", di "storia", anche in relazione a molte esperienze architettoniche e urbanistiche recenti: Las Vegas è a tutti gli effetti una città senza storia. Il trasferimento di questo fenomeno di crisi della storia dall'ambito artistico a quello progettuale abbia prodotto degli effetti devastanti. L'industria culturale è quindi un sistema internazionale che non tiene conto della peculiarità dei luoghi e dei paesaggi umani se non in modo assolutamente pretestuoso. Un esempio è il modello Disneyland, con la sua diffusione mondiale (Parigi, Tokio, Osaka), a dispregio di ogni contesto.
Questo atteggiamento fa sì che la città perda progressivamente la propria personalità, si internazionalizzi e si omologhi sempre di più, come se i modelli di funzionalità, tipici, ad esempio, di un ipermercato, possono divenire modelli comportamentali per l'ambiente urbano. Tutte le città, per certi versi, mostrano analogie e non differenze. La città, dice ancora Augé, è un luogo ove è possibile dare vita a comunicazioni e a relazioni con il mondo in tempo reale. Le tecnologie rendono infatti possibile una circolazione delle informazioni di cui non si può rintracciare la fonte; la città è un luogo dove domina una sorta di ipertestualità che non rispetta né il contesto da cui proviene né quello in cui giunge; ogni testo infatti proviene da una storia, da un paesaggio umano, mentre l'ipertestualità interviene invece sul testo facendo a meno delle origini materiali, usandolo come occasione per nuovi costrutti interpretativi (l'ermeneutica esercita da sempre questo tipo di attività): architetture, monumenti, attrezzature sono ipertestuali in quanto non tengono conto delle coordinate della tradizione.
La vita delle persone, secondo Augé, è allora dominata da un processo di individualizzazione. La crisi dei codici, del contesto, dei riferimenti e del linguaggio porta a uno spaesamento del soggetto, a una banalizzazione della propria esperienza, alla negazione dei modelli collettivi di riferimento, accentuando un rapporto totalmente individuale tra il singolo e la propria città, come se questa divenisse un insieme di tante monadi. Questo fenomeno ha conseguenze enormi nei confronti dei comportamenti sociali; gli studi sulle grandi periferie europee prendono in esame le manifestazioni di disagio e di trasgressione, sempre riconducibili a questa sorta di anonimia e di alienazione tipiche della realtà urbana, dove ciascuno ritiene di costituire il centro del mondo, di essere la città intera.
postato da: prismalo alle ore 00:14 | link | commenti
categorie: urbanistica