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sabato, 26 maggio 2007

LA NUVOLA FREDDA

“…Vi è la paura di sbagliare quando si compie un’azione, ma tale paura non deve impedirci di compiere tale azione.”
 
In un antico proverbio orientale, si dice che una decisione deve essere presa nello spazio di sette respiri. La vidi camminare per strada; me ne bastò uno solo.
Capii subito il suo ruolo nella commedia della mia vita, poteva fare solo la protagonista in una storia, la mia, che fino a quel momento non aveva certo brillato per il talento degli attori.
 
I giorni si susseguivano, mentre le stagioni rallentavano il loro corso naturale.
Il tempo si fermò a Novembre.
La pioggia, copiosa e fredda, scendeva su tutta la città, creando atmosfere già viste, atmosfere gradevoli, portando con se profumi di malinconia.
 
La scenografia perfetta di una triste commedia d’amore.
La pioggia, unica vera protagonista.
La pioggia, si; quell’insieme di emozioni, quel gusto dolce amaro, quell’inebriante gusto di cambiamento che porta con se.
 
Piove. Un rumore armonico, una melodia che concilia il sonno, che concilia l’amore.
Ci si ama mentre piove e più spesso capita che piova mentre ci si ama; come a stabilire una gerarchia naturale, come a far capire a chi per amore non riesce più a vedere, che tutto finisce, tutto passa.
Tutto scivola via come una goccia su di un vetro, come le mie dita sul corpo di lei.
 
Un corpo umido, caldo e con il viso bagnato dalle lacrime.
Lacrime che scendono piano, in silenzio, senza disturbare.
Lacrime che hanno lo stesso sapore dolce – amaro di un temporale.
Lacrime che dicono tutto senza l’aiuto delle parole.
 
Un gesto.
Un simbolo.
Un addio.
Proprio come il naturale susseguirsi delle stagioni, così anche nella vita il susseguirsi di emozioni è un ciclo perenne.
 
Lei si girò sul fianco destro, io mi alzai in piedi.
Mi diressi verso la finestra appannata della nostra camera, spostai la tenda e guardai fuori.
Era Novembre e pioveva.
Per le strade nessuno, nelle case l’amore; l’amore di tutti, non più il mio.
 
Dicembre aspetta!!!
Si. Hai capito bene, aspetta. Dormi ancora un po’ di tempo, dormi quello di cui ho bisogno per riconquistarle il cuore.
La pioggia continuava a scendere copiosa e fredda, ma Novembre ha fretta, ha fretta di lasciare il suo posto. È stanco di piangere per le cause tristi.
 
Se potessi fermerei il tempo, fisserei il giorno, l’ora, l’attimo.
L’attimo in cui i nostri cuori si sono toccati, anche solo per un secondo.
Vivrei solo di un istante, un prezioso momento, che darebbe senso a tutta una vita.
Lasciai scivolare la tenda dalle mani e tornai nel letto da lei, che aspettava una carezza.
 
Mi coricai vicino a lei, sul fianco destro, abbracciandola.
Ad un certo punto mi alzai di scatto, sudato.
Svegliato dal rumore del mio vecchio ventilatore tropicale.
Il letto disfatto ma vuoto, tra le braccia un cuscino.
 
 
Oggi ci sono 32° e l’umidità è del 90%…ormai siamo in piena estate.
postato da: prismalo alle ore 14:00 | link | commenti
categorie: racconti
giovedì, 11 gennaio 2007

Cos’è la città?

La città è il molteplice insieme di quello che siamo.
La città è equilibrio. La città è pieno e vuoto.
È qualcosa che ha bisogno del fare per essere ed è quando tutto si svolge.
È un mondo dentro un mondo, come tante matriosche in cui il cuore è sempre diverso.
 
La città è una forma che si moltiplica.
È un’animale sempre vivo, che muta col tempo e cambia pelle di continuo.
Nasce, muore e risorge come una fenice dalle ceneri dei palazzi.
La città è un laboratorio dove tutto si crea e tutto si trasforma, si moltiplica e spesso di riscopre.
 
La città non ha confini e se li possiede li rifiuta.
La città è melassa vischiosa che avvolge e ingloba ciò che prima erano gocce sparse.
Quello che è residuo diventa cuore e ciò che è cuore diventa residuo.
La città è un gioco di cui nessuno conosce le regole ma a cui tutti sanno giocare.
postato da: prismalo alle ore 18:27 | link | commenti
categorie: racconti
giovedì, 12 ottobre 2006

Venti di guerra - parte I -

Venti di guerra…
Vent’anni e una vita vissuta tra incertezze e valori più o meno giusti.
Venti di guerra…
 
Mi ritrovo in un vortice di notizie che travolge tv e giornali di tutto il mondo al grido di una frase che risuona sorda e cupa nell’aria: “la guerra è alle porte!”.
Mi faccio domande. Domande a cui non so dare risposta perché le risposte le devono darle gli altri, dovrebbero darle i capi di Stato.
 
Proprio così… dovrebbero, perché ai Grandi nulla importa del senso delle cose, tanto meno del destino del mondo, comodamente seduti nelle loro poltrone imbottite.
Mi fermo per un attimo a pensare… oggi mi voglio sedere su d’una di quelle poltrone importanti, oggi voglio decidere.
 
Penso. Penso, e mi ritrovo in un labirinto di notizie, associazioni, servizi segreti, governi ombra, finti amici che mi consigliano per fare la cosa giusta e veri nemici da quali dovrei difendermi per colpa di ragioni sbagliate, ma poi, alla fine, tutti vogliono una cosa sola: il potere.
 
Penso. Penso all’antica Roma, ai gladiatori, alle grida nelle arene, agli applausi di folle maestose e rivedo millenni di storia in cui la guerra è, da sempre, parte fondamentale della nostra vita.
 
Venti di guerra… venti che portano con loro immagini disegnate sulla sabbia fine. Venti che trasportano le lacrime di chi non c’entra, lacrime che si mischiano al sudore di caldi paesi.
Sono ancora seduto sull’importanza del comando, seduto nella stanza dei bottoni e mi accorgo che con un semplice gesto posso spegnere il sorriso di un bambino o distruggere i sacrifici di una famiglia povera o ricca che sia.
Forse dovrei essere contento. Forse dovrei aver paura.
 
Nella stanza dei bottoni posso ordinare di far rispettare le leggi o far sorridere altri bambini.
Certo! Ora devo essere contento!
Ma ora posso essere felice?
Non lo so… c’è odore di guerra nell’aria e il tempo non aspetta.
Nella stanza ovale posso schierare la pace di eserciti giusti, stipulare accordi e decidere di annullare minacce scomode ma, alla fine, tutti vogliono sempre e solo una cosa: il potere.
 
Io. Nella stanza ovale, davanti ad una scrivania in mogano scuro, solo con i miei pensieri e decisioni da prendere… Dio, dove sei?
Dio non c’è, non esiste, mentre devo governare una Nazione ricca.
E ora ho deciso… ora è giusto…
Si sente da giorni l’odore della guerra nell’aria… e guerra sia…
Click!!!
postato da: prismalo alle ore 23:16 | link | commenti (2)
categorie: racconti

Venti di guerra - parte II -

Non era poi così difficile dare un ordine.
Non era poi così difficile dimostrare coraggio.
Il mio nemico non ha divisa, so che è nel torto per il semplice fatto che io uccido per la libertà del mio Paese.
È così… sono nel giusto.
 
Si dice che a volte le parole possano far male.
Ma uno schiaffo può far male?
Si… credo di si, ma è qualcosa che poi passa, che se ne va, lasciando solo un brutto ricordo o qualche lacrima sul viso.
Quanto può far male una bomba? Non lo so!
 
Tanto, se ci sono venti morti, pochi se ce ne sono due, ma se ci sono solo feriti come si fa a quantificare il danno?
Esistono formule di alta economia per questo. Si calcola il danno e vi si corrisponde un rimborso, che nella maggior parte della volte si riduce ad una valigetta medica, generi di prima necessità e qualche campo profughi in zone acquitrinose e maleodoranti.
 
Resto ancora nella stanza dei bottoni, la guerra è eccitante. Il potere è eccitante.
Dio, dove sei… Dio non c’è, non esiste, per oggi sono io il giudice.
Sorrido mentre ordino l’assalto. Un sorriso compiaciuto il mio.
Mentre impartisco ordini, penso, perché anch’io ho una coscienza, e cerco di capire alcune piccole differenze… ad esempio, che differenza c’è tra lo sganciare una bomba o tremila.
 
Rifletto e arrivo alla conclusione che la scelta importante non sta nel numero, ma nell’ordine e così viene naturale optare per un bombardamento massiccio.
Io avevo deciso, io ero nel giusto.
Cadono come angeli stanchi, le bombe.
Angeli neri, angeli di morte e di liberazione.
Il torto accompagna la loro discesa, perché se non uccidono portano con loro sofferenza e lente agonie.
Se non uccidono fanno solo più male.
Porteranno rancori, toglieranno sorrisi, trasformando la tranquillità in vendetta.
postato da: prismalo alle ore 23:15 | link | commenti
categorie: racconti
lunedì, 25 settembre 2006

Una calda giornata d’estate

Era una calda giornata di giugno, quando vidi una ragazza ferma alla stazione dell’autobus. Aveva gli occhi grandi, due occhi pieni di speranze, che vedevano il mondo con viste diverse e sfumature tenue. Erano come i miei alla sua età.
Erano. Proprio così… erano, perché col tempo s’incomincia a capire che molte nostre idee sono sbagliate, o forse, solo mal interpretate e quello sguardo diventa più freddo.
Il mio orologio segnava appena le tre del pomeriggio; c’era ancora tempo prima del mio appuntamento, decisi così di scambiar quattro chiacchiere con quella ragazza che tanto mi faceva pensare ai momenti belli della mia vita.
Si chiamava Cleo, ma lo scoprii solo in seguito.
Era una giovane ragazza di 23 anni, rossa, con i capelli ricci molto folti e lunghi, fin sotto le spalle. Una carnagione chiara, con lievi lentiggini sulle guance e sul nasino alla francese. Due occhi verdi, profondi e brillanti, una bella bocca con labbra sottili ma ben definite e sopracciglia sottili che le disegnavano uno sguardo dolce, da gatta.
Era un viso semplice ma con bei lineamenti.
Stava guardando con attenzione il tabellino degli orari posto sulla colonnina della fermata. Il servizio garantiva la frequenza di un autobus ogni cinque minuti, ma erano ormai mesi che a causa degli innumerevoli cantieri, faceva puntualmente ritardo. L’unica cosa da fare era aspettare… tanto, era una bella giornata.
Fu questo l’argomento con cui cominciai il discorso con quella ragazza e lei, dal canto suo, non poté far altro che concordare con me sul fatto che, in ogni caso, oggi era davvero una bella giornata.
Ci mettemmo così a parlare del più e del meno e notai che in mano teneva una cartelletta di cartone pesante, con sopra disegnato un pentagramma, una chiave di violino e le sette note musicali.
Fui incuriosito da quel disegno e le chiesi con molta tranquillità se fosse per caso una musicista, lei orgogliosa mi rispose con un si.
Mi disse che doveva andare ad un’audizione presso il teatro dell’Avanguard; era il più piccolo della città, quello con l’acustica migliore.
Arrivò il suo autobus, ci salutammo e ci lasciammo con un sorriso, lei salendo verso i suoi sogni e io incamminandomi verso il mio appuntamento.
Arrivato al mio appuntamento, prima di salire, mi guardai un po’ in giro come chi cerca qualcosa che ha appena perso; guardai il cielo e lo vidi limpido, ripensai a Lei e sorrisi.
Oggi era davvero una bella giornata…
postato da: prismalo alle ore 18:57 | link | commenti (1)
categorie: racconti
sabato, 23 settembre 2006

Notti di… - parte I -

Serate che sembrano non avere fine, cornici dorate ma scolorite ormai dal tempo che passa senza mai arrivare.
Serate in cui ti perdi in bicchieri di birra a doppio malto, a volte per il gusto di sentire quel sapore un po’ denso, altre per dimenticare ricordi scomodi.
Notti da pinta.
Serate lunghe giorni.
Momenti interminabili.
È qualcosa che non sai spiegare, non sai dire perché succede, ma tutti conoscono quelle notti. Le ha cantate Ligabue e in molti le riscoprono attorno ad un fuoco su di una spiaggia d’estate.
Le trovi dentro i bar, nei cinema, nei caffè, abbracciate a persone invisibili avvolte da mantelli di nebbia.
Le senti nelle serate invernali, tra le ossa, con l’umido o il freddo pungente.
Certe notti le trovi nei locali, sotto coperte di fumo, per tenersi caldi i polmoni, al riparo dal freddo di solitudini sofferte. Freddo che senti anche quando hai un cappotto pesante che fa scorrere via l’acqua.
A volte le senti bussare alla porta di casa, magari quando stai guardando il tuo film preferito o forse quando danno in tv l’ultimo poliziesco dai colori sbiaditi.
Altre volte ti trovi in giro per la città, magari quando piove, anzi… è sempre quando piove. Vaghi senza meta o forse cercando proprio quella prefissata. Cerchi gente per scroccare una sigaretta, cerchi occhi dolci dove infilartici per stare al caldo.
Ci sono sere in cui sei solo, o in cui sei circondato da gente che conosci e non conosci.
Le passi dentro i ricordi o cullato in barche addormentate.
postato da: prismalo alle ore 14:54 | link | commenti (6)
categorie: racconti

Notti di… - parte II -

Le senti scorrere sulla pelle, le vedi proiettate sui cartelloni pubblicitari, quelli in cui ti immedesimi per sentirti parte di qualcosa di global, quando tu vorresti solo essere a casa a leggerti il tuo giornale preferito.
Sere no global. Sere tanto alternative da essere troppo classiche.
Serate take way, da gustare al trancio, con la solita e immancabile birra media chiara.
Momenti intensi e vita breve, rincorrendo i lampi del denaro che si spengono sugli alberi come una macchina fuori controllo distrutta a 200 km/h.
Lingue di asfalto per collegare colate di cemento impilate una ad una e decorate come belle donne decadenti, con pietre e specchi di antico splendore.
Paesaggi aridi di aromi, di odori. Sapori.
Giornate fast food, very good, per immortalare il senso del nulla, per far sembrare eccellente quello che solo scarto diventa.
Piccole persone che corrono in scie luminose rosse e gialle.
Amori desertificati dal senso civico e da quello umano.
Piccoli automi messi in catena di montaggio sui rulli della dirigenza.
Sono giornate sempre verdi, o forse solo sempre uguali.
Identificati in cartellini di riconoscimento, per poter mangiare al rinfresco dei convegni o per ricordare il nostro nome e numero di serie, mentre ci presentiamo al nostro nuovo cliente.
Procacciatori di anime vive in cerca di linfa da trasformare in moneta.
L’orologio compie i sui giri stanchi, finendo su quello della fine. Stacchi la presa.
Ti specchi nella tua bella donna decaduta dandole l’ennesimo appuntamento a domani.
postato da: prismalo alle ore 14:53 | link | commenti
categorie: racconti

Gli occhi di Morgana

Si entra sottovoce nei locali, chiedendo una birra media chiara, perché si dice che le montagne danzino silenziose davanti agli occhi di chi popola le terre fredde del nord.
La chiamano fata Morgana, colei che trasforma la realtà in illusione, colei che distoglie l’attenzione portandola su ciò che è irreale e lontano.
Molte persone, con lei, si perdono in pensieri che sembrano non aver fine, altre si sentono perse o solo più spente, ma ci sono anche giorni in cui tutto sembra bello, in cui tutto assume colori vivaci e così magici da farti rilassare e sorridere più di altre volte.
Ci sono persone che sembrano interessanti ed altre che non si notano ma che magari sognano più di tanti artisti, ci sono persone che incontri e altre che perdi, ma è il gusto agrodolce della vita o forse solo un gioco crudele. Ma che fa crescere.
Ti metti in gioco e spesso inizi a scrivere qualcosa di cui non sai ne trama ne finale e ad un certo punto ti accorgi che hai bisogno di condividerlo con qualcuno per stare bene e cominci a cercare persone che siano all'altezza di questo compito, un compito in cui sei tu a stabilire ordine e difficoltà.
Ci sono sere in cui ti perdi in una birra o in una bella donna, ci sono sere stanche e sere vive, come un ciclo che si ripete regolare.
Anche questo è il gusto della vita ed è forse per questo che vale la pena viverla.
Sere strane ce ne sono e ce ne saranno… sempre…
… cameriere…
una pinta doppio malto!
postato da: prismalo alle ore 14:41 | link | commenti (2)
categorie: racconti

La trappola del caldo

“… sento fischiare sopra i tetti un aeroplano che se ne va…”
è estate, un’afosa serata d’estate e mentre alla radio trasmettono musica, Paolo Conte racconta i suoi tempi, i suoi personaggi, le sue storie come piccole gioie nascoste in un vecchio carillon.
Alla tv occhi tristi inseguono fama e quei mitici quindici minuti di notorietà tra talk show che profumano di creme abbronzanti e “speciali” su piaceri e attrazioni che distolgono da una realtà strana quanto afosa. Ma gli occhi restano tristi.
Spiagge chilometriche nascoste da ombrelloni very nice per un’estate last minute in ristoranti fast food ma very good, mentre i nuovi romagnoli dagli occhi o mandorla , dalla pelle ambrata o dai capelli scuri e crespi, girano tra i turisti “regalando” piadine e tappeti, tra massaggi che sanno di cocco e cocchi che massaggiano gengive turistiche.
Profumi di pelle bruciata, di pizza ben cotta, tra sorrisi galeotti e sguardi ammirati nascondono storie che si intersecano tra loro, trama ed ordito di un solo telo da mare e da amare.
In tutto questo un futuro sempre più vicino, ci suggerisce sesso virtuale sul divano, col telecomando amico, mentre il cellulare prepara un caffè e tu, proprio tu, parli con un muro o con il tuo frigorifero per avere un po’ di fresco da versare nel tuo bicchiere d’acqua… e la casa è triste. Vuota.
Tu, triste dentro una casa triste a guardare una tv di persone felici dagli occhi tristi.
Fa caldo!
Accendo il mio nuovo condizionatore, lo porto a 24°… fuori più di 30.
Trenta secondi di piacere poi…
Black out!!!
Si spegne tutto…
Esco a fare due passi: sono quasi le 5.
Trovo un baracchino aperto.
Vedo 1€ di piacere.
Lo compro.
Sto bene!
Mi sento fresco, sollevato…
Ora posso tornare a casa.
postato da: prismalo alle ore 01:48 | link | commenti
categorie: racconti
venerdì, 22 settembre 2006

Il sapore salato del jazz

Notti uggiose, umide, fredde. Notti rubate alle stagioni.
Senza vento volano pensieri di gente comune, per strade che sembrano deserti salati.
Sull’asfalto bagnato si riflettono bagliori di lampioni solitari.
 
Note calde di un jazz si inseguono tra le vie, cercando di scaldare anime sopite, come ninfe di laghi dimenticati danzano su foglie morte.
Scivolano leggere sull’asfalto bagnato, arrivando lontano.
L’utopia di governare la propria vita è il testo di questa colonna sonora notturna.
 
Indosso un soprabito di velluto pesante, il colore è scuro e le scarpe evitano con attenzione le pozzanghere, sulla testa un cappello di feltro.
Piove. Piove, ma le gocce non riescono a bagnare il mio viso.
La pioggia si scansa, lasciandomi in un’apparente stato di normalità.
 
Si spengono le insegne e la città si addormenta lentamente tra le braccia di una musica triste.
Giro per una città ormai buia, che grida nel silenzio dolori recenti.
Una città di cui conosco i percorsi e da cui tento di fuggire, mentre mi lascio cullare da quelle note.
postato da: prismalo alle ore 11:43 | link | commenti (3)
categorie: racconti
mercoledì, 20 settembre 2006

L'incontro - parte I -

L’ambiente era all’aperto, una piazza qualsiasi di una città qualsiasi.
Era sera e aveva appena smesso di piovere forse poteva essere un venerdì sera, i profumi nell’aria erano quelli che si respirano in inverno, quando fa freddo e senti quei profumi di campi, di alberi che ti entrano in testa e ti fanno compagnia. La stagione?! Sul finire dell’autunno e il cominciare dell’inverno.
Aspetto qualcuno seduto sul bordo della fontana, aspetto qualcuno ma non so chi, e a me piace illudermi di stare aspettando proprio te.
Ad ogni modo io aspetto, e mi piace stare in attesa, al freddo, perché ci sono i portici a tenermi compagnia e gli zampilli d’acqua della fontana.
Aspetto che arrivi qualcuno…e qualcuno arriva, perché provo un’emozione ad un certo punto, anche se non riesco a mettere a fuoco il volto.
Le porgo il braccio, come si vede spesso nei vecchi film o quando si guardano foto in bianco e nero…lei si stringe a me, scaldandosi le mani nelle tasche di una vecchia giacca di velluto scuro.
Cominciamo a camminare, avviandoci verso il corso e questo sembra non finire mai, perché è mai il tempo che mi sono ritagliato questa sera.
Si sente solo il rumore dei suoi tacchi, tacchi alti, di stivali marroni e il soffio freddo del vento che sbatte forte sulla faccia.
Un vento che rimprovera, sussurrando una complicità che fa male, perché gli altri sono invidiosi. Invidiosi di noi, mentre da dietro le tende sottili di raso ricamate a mano, gli occhi ci spiano e si mordono le labbra invidiando quella passeggiata.
Una passeggiata notturna, in un giorno come tanti, con un freddo pungente ed una compagnia per scaldarsi gli occhi.
postato da: prismalo alle ore 01:08 | link | commenti (2)
categorie: racconti

L'incontro - parte II -

L'odore lascia percepire l'umidità dell'aria, l'inverno si sente nelle ossa, impossibili da riscaldare… ho appena parcheggiato la macchina, un maggiolone un po' scassato con un buco nella capote e qualche problema con l'autoradio… per fortuna il giubbotto tiene caldo!

Maledetta l'idea che mi è venuta di mettere questi dannati tacchi, giuro che non comprerò mai più stivali… i piedi mi fanno un male cane!

Adesso devo solo trovare una fontana, l'appuntamento dovrebbe essere là.

Il vento incalzante soffia da nord quasi volesse, piano piano, a strati, portare via con se la pelle del mio viso per avere un ricordo di me.

Le pietre della strada nascondono insidie ma me la cavo solo con il rischio di una caduta… vedo solo la meta di fronte ai miei occhi, nessuno può fermarmi, tanto meno qualche insulsa buca che fa capolino a pietre centenarie.

Comincio ad intravedere la fontana, l'alone deformato dai suoi spruzzi, una sagoma contro quella chiara della luce della fontana… è lui che mi aspetta.

È strano da definire ma è come se esistessimo solo noi al mondo… mi sento come se camminassi nel deserto e ci fosse solo lui, lontano a stagliarsi nel chiarore dell'orizzonte… arrivo e lui mi guarda; non diciamo una parola.

Ci stringiamo l'uno all'altra per sentire meno freddo e per dire, tra le righe, quanto ci siamo mancati… così ci godiamo una fantastica passeggiata notturna; gli sguardi degli altri ci sfiorano come brezza leggera nascosta dalla forza prorompente con la quale soffia il vento.

Tutti ci guardano ma nessuno ci vede davvero, noi non esistiamo per nessuno, camminiamo soli in una città di fantasmi.

postato da: prismalo alle ore 01:08 | link | commenti
categorie: racconti

L'incontro - parte III -

È difficile dire che ti conosco perché tu mi dirai che non è così, ma conto le sensazioni e da quelle realizzo il tuo volto che, anche se sfumato, lo riconoscerei tra mille e come ombre tra le ombre ti potrei ritrovare in una sera d'inverno.
È in una sera come tante, una sera in cui le nebbie ti abbracciano e il freddo è umido e pungente che saprei dove andare, perché il viso che cerco mi porterà in posti caldi, posti dove potrò ritrovare il tuo sorriso felice.
Un sorriso che non conosco ma che voglio scoprire, stretto tra le mani di qualcosa di bello che non vuoi perdere, ma che vuoi trovare!
Ricominciano i lavori… ricomincia la magia… ricominciamo a sognare...
 
postato da: prismalo alle ore 01:06 | link | commenti
categorie: racconti

Crash!!!

Incidente sull’autostrada “A1”!!!
Rallentamenti!!!
Code!!!
 
Scali le marce e ti ritrovi in seconda sull’autostrada a pensare a quello che sarebbe successo se quel giorno di cui non ti ricordi ne il numero ne l’anno, ci avessi provato con quella cameriera.
Forse ti domandi se... come… cosa… sarebbe successo e intanto avanzi verso una città che non è più la tua, che non riconosci se non per il prefisso che si porta “dietro”.
Diventa preda e poi conquista di terre lontane, di gente diversa, di tendenze.
Grafica di linee per oggetti sempre più inutili, ma che desideri avere.
Moda sempre più semplice ma che dicono essere ricercata e che, quindi, desideri possedere.
Possedere: come la donna che sfila in passerella, che poi passa in televisione e che ritrovi appesa nel tuo ufficio per un anno intero, sfogliando sogni di magiche allucinazioni insegnati con master televisivi e maratone benefiche, tra quel trash che sa di cult, con un divo che insegna ad essere pulp, tra spot che sanno di talco e cannella in serate insipide e spente.
Possedere: come la macchina che volevi rigare quando quel tipo snob ti ha fregato il posteggio sotto casa mentre il lavaggio era imminente, ma che ora desideri perché capisci che con la fiammante marca da vip puoi avere una vita da trip che ti lasci di stucco mentre gli altri cercano ancora le chiavi di casa e tu…tu pensi ai Caraibi e alle palme di cocco.
Le donne si girano mentre sfili pieno di boria e di gel per fissare i tuoi capelli free style, che sulla cabrio restino chic, dimostrano ai più che lo spot era ok e che ora ci sei anche tu a dominare strade e città.
La sera in tv ripassi il copione di questa storia moderna.
Aspetti la pausa tra un atto e l’altro con la stessa ansia con cui gli spettatori di un film d’azione aspettano la ripresa del secondo tempo al cinema.
Passi le tue sere perso in bicchieri e forti risa. Strane sere pensando a lei, a cosa fa, se è felice, una lei tra tante ma diversa perché cerca te e non la tua cabrio ormai demodè o gli abiti firmati ma ormai lisi.
Strane sere vorresti passare con lei, insieme ad un sorriso, ad un bacio che sa di infinito.
Mani nelle mani ballavano nel medioevo, mentre tu, con lei, balleresti poesie che sanno d’eterno.
Ma tutto questo è solo un altro atto…e la pausa deve ancora arrivare.
 
postato da: prismalo alle ore 00:59 | link | commenti
categorie: racconti
martedì, 19 settembre 2006

Tam tam…

Suono di tamburi. È un tempo preciso, uno di quelli con la cadenza regolare, che scandisce le giornate, che ricorda i momenti.
La frenesia delle giornate ci catapulta in spazi a noi noti, centri commerciali, locali notturni, feste sperdute in luoghi misteriosi e confusi dall’alcol. Divertirsi per essere felici o forse per non pensare a giornate troppo vuote, tra grafiche spese sui muri e disegnate su magliette tutte uguali.
Suoni metropolitani. Suoni di spazi senza identità, di memoria che si frammenta nel tempo, spesso troppo lungo, spesso troppo breve.
Persone uguali nelle differenze, tra ritmi che uniscono e viaggi che separano. Separano menti, corpi, identità. Ritrovarsi diventa la parola chiave. Rincorrersi tra mondi tutti uguali tra paesaggi di riso o di mais, spazi dal sapore amaro, piccante o dolce. Un viaggio tra paesi e terre divise solo da confini troppo sottili per essere visti e troppo grandi per essere ignorati. Una continua corsa ad ostacoli in cui ognuno tenta di saltare i propri, a cui attribuisce nomi diversi; sapori diversi.
Una diversità che lega o uccide, come la lama di un coltello che da una parte ha un filo perfetto e dall’altra un’innocua linea curva.
Spazi senza vita che nascono e muoiono per volere di chi li vive e non di li crea.
Spazi che, come la vita, sono lo specchio in cui guardare le cose che non si vogliono vedere, per capire gli sbagli senza poter far niente.
Istanti di letto che diventano segni indelebili nel cuore di ognuno.
Vite, persone, strade ed eventi che si intrecciano tra loro, dando vita ad una miriade di combinazioni, dalle quali non si può fuggire e forse, dalle quali non si vuole fuggire.
Come tinte di vernice ci lasciamo spesso cadere per colorare il nostro mondo con tonalità più tenue e meno nette, per sottolineare un divario che marchiamo ulteriormente.
Persi tra le nebbie di ottobre, tra sorrisi di lampo incrociati sulla corsia opposta di una domenica come tante, mentre il colore di cui vogliamo tingere la nostra vita è un giallo estate per restare sulla spiaggia ancora cinque minuti per mostrare ai colleghi invidiosi tintarelle troppo fini per durare fino a dicembre.
postato da: prismalo alle ore 00:37 | link | commenti (4)
categorie: racconti

Lacrime e sorrisi – parte I –

Spazio buio.
Luci che si accendono e si spengono cercando gli attori.
Un pavimento di piastrelle con fughe nere che tendono all’infinito.
Sul palco figure nascoste da maschere colorate e costumi di scena per interpretare vite immaginarie.
Sono loro, il rimasuglio dei ricordi, loro ad interpretare sogni e progetti di altri con leggiadra maestria, senza tempo e senza età.
Un’età che spesso posseggono come la vita, ma di cui nessuno riesce a stabilirne la storia.
Flebili luci a guidare i passi sulla scena di un palco che è troppo grande per noi e troppo stretto per loro, queste leggende che danzano e si muovono come aironi.
Semplici e forti come la verità, come una citazione di film candidati agli oscar.
Ma la realtà è che sono fragili ed impauriti come bambini che cercano protezione e lo capisci quando li vedi ballare, dai loro movimenti, dai loro occhi.
Passi di tango tra vento e foglie secche per descrivere la sensualità di colori pastello che si accendono di rado ma colorano il mondo.
Passi che si mischiano al suono del jazz per definire una danza latina.
Si descrivono con parole umili e il sudore sui loro volti parla spesso per loro e diventa fatica, fatica tanto dolce da trasformarsi in lavoro quotidiano.
Hanno sorrisi per tutti, nella realtà come nella finzione scenica, anche nella sofferenza.
Provano a sollevare il mondo, ma senza punti d’appoggio spesso cadono, eppure si rialzano sempre.
Sollevano pesi come fossero piume, come ostacoli posti sulla strada dalla vita ma che con disinvoltura sollevano, facendoli roteare in aria con leggiadria e con un dolce sorriso li spostano da una parte all’altra da quel palco che spesso si chiama sacrificio.
postato da: prismalo alle ore 00:31 | link | commenti
categorie: racconti

Lacrime e sorrisi – parte II –

Vita da artista. Vita di sudore.
È tutta una questione di lacrime e sorrisi. Sul palco come nella vita nascondi gli uni e dispensi gli altri, ma come in ogni bel palazzo ottocentesco, il lavoro per avere una bella facciata, sta nella parte che non si vede.
Persi dietro una sbarra che ascolta ogni lamento e sopporta ogni tua fatica e che come una buona amica, non ti abbandona mai, mentre rincorri il sogno di una vita cominciata troppo presto.
Sogni di scarpette e di punte.
Sul palco freddo di un teatro anonimo le gocce di sudore spese nel tempo fanno germogliare speranze ormai perse, taciute o nascoste e tra il suono violento di acuti di musica moderna si trascineranno verso il sipario che pian piano calerà nel silenzio di una platea che non sa nulla.
Saranno applausi o fischi? Forse silenzi. Resteranno silenziosi per non disturbare i nostri sogni.
Se fossero silenzi li vorrei lunghi per poter avere la possibilità di continuare a cullare queste nostre magie; se fossero applausi li vorrei brevi ma intensi, caldi, vivaci, per riuscire a capire di aver realizzato uno sogno chiamato balletto.
Spero di non sentire mai i fischi di chi amo, perché sarebbe come aver tradito una fiducia riposta.
 
L’artista è così, tante cose nascoste ed esposte in una vetrina chiamata palcoscenico guardate da chi paga un biglietto sempre troppo caro e che loro chiamano vita.
Un punto di riferimento che gli aiuta a ripartire quando le cose vanno male o quando non vanno come vorrebbero che andassero, una casa che non ha mura ma che riesci a sentire quando ti muovi dietro le quinte.
Sono loro il senso dell’arte, loro che, tornando in scena anche dopo essere caduti, provano ancora una volta ad alzare il mondo, quel mondo chiamato sacrificio, quello che se non riusciranno mai a sfondare cercheranno sempre di stupire.
 
Applaudite…
…applaudite sinceri le fatiche di questi artisti per vedere splendere ancora una volta la loro luce sincera.
 
Sipario!
postato da: prismalo alle ore 00:29 | link | commenti
categorie: racconti
domenica, 17 settembre 2006

Un bicchiere di vino

Scorrono come sabbia i giorni sotto le feste, sembrano non arrivare mai poi, di colpo, come un lampo volano e si dileguano tra le dita, pungendo le mani come il freddo dei giorni d’inverno.
Era una fredda sera, una di quelle sere in cui il ghiaccio disegna origami di cristallo sulle strade e sulle auto per lasciar posto ad una brina sottile che ricopre i campi la mattina successiva.
Quella sera avevo un appuntamento. Una ragazza. La solita dell’ultimo periodo.
Ci trovammo al solito posto, un parcheggio isolato di una concessionaria francese.
Avevamo appuntamento per le nove, era una sera come tante, solo più fredda.
Arrivò puntuale e io ero li ad aspettarla, fedele come gli orologi più antichi.
Parcheggiò la sua macchina e salì sulla mia, per andare a fare un giro in qualche locale, tra bicchieri pieni di dolci liquori e forti risate di persone tranquille, tra il tepore di un riscaldamento distratto ed il fumo di sigarette da due soldi.
Ci salutammo, un sorriso e un bacio frettoloso.
Lei, sfuggevole come sempre, stava nei suoi vestiti con magnifica femminilità, un sorriso malizioso e uno sguardo intrigante erano fissi sul viso poco truccato.
Quella sera era allegra, scherzava… uscimmo volentieri.
Girammo per la città semi deserta, parcheggiammo non lontano dal centro e facemmo una passeggiata notturna, tra portici e stelle.
Entrammo in un locale, uno qualunque ma con una bella insegna in legno di pino. Era una vecchia tavernetta, una sorta di enoteca, dove il profumo del sughero si mischiava a quella di arrosto in un dolce profumo di spezie che cullavano l’olfatto.
Ci sedemmo al tavolo e ordinammo da bere.
Un rosso; fermo, corposo, dal gusto deciso ma piacevole.
postato da: prismalo alle ore 23:05 | link | commenti
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lunedì, 04 settembre 2006

Tutto inizia sempre da una casualità

Tutto inizia sempre da una casualità, un gioco sottile tra blocchi ed accenti che, come nella danza, danno vita ad un ballo in cui tutto si mischia con tutto e dove gli odori di mischiano creando un profumo.
Era un giorno come tanti, uno di quelli in cui il freddo ti spezza il fiato, un giorno di nebbia.
Incontrata per caso, quasi fosse una cosa ovvia.
Divenne il nord sulla carta della mia vita, importante nell’arco di un tempo, un dolce riferimento.
Due strade tanto lontane da non potersi vedere, così vicine da non riuscire a capirlo.
Cercavo il mio ordine e arrivando all’improvviso non fece altro che confondermi ancora di più.
Il tempo di rendermi conto di quando potesse diventare importante e mi ritrovai già suo.
Ero perso nei pensieri, in risate distratte, in sorrisi che non dicono nulla e in sguardi che raccontano una storia.
Incontrato per sbaglio, consapevole di ciò che le accadeva intorno ma non dentro di lei.
Spaesata e confusa, come e forse più di lui.
Occhi grandi per inseguire meglio i sogni.
Sorrisi di mare che, come onde tranquille, ti cullano nella loro sicurezza, perchè ad ogni suo sorriso era il senso di calma quello che ti pervadeva…
 
… iniziò tutto così: per caso.
postato da: prismalo alle ore 21:44 | link | commenti (2)
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mercoledì, 30 agosto 2006

Milano da bere. Milano da amare.

Milano fa soffrire!
È come una bella donna che appassisce giorno dopo giorno.
La guardi, persa nelle strade, tra gli occhi smarriti della gente che senza riferimenti, non sa più dove andare.
Spenta come fantasmi di un passato troppo presente per essere dimenticato.
Accompagnata da valige di cartone o dai colori brillanti di vestiti africani, diventano contenitori di emozioni, spicchi di eccellenza, risorse da gustare come il buon vino.
È brandelli di pelle strappata al destino, a volte nero, altre colorato.
È gocce di rimpianto, di nostalgica pioggia che scivola sui visi impassibili e freddi come fossero statue di gesso. Auto impazzite, fuori controllo che non aspettano altro che di essere guidate e intanto viaggiano sull’ammortizzatore sociale tra scie gialle e rosse.
È sorrisi d’avorio su facce dai mille colori, ornamenti di giada o di carta di riso e danzano tra i mercati come libellule in estate; tanto belle quanto rare.
È occhi di pasta e cuore di carne genuina e tipica come la pizza o il caffè.
È tribale, è la notte ed il losco, ma sulla stessa bilancia fanno spazio al lavoro e alla famiglia, alcuni sul piatto di destra altri su quello di sinistra ma quando le pesi ti accorgi che hanno sempre la stessa importanza e che si incontrano sempre intorno allo zero.
Milano la ami perché quello che ha è quello che sei.
Milano che danza con le sue scarpe d’oro e che ti porta fino in cielo nelle sere d’estati calde o in quelle di inverni freddi; ti avvolge di nebbia e ti sazia col pane che ricorda una rosa.
Milano è dolcezza, è arte e poesia è un’ira funesta che a volte delude, arriva in ritardo ma poi ti sorprende, tra sfilate e modelle dalle gambe lunghe e fiere.
Spesso ricordi Milano quando era diversa, ma Lei è come un caleidoscopio dove i colori, le forme di tanti piccoli pezzi di vetro, trasformano tutto in poesia e in arte.
Ci sono specchi che riflettono mondi, altri tristi realtà, ma è Milano che parla, è Milano da bere.
Si veste elegante e ti ruba la vita, a volte stravolge, altre ti fa rimpiangere i cieli stellati, ma Milano è così, come una bella donna che ti fa dannare l’anima, ti toglie la vita, ma di cui non puoi fare a meno.
postato da: prismalo alle ore 21:34 | link | commenti (4)
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