Chi sono

Utente: prismalo

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

sono sfumate *loading* ombre

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Partecipano

Foto recenti

domenica, 10 febbraio 2008

Storia della musica industriale

Prima di tutto può sorgere spontanea una domanda: cos’è la musica industriale? La musica industriale è nata a cavallo della metà degli anni settanta, e il termine è stato coniato dal gruppo che ha esordito in questo stile, i Throbbling Gristle.
Il genere ha proposto tantissime correnti e sottogeneri, ma in generale questa è una musica che esprime la malattia e il disagio dell’uomo nei confronti della "sconfitta" della società industriale: il settore secondario che, con secoli d’aberrazioni e sfruttamento dell’individuo, ha portato il mondo operaio ad isolarsi sempre più dal concetto di vita normale; si accettano come realtà lavori che azzerano la creatività da sempre insita nell’uomo e nel suo intelletto, si automatizza anche la vita dello stesso lavoratore, creando disagio e la tanto "amata" alienazione - oramai un vero e proprio marchio di fabbrica, portato da ogni stressato uomo della società occidentale.
In generale si propone come un’elettronica minimale, ritmata, ricca di campionamenti di sonorità industriali (es. martelli pneumatici, presse idrauliche, ogni sorta di rumore di fabbrica), arricchita da voci perversamente distorte e malate, per ricreare in musica e denunciare le più grandi aberrazioni umane - le già citate sensazioni di alienazione, la solitudine, le perversioni più bieche, il lavaggio del cervello creato da televisione e religioni di massa oltre che da quello provocato delle sette varie; insomma tutto lo sporco e le cose che i governi negano e non dicono.
Culturalmente l’industrial fu fortemente influenzata da scrittori scomodi come W.Burroughs, l’autore di "Pasto nudo" e "La scimmia sulla schiena", (con la sua tecnica del cut-up); da J.G.Ballard, autore di "La mostra delle atrocità" e di "Crash", e forse in tono minore anche da personaggi come il marchese De Sade e Aleister Crowley, anche se Crowley veniva citato più per far scalpore che per altro…
Ufficialmente si cominciò in Inghilterra, nella periferia di Londra, con i già citati Throbbling Gristle, il 3 settembre 1975: l’anno di costituzione fu fissato esattamente trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale per alludere all’inizio di un’altra guerra combattuta a livello ideologico e sociale, una guerra contro il sistema.
E da qui furono partorite varie branche del genere, quello più propriamente elettronico e a tratti ambientale, e quello più punk ed in alcuni casi estremizzato fino a suoni metal.
Si ebbe all’inizio una corrente tutta inglese, a partire dai già citati Throbbling Gristle, passando attraverso i primi Human League, (solo quelli di "Reproduction", attenzione!), per approdare alla fredda new wave robotica di Cabaret Voltaire e Clock Dva, e al nichilismo degli australiani naturalizzati inglesi SPK. Più tardi a metà anni 80’, i Coil arricchirono il sound rendendolo poeticamente apocalittico con album storici quali "Horse Rotorvator" e "Scatology".
Questo stile comincia ad infettare anche il resto d’Europa, a partire dal Belgio che inizia a sfornare dozzine di gruppi tra i quali i famosissimi Front 242, autori di una marziale musica elettronica basata principalmente su un uso smodato di ritmiche ossessive con bassi sintetici e drum machines; altre band del nord Europa da citare sono Dive, Klinik, Insekt, Noise Unit, Vomito Negro, Mussolini Headkick…
In particolare analizziamo D.A.F. ed Einstuerzende Neubauten: due band tedesche; i primi, scomparsi prestissimo dalle scene, autori di una musica elettronica fra kraut-rock e post-punk elettronico, famosissimi per il singolo (fintamente scandalo) "Der Mussolini"; i secondi tuttora attivi e famosi per i loro concerti distruttivi e apocalittici, a causa dell’uso di flessibili, trapani, lamiere e martelli pneumatici, il tutto alternato a momenti acustici di ballad dal gusto cantautorale tedesco.
In questi anni nasce un altro sottogenere: l’E.B.M., electro body music, di cui abbiamo già citato i fondatori D.A.F. e Front 242, a cui possiamo aggiungere il duo dei pionieri new-yorkesi Suicide, (già attivi sin dal 1971), autori di un’elettronica ballabile e minimale molto vicina nell’attitudine a gruppi come Joy Division e Velvet Underground; il genere E.B.M. propone quindi una musica aggressiva a cavallo fra dance e rumorismi vari.
In Germania altri due importanti gruppi si muovono in questa direzione, aggiungendo sonorità metal: i KMFDM, più orientati verso un'originale tecno-metal e i metallici Die Krupps, padri putativi dei Rammstein, tanto per far un nome…
Altri importanti gruppi sono: gli svizzeri The Young Gods, che mescolano musica d’autore francese e musica punk-industriale, famosi per essere un trio formato da solo batteria, voce e campionatore, i nostrani Pankow (con sonorità in rigoroso stile europeo), famosi anche all’estero insieme ai veneti MeatHead, (con stile vicino a gruppi come Cop Shoot Cop e Ministry) e i Tasaday autori di una ricercata musica ambient tribale industriale.
Anche in Nord America fioriscono gruppi di questo genere: in Canada abbiamo due gruppi storici sulle scene tutt’ora, i perversi Skinny Puppy e una loro costola staccatasi a metà anni 80, i Front Line Assembly. I primi sono autori di un industrial morboso ricco di campionamenti e urla "eroinomani", fra il punk e la new wave, una musica arricchita soprattutto a cavallo della fine degli 80’ da ritmiche allucinanti e in tempi dispari; i secondi sempre carichi di voci distorte e campionamenti, ma sicuramente più ballabili e marziali.
Negli Stati Uniti abbiamo vari importanti fenomeni: il primo è il sarcastico Jim Thirlwell, alias Foetus, produttore e musicista industriale di prim’ordine, precursore già nei primi 80 di suoni tanto cari ai futuri Nine Inch Nails e Korn. I secondi sono i Ministry, creatori di un disco, "A land of rape and honey", nel 1987, che cambierà per sempre il modo di concepire la musica rock aggressiva di tutto il mondo, un precursore di tutto il calderone crossover e metal più sperimentale degli anni a venire. I Ministry nascono come gruppo new wave, per poi diventare prima con l’album "Twich" E.B.M., e poi tecno-harcore-metal con l’album già prima citato. Il look (capelli rasta lunghi e cappellaccio da cow-boy nero…in anticipo di ben 10 anni sui vari korn-deftones) e le liriche dei testi al vetriolo (apocalittiche e crudamente accusatorie verso il perbenismo della chiesa americana), del cantante-chitarrista Alain Jourgensen, hanno fatto di lui uno dei personaggi più importanti nel genere, anche se sempre troppo ingiustamente sottovalutato.
Altri gruppi si sono uniti con nuove sonorità al metal industriale; a partire dal 1987 i Godflesh, autori di un metal acido e psichedelico ricco di momenti di pura alienazione sonora: una vera e propria industria in musica… Poi i new-yorkesi White Zombie e Prong e i californiani Nine Inch Nails, autori di un sound precursore dei vari movimenti crossover metal moderni.
Altri gruppi di moderno industrial metal sono, tanto per citar qualche grosso nome, i sopravvalutatissimi Marilyn Manson e Rammstein, i Pitchshifter, i Dope, gli apocalittici Neurosis, gli Skrew, i Crisis, e i _Rob Zombie.
Concludo dicendo che la musica industriale, più che un unico genere, è un movimento che si è insinuato nella società, e non solo musicale, in quella cinematografica con film come: Scanners, Heraserhead, Videodrome, Il Tagliaerbe, Matrix, Strange Days, Doom Generation, Tetsuo, Hardware, e anche in quella letteraria, basti pensare a tutto il movimento di letteratura Cyberpunk iniziato con Philip Dick e W. Gibson.
postato da: prismalo alle ore 11:55 | link | commenti (2)
categorie: frammenti
domenica, 27 gennaio 2008

Le trame di Penelope

Enrica Borghi, Alice Cattaneo, Name Diffusion
Opere e workshop
10 novembre 2007 – 10 febbraio 2008
Inaugurazione 10 novembre 2007 ore 19.00
Mostra a cura di: Emma Zanella
 
Descrizione
Tre donne di tre generazioni differenti si incontrano alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate grazie ad un unico progetto espositivo in divenire, leggero e attrattivo per il pubblico, che si sviluppa in momenti temporalmente differenti, ma strettamente legati tra loro: sabato 10 novembre 2007 si inaugura la mostra Le trame di Penelope: Enrica Borghi, Alice Cattaneo, Name Diffusion. Opere e workshop.
Si tratta di una mostra “in progress” fluida e dinamica, all’interno della quale, accanto a opere compiute che documentano la loro ricerca artistica, le artiste metteranno in atto grandi workshop basati sul frammento e sulla risignificazione di materiali quotidiani.
La Biòboutiquedi Enrica Borghi (2002, installazione di bottiglie di plastica e materiali vari), le opere video di Alice Cattaneo da Singer (2004) a 13video (2005), le installazioni di Name Diffusion come Name collection (1992, installazione, materiali vari) e Business art/art business (1993) si propongono quali punti fermi della mostra, stanze compiute che accompagnano il visitatore e lo inducono a entrare nel pensiero creativo di ciascuna artista.
Accanto alle opere “ferme”, le artiste metteranno in scena grandi workshop ottenuti con un lavoro collettivo e di atelier e con materiali differenti: frammenti di plastica e di Tetrapak per Enrica Borghi, frammenti di tessuti per Name Diffusion, figurine-stickers per Alice Cattaneo.
Nei mesi di apertura della mostra lo spazio espositivo della Gam diverrà così un vero e proprio laboratorio di idee, incontri, relazioni guidate da artiste che hanno percorso e percorrono ricerche assolutamente indipendenti, ma che sono accomunate da un’analoga sensibilità nel trattare i materiali “minimi” con cui lavorano e nel coinvolgere il pubblico in atelier globali per i quali fondamentale sarà la collaborazione con il dipartimento didattico del Museo, che guiderà il grande pubblico nei workshop e nell’elaborazione dei progetti artistici.
La stessa idea di temporalità e fluidità è trasmessa anche al catalogo, strumento di lavoro e di lettura della mostra, cahier de voyage, aperto, dinamico e capace di rendere conto della trasformazione delle opere: le immagini infatti potranno essere integrate sia in mostra, sia attraverso il sito della Gam, stampando il reportage fotografico in tempo reale, durante i tre mesi della mostra.
 
Curricula
NAME DIFFUSION
Associazione e “impresa” creata da Marion Baruch nel 1990 e registrata alla Camera di Commercio di Milano, realizza progetti artistici basati sulla condivisione di esperienze di comunicazione collettiva, antropologica, cosmopolita, attraverso l’utilizzo o il riutilizzo di materiali semplici, intesi concettualmente come elementi di aggregazione e confronto.
Composta da Marion Baruch, Myriam Rambach e Arben Iljazi, Name Diffusion é attiva soprattutto in Francia, ma lavora in tutta Europa partecipando a progetti di portata internazionale come:
Micropolitiques, Grenoble 2000; Contemporaines, genre et rapresentation, Parigi 2002, Mobilites, Parigi 2004; Biennale de Paris 2006.
 
ENRICA BORGHI
Nata a Premosello Chiovenda (No) nel 1966, attualmente vive e lavora ad Ameno sul Lago d’Orta. Si è formata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera diplomandosi in Scultura nel 1990.
Lavora con materiali di scarto, in particolare bottiglie di plastica colorate, con cui realizza oggetti reali legati al mondo femminile.
Ha fondato nel 2005 un’associazione che si occupa di cultura contemporanea, Asilo Bianco, ed ha partecipato al progetto Dance Break (Torino) con la performance Out of Blu. Tra le sue opere La Regina presentata al Museo di Rivoli nel 1999, la finta rivista di moda Borghi in fashion (2001), il libro Zapping in love (2002) e Bio-boutique presentata nel 2004. Recentemente ha presentato a Nizza la personale L’avant-scene ed ha esposto al Chelsea Art Museum di New York.
 
ALICE CATTANEO
Nata nel 1976 a Milano, dove vive e lavora, Alice Cattaneo realizza installazioni, sculture e video attraverso i quali esplora la “banalità” materiale di oggetti e situazioni. La caratteristica più sorprendente del suo lavoro è la capacità non comune di ottenere risultati straordinari con mezzi molto semplici.
Dopo aver conseguito un Master in Scultura presso il San Francisco Art Institute nel 2004, ha partecipato a decine di rassegne collettive negli Stati Uniti, in Europa e Italia (21st Century Video Art, San Francisco, 2003; La donna oggetto, Vigevano 2006; Apocalittici e Integrati. Utopia nell'arte italiana di oggi, Roma 2007), ha vinto numerosi premi (Premio Ratti per l’Arte 2006) e ha tenuto alcune importanti mostre personali (Concrete Particularities, San Francisco, 2004, Galleria Suzy Shammah, Milano 2005; Analix forever Ginevra, 2006).
postato da: prismalo alle ore 10:54 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
domenica, 13 gennaio 2008

Performa 07 NY

Fino a pochi anni fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulle performance artistiche o sul concetto di post-neo-happening. Il mondo dell'arte stava procedendo a tutta velocità verso un certo tipo di produzioni in stile hollywoodiano, e gli artisti erano ossessionati dall'idea di girare film con le star del cinema. Le performance? Diamoci un taglio! Parlarne sarebbe stato come mettersi a dissertare dell'arte del ricamo durante il periodo dell'espressionismo astratto. Gli 'happening', definizione creata negli anni Sessanta dall'artista Alan Kaprow, oppure le performance, erano visti come l'equivalente scientifico dell'aggettivo 'noioso'. Quando RoseLee Goldberg – storica della quale conosciamo, pubblicata da Thames and Hudson, Performance Art: From Futurism to the Present, nonché esperta in questo campo con numerose collaborazioni con l'artista e musicista Laurie Anderson – ha avuto l'idea di creare a New York un'innovativa biennale, tutta dedicata a eventi live di ogni tipo: performance, danza, happening, dibattiti, opere o commedie realizzati da artisti giovani, anziani o di mezza età, nessuno ha pensato che l'iniziativa potesse decollare. Invece ora svetta nel cielo come uno dei più importanti e attesi appuntamenti nel mondo dell'arte contemporanea. Il progetto è stato chiamato, in modo un po' banale, ma abbastanza efficace, "Performa".
La sua prima edizione è stata nel novembre 2005, ha ospitato oltre sessanta eventi e ha avuto il suo momento culminante nella riproposizione al Guggenheim Museum di Seven Easy Pieces, la performance che Marina Abramovic aveva rappresentato per la prima volta negli anni Settanta, e che riproponeva altre sette performance storiche dei suoi colleghi-artisti di quel periodo. Il colpo di genio di RoseLee Goldberg è stato quello di riuscire a captare l'insoddisfazione e la frustrazione della nuova generazione di artisti nei confronti del cinema, che risultava troppo distante dal pubblico reale e spesso sembrava una parodia a basso costo dei film realizzati con un budget serio. Inoltre Goldberg deve aver intuito che oggi l'artista, formatosi nell'era del 'glamour', non è più soltanto egocentrico ma sente il bisogno disperato, in un eccesso di frenesia narcisistica, di esibirsi davanti a un vero pubblico. Non solo: anche il pubblico era ed è stanco di essere rinchiuso in una sala buia a guardare filmetti o video dalle tesi pedanti e dalle trame inconcludenti. Vogliamo l'azione, ed è proprio quello che Performa 05 e la sua nuova edizione di quest'anno, Performa 07, ci hanno dato: azione. Non sempre quest'ultima è stata tanto energica da dover essere ricordata, come nel caso dell'artista italiano Francesco Vezzoli, che ha messo in scena al Guggenheim un remake dell'opera teatrale seminale scritta da Pirandello nel 1917: Così è (se vi pare). Questa performance stravagante metteva in scena come attrici una Cate Blanchett infagottata in un abito di John Galliano e Natalie Portman, oltre a una Anita Ekberg affranta, seduta sul divano rosso a forma di bocca di Man Ray, una presenza superflua e imbarazzante. L'unico elemento positivo che riscattava la serata era il fatto di essere riusciti a mostrare, in modo più o meno deliberato, il desiderio sfrenato del mondo dell'arte di esibirsi a qualsiasi costo. La vera performance era all'esterno dell'edificio di Frank Lloyd Wright, dove uomini potenti e persone qualsiasi, tra cui il sottoscritto, si mettevano in coda tutti insieme, in modo ecumenico e democratico, per poter assistere a questo scherzo titanico. È stato un peccato che l'unico artista italiano coinvolto in Performa 07 non abbia saputo cogliere l'occasione di tirare fuori le palle, come invece hanno fatto altPatsyri artisti in programma dopo di lui. Per nominarne alcuni: la giovane Natalie Djurberg, con le sue animazioni ipnotiche e cupe che ricordano le pubblicità del Fernet Branca. Oppure il pittore Adam Pendleton che ha fatto accompagnare il suo coinvolgente sermone su omosessualità, AIDS e discriminazione da un coro spiritual.
In ogni caso è molto arduo, se non impossibile, descrivere eventi che, per la loro stessa natura, hanno bisogno di essere visti e vissuti in prima persona. Performa rappresenta un caso di successo per tutti coloro che si stanno chiedendo in che modo il linguaggio sempre più contaminato delle arti visive possa interagire con un'esperienza classica, eppur essenziale, come quella di teatro, musica e poesia. Mentre il mondo dell'arte concentra tutta la sua attenzione sui numeri, Performa sembra aver capito che le persone hanno bisogno di altre persone, oggi forse più che in passato. Facendo un atto di fede, si può concludere che, in un mondo in cui tutti si riciclano in "Second Life" l'arte, indipendentemente dal modo in cui viene presentata o rappresentata, può esprimersi al meglio se le viene offerta l'opportunità di mostrare e vivere la sua "first life", la prima, unica vita, e probabilmente anche quella migliore.
postato da: prismalo alle ore 12:22 | link | commenti
categorie: frammenti

Il corpo è politico

Il punto che mette a fuoco il libro è la relazione tra il lavoro di Matthew Barney e quello di Joseph Beuys. L'arena di questo confronto è il museo Guggenheim di New York, dove entrambi hanno esposto: Beuys nel 1979 e Barney nel 2003. Il confronto è anche indirettamente una celebrazione del museo e della sua capacità di tracciare la dorsale principale dell'arte degli ultimi decenni.
In entrambi gli artisti ciò che viene messo al centro del loro lavoro è l'uso del corpo come strumento di rappresentazione sociale, punto di incontro di tensioni irrisolte cui l'arte si offre come spazio liberatorio. Nei due artisti la visione sociale del corpo mostra infatti tutta la sua carica eversiva e diventa elemento perturbante in grado di far emergere le tensioni sotterranee che percorrono l'individuo all'interno della società contemporanea. In entrambi vi è la forte consapevolezza che l'uso del corpo non sia semplicemente un fatto privato, mettendo in crisi la convinzione che noi possiamo disporre liberamente ciascuno del proprio. Con il processo di secolarizzazione sembrava infatti essere tramontato il dominio sul corpo della religione, ma Matthew Barney e Joseph Beuys dimostrano da due angolazioni diverse quanto il nostro corpo sia fortemente assoggettato allo spazio delle relazioni sociali e talvolta annullato in esso. Come scrive Nancy Spector: "Barney ha certo studiato la prassi polivalente di Beuys e la sua applicazione all'educazione, alla politica, all'attivismo ecologico e alle tematiche spirituali, ma le radici della sua complessa visione cosmologica non si limitano a una sola fonte: la gamma dei suoi riferimenti è polimorfica sebbene alcuni collegamenti possano individuarsi nell'assimilazione cinematografica dei generi teatrali o nell'evocazione dei sistemi mitico-religiosi".
Il confronto tra i due lascia comprendere molto bene quanto la ritualità che concerne il corpo interessi il lavoro di entrambi. Il corpo liberato che accomuna il loro lavoro ne è perciò l'aspetto saliente. In Beuys è l'idea della rinascita dell'uomo sociale attraverso un legame con la natura e le sue esigenze primarie; per Barney il corpo è liberato nel carattere visionario che assumono le sue performance, per lo più filmate, che traggono origine in molti casi dal paesaggio della città di New York – luogo fondamentale per la creazione di un'alchimia delle relazioni umane.
Per Barney si tratta di impiegare lo strumento di un'archeologia del sogno con il quale rivivere lo spazio sociale della città moderna e in cui il corpo appare liberato da ogni costrizione. Egli crea uno spazio aurorale e visionario in cui il suo corpo di performer, protagonista dei video, perde la propria identità sessuale e umana per entrare in una sorta di paradiso artificiale dove i personaggi hanno qualcosa di sovrumano, come la rappresentazione di un'immortalità che ciascuno di noi sente di possedere.
Beuys con la sua opera crea uno spazio magico in cui gli elementi del suo linguaggio, come il feltro e il grasso, interagiscono con il suo corpo nell'azione liberatoria da ogni vincolo ed esprimono una tensione a travalicare ogni separazione dalla natura, che è tipica della civiltà moderna. Per Barney l'elemento centrale è il corpo sognato dall'artista che esprime una consapevolezza collettiva svelata e che sfugge a una rappresentazione dell'uomo a una dimensione della modernità. L'estate scorsa a Manchester, durante la prima della mostra "Il Tempo del Postino", Barney è entrato in scena con un bastone in mano, un copricapo che gli celava il volto e portando sulla schiena un cane vivo che si guardava attorno incuriosito. Questa figura di uomo-artista dalla testa di cane come un moderno Anubi aveva qualcosa dell'immortalità della nostra essenza umana.

postato da: prismalo alle ore 12:08 | link | commenti
categorie: frammenti
domenica, 16 dicembre 2007

Buone Feste

postato da: prismalo alle ore 12:35 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
venerdì, 02 novembre 2007

L'altra città: Bellissima e segreta

Quante volte capita di sentir dire «Milano è una città grigia»? Eppure era ben diversa l’opinione che ne avevano i viaggiatori stranieri qualche secolo fa, se nel 1685 tal Gilberto Burnet così scriveva: «Ciascuno sa che è una delle più belle e più grandi città del mondo, quantunque sia situata lungi dal mare e non abbia alcun fiume navigabile: e, non solo è grande e bella, ma è ricchissima come provano la sua vasta distesa, la bellezza dei suoi edifici e specialmente la sontuosità delle sue chiese e dei suoi conventi». Per non parlare dei nobili che la abitavano e che non si facevano mancar nulla, «ostentando gran lusso, tanto negli abiti, quanto negli equipaggi e nel seguito». Le carrozze infatti erano ricoperte di velluti, tele d’oro e d’argento e preziosi ricami, e non di rado se ne vedevano parecchie sostare fuori dal Duomo, che attirava i milanesi, ma anche molti visitatori stranieri. L’immagine della cattedrale non era però quella che si presenta oggi ai nostri occhi: la facciata era incompleta (c’erano solo le due porte del Pellegrini, e si vedeva ancora l’antica facciata di Santa Maria), il tetto rudimentale, e aveva solo due guglie.

«GROSSOLANO» - All’epoca non riscuoteva molto successo nonostante la sua imponenza, perché lo stile gotico non era apprezzato nel Seicento, cosa che fece dire a Burnet: «Il Duomo non è nulla per quanto riguarda l’architettura, perché tutto è gotico e per conseguenza grossolano». La malizia poi portava a far pensare che la cattedrale non sarebbe mai stata ultimata, dato che la posa della prima pietra risaliva a un ormai lontano 1386. Piaceva invece lo Spedale di' poveri, o Ca' Granda, soprattutto per quell’ampio cortile barocco progettato dall’architetto Francesco Maria Richini, e qualcuno, come l’inglese Richard Lassels, si spinse ad affermare: «Magnifico; si deciderebbe quasi di essere un po’ ammalato per alloggiarvi; un re vi potrebbe stare senza incomodo». Lord Lassels lascia ai posteri anche una lusinghiera descrizione del Castello Sforzesco: «È più una città che una fortezza; ha un miglio e mezzo di circuito e fornisce ai soldati tutto il necessario: vi sono strade, case, palazzi pei principali ufficiali, piazze, botteghe con ogni genere di mercanzie, e perfino negozi d’oreficeria. Cinque fontane o pozzi che non asciugano mai, un molino, un ospedale, una chiesa con otto o dieci cappellani e un curato. Sulla piazza si possono schierare seimila uomini in ordine di battaglia. Sui bastioni e nell’arsenale vi sono duecento pezzi di cannone».

L'AMBROSIANA - I gentiluomini che si recavano a Milano non potevano poi esimersi da una capatina alla biblioteca Ambrosiana, che suscitava però pareri contrapposti: c’era chi ne cantava le lodi e chi invece, come Lassels, trovava che possedesse più ritratti di uomini illustri che libri, giudicandola «una spesa inutile; meglio sarebbe stato impiegar que’ denari in libri che onorano i sapienti assai più che non i ritratti». Il quadro era quello di una città sfarzosa, in cui i poveri però abbondavano, prova ne erano le tante case senza finestre, perché il vetro era molto caro, così che chi non se lo poteva permettere viveva chiuso in una «scatola». Ma la gente non se ne stava certo con le mani in mano: Milano era una città molto operosa, grazie ai suoi artigiani, armaioli, lavoratori di cristallo e tessitori, tanto che era in voga il detto secondo cui se si voleva restaurare l’Italia bisognava distruggere Milano, perché i suoi lavoratori se ne andassero nelle città dove invece scarseggiavano. Un secolo più tardi il viaggio diventa un’abitudine sempre più assidua e nella città meneghina il numero di forestieri aumenta.

MALANDRINI - L’abate Coyer, che nel 1783 percorreva la strada fra Torino e Milano, non ebbe però modo di apprezzare subito le bellezze locali, perché fu distratto da una gabbia appesa a un palo in cui si trovavano tre teste, con un cartello che recitava: «Queste sono le teste di tre malfattori che assalirono li conti Marazzani in questo loco». Il malandrinaggio era molto diffuso, basti pensare che fra il 1741 e il 1772 in Lombardia si contano circa 72mila malviventi e chi cominciava la sua carriera criminale con un omicidio, non di rado si riciclava come ladro nelle bande. Se l’abate Coyer entrò in città piuttosto corrucciato, il malumore gli passò presto, perché l’accoglienza dei milanesi era rinomata. E famosa era anche la tradizione dei coureur, ovvero i lacchè che di notte correvano con le fiaccole in mano precedendo le carrozze dei propri signori per illuminare la strada. Milano in questo campo fece scuola, tanto che i suoi coureur erano richiesti in tutta Italia così come all’estero.

OSCURITA' - L’illuminazione era già allora una pecca di questa città: i lampioni erano presenti davanti ai più importanti palazzi e qualche lampada campeggiava vicino alle numerose immagini della Madonna, ma in assenza di lacchè o torce non c’era altro da fare che camminare al buio. La luce arrivò nel 1786, quando l’arciduca Ferdinando dispose la collocazione di lampade sospese lungo le vie. A proposito di carrozze, invece, la scrittrice madame Du Boccage rileva un’anomalia italiana, che consisteva nella sosta nelle piazze dei mezzi con a bordo nobildonne. «Il pretesto di prendere il fresco dava occasion di parlare alla portiera coi cavalieri che non si potevano ricevere in casa [...]. E infatti, non appena fermate le carrozze, cominciava una animata conversazione alle portiere e da una carrozza all’altra». Nel bel mezzo di questo chiacchericcio, poteva anche capitare di vedere qualche detenuto, soprattutto d’estate, quando i carcerati attraversavano la città a bordo di un carretto, con tanto di catene ai piedi, per innaffiare piante e aiuole. Cosa mancava a Milano? Giusto un papa, secondo l’inglese Grosley, «per farne una città santa come Roma».

postato da: prismalo alle ore 07:55 | link | commenti
categorie: frammenti

Città verticale

postato da: prismalo alle ore 07:51 | link | commenti
categorie: frammenti
domenica, 21 ottobre 2007

The city

postato da: prismalo alle ore 15:02 | link | commenti
categorie: frammenti

The city

postato da: prismalo alle ore 12:20 | link | commenti
categorie: frammenti
venerdì, 12 ottobre 2007

I segreti di Milano: Viaggio tra i frammenti della storia

I comandanti ordinarono ai soldati di schierarsi sulla piazza. Tutti i soldati. Tutta la legione Tebea di stanza a Milano. Era una giornata calda. Il sole del pomeriggio sostava alto nel cielo e picchiava sulla testa dei soldati. Alcuni si lamentavano per il caldo. Nabore e Felice no. Quel sole gli ricordava l’Africa. Quella luce che circonfondeva ogni cosa donandogli una luminosità che sembrava provenire dall’interno gli ricordava la loro casa. La loro pelle scura, quasi nera, era abituata a stare al caldo del deserto. E ora gli sembrava di essere tornati indietro di parecchi anni, alla loro giovinezza, a tempi più felici e spensierati. Per un attimo non sentirono più il peso dell’armatura, della corta spada che pendeva da un fianco, dell’elmo dall’alto pennacchio. Per un attimo correvano ancora a torso nudo fra le strade del loro villaggio, giocando a rincorrersi quasi che il mondo non dovesse mai diventare il posto complicato e confuso che era oggi. Un manipolo di uomini, guidati dal comandante, prese a girare tra le file dei soldati implotonati.
CONDANNA E MORTE - Ogni tanto si fermavano e fissavano una persona, poi riprendevano a vagare. A un tratto quattro soldati e il comandante si fermarono davanti a Nabore e Felice. Il comandante fissava i due soldati. I soldati tenevano lo sguardo inchiodato sui pennacchi dei militari delle file più avanti. Poi il comandante fece un gesto con la testa. Un gesto piccolo, quasi insignificante. Che cambiò tutto. I quattro soldati afferrarono Nabore e Felice per le braccia e li costrinsero a inginocchiarsi. Gli tolsero l’elmo e gli sfilarono la spada. Il comandante, ritto davanti a loro, sfilò dalla cintura una pergamena e cominciò a leggere i capi d’accusa e la condanna. Nabore e Felice non sentirono nulla, la loro pelle era riscaldata dal sole, la loro mente vagava già sulle coste dell’Africa. A distanza di pochi giorni Nabore e Felice incontrarono il loro destino nella piazza principale di Laus Pompeia (Lodi). Dopo torture di indicibile crudeltà i loro corpi vennero adagiati su due ceppi e, con un colpo di scure, decapitati. Si decise di non ucciderli a Milano perché a Laus Pompeia la comunità cristiana era molto più numerosa e la pubblica esecuzione di due cristiani, militari romani per giunta, sarebbe stata ancora più esemplare.
IL GIARDINO DI FILIPPO - Correva l’anno 303 dell’epoca cristiana. Da tempo la nuova religione aveva trovato un suo spazio anche a Milano. I cristiani erano ancora considerati fuori legge, ma lo stato dava ai privati il diritto di possedere un area da adibire a cimitero su cui costruire piccoli locali per celebrare le cerimonie funebri di congiunti e amici. In simili cimiteri, nascosti dietro il paravento di questa legge che consentiva di celebrare le funzioni nel modo che uno riteneva più opportuno, si riunirono le prime comunità cristiane che si incontravano non solo per i funerali, ma anche per celebrare i riti quotidiani. La prima necropoli cristiana di Milano fu «il giardino di Filippo» fuori da Porta Ticinese. Ovviamente le autorità sapevano quello che accadeva in questi luoghi, ma per quieto vivere, lasciavano correre, considerando i cristiani alla stregua di una qualunque setta giudaica dalla vita breve. Invece i cristiani presero sempre più piede arrivando a posizioni di riguardo nella vita pubblica e in quella militare. Si resero necessarie allora delle persecuzioni per epurare le istituzioni da questi «infedeli» e per dare un esempio alla popolazione di quello che sarebbe loro accaduto se avessero continuato ad adorare un falso dio. Tra la fine del III e l’inizio del IV secolo si assistette alle più feroci, molte delle quali colpivano i soldati delle legioni perché più facilmente controllabili. Erano le persecuzioni diocleziane.
LA VEDOVA SAVINA - Come era usanza i corpi di Nabore e Felice furono gettati in una fossa comune dove i loro resti si sarebbero mischiati a centinaia di altri e sarebbero spariti per sempre. Ma le autorità non avevano considerato la forte fede di alcuni lodigiani. Una di loro, Savina, era una milanese appartenente all’illustre gens Valeria. Si era trasferita a Lodi per sposarsi con un nobile del luogo che però l’aveva lasciata vedova in breve tempo. Trovando conforto solo nella nuova religione, Savina aveva consacrato la sua esistenza all’aiuto dei poveri e alla difesa della nuova religione. E la notte di quel martirio Savina raggiunse la fossa comune. Raccolse i corpi di Nabore e Felice e li portò nel suo palazzo. Qui, con l’aiuto di fedeli servitori, si occupò della loro imbalsamazione. Per anni quei corpi stettero a casa di Savina. Anni in cui le persecuzioni si attenuarono e sembrò possibile una più tranquilla pratica della religione cristiana. Fu il vescovo di Milano a chiedere a Savina di poter riavere i corpi dei due martiri per dare a loro una degna sepoltura. Savina decise allora di infilare i due corpi dentro una botte, caricarla su un carro e portarla di persona a Milano.
UN CARICO MISTERIOSO - Il viaggio, scomodità a parte, sembrò procedere con tranquillità almeno fino al paese di Gnano, sulla riva del Lambro. Qui Savina sapeva che c’erano parecchi posti di blocco romani, decise quindi di abbandonare la strada principale, e il ponte che passava il fiume, e cercare un guado in una zona deserta. Mentre le ruote del carro si immergevano nell’incerto fondo del Lambro sballottando il carro e il suo carico da una parte all’altra, Savina fu intercettata da una pattuglia di legionari romani. La fuga era impossibile, il carro si muoveva troppo lentamente e non voleva certo abbandonare i due preziosi corpi. I soldati circondarono Savina insospettiti dal comportamento della donna. Perché guadare il fiume in un punto pericoloso, quando c’era un ponte poco più in su? Il comandante della guarnigione chiese a Savina cosa contenesse la botte che trasportava. E lei prontamente rispose «miele!». Non sapeva da dove la risposta fosse scaturita. Semplicemente le era scappata dalla bocca e l’aveva detta con la sicurezza e il piglio di chi sa il fatto suo.
E MIRACOLO FU - I soldati però non le credettero. Non aveva senso guadare il fiume con un carico tanto innocuo. E allora il comandante ordinò a due dei suoi uomini di aprire la botte. Gli uomini saltarono sul pianale e armeggiarono un po' per sollevare il coperchio. Savina, ferma al posto di guida, le lance puntate alla gola, si volse verso di loro con il cuore che batteva all’impazzata. I soldati finalmente tolsero il coperchio sotto lo sguardo curioso dei loro colleghi. Uno dei due infilò metà del braccio dentro la botte e lo estrasse coperto di filante e grumoso miele giallo paglierino. La guarnigione fu costretta a lasciare che Savina riprendesse la strada per Milano. Arrivata dal vescovo il contenuto della botte tornò quello della partenza e finalmente i corpi di Nabore e Felice poterono avere una adeguata sepoltura che permettesse ai loro fedeli di adorarli come meritavano. Oggi Savina riposa in una cappella laterale di Sant’Ambrogio, dove forse si trovano anche i corpi di San Nabore e San Felice. Mentre il paese di Gnano ha cambiato nome e, per ricordare il miracolo di Santa Savina, ha aggiunto la parola Miele ed è diventato Melegnano.
postato da: prismalo alle ore 13:10 | link | commenti
categorie: frammenti
mercoledì, 18 luglio 2007

Les yeux ouverts

Direttamente dal Centre Pompidou di Parigi, arriva alla Triennale di Milano la grande mostra dedicata all'attività più che decennale di F A B R I C A, il centro di ricerca sulla comunicazione fondato da Oliviero Toscani e Luciano Benetton nel 1994 a Catene di Villorba, Treviso.
Le immagini di F A B R I C A cadono come schegge di vetro, ferendo e creando un corto circuito mentale. Raccontano, disturbano, innescano riflessioni, trasformando un gesto commerciale in un messaggio mediatico veloce e diretto.
Questi sono alcuni dei motivi che hanno portato F A B R I C A a parlare con le immagini ed il loro successo è uno dei motivi che ha portato il museo del Pompidou di Parigi a sdoganare una mostra colta e raffinata.
Dissacrante e provocante racconta con cinismo e ironia una contemporaneità fatta di sogni labili e realtà a volte crude.
F A B R I C A rilancia il concetto di mostra, trasformando il visitatore da soggetto passivo a parte attiva, forse in mostra stessa, proiettandolo in un vortice multimediale e interattivo. Ci si trova esposti come in una vetrina, ci si racconta in un e-book e ci si confronta su pareti digitali, allo stesso tempo si legge, si guarda e si ascolta.
C'è una storia in questa mostra, un racconto effimero che fa da legante ad un progetto ampio e complesso che trasforma tutto e il contrario di tutto… raccontare e raccontarsi… questo un messaggio malizioso che prova a ridisegnare punti di vista preconfezionati.
Una continua ricerca che passa attraverso la società moderna, una ricerca infinita di nuovi spunti e nuovi slogan, F A B R I C A crea e lascia creare, modella sulla base di una filosofia precisa tutto quello che è possibile modellare. Sviluppa nuove forme di minimal design, racconta storie semplici, ferma la vita e la morte in uno scatto, provoca e si lascia provocare. Come un Davide moderno si scaglia contro un Golia senza testa, potente ma passivo davanti alla provocazione intelligente.
Fa riflettere senza pretese, solo per il gusto di mettere in moto un'idea partendo da un punto di vista diverso, ne migliore ne peggiore, ma solo diverso, perchè la semplicità resta sempre la cosa più difficile da inventare e la grandezza dei sogni dipende sempre dalla fantasia dei sognatori.
postato da: prismalo alle ore 16:39 | link | commenti (1)
categorie: frammenti

FABRICA

postato da: prismalo alle ore 16:37 | link | commenti
categorie: frammenti
lunedì, 18 giugno 2007

Gianfranco Ferrè

MILANO - Lo stilista Gianfranco Ferre' e' morto . Con la morte di Gianfranco Ferré, il mondo della moda perde il suo 'architetto'. Lo stilista veniva chiamato cosi' non solo perché si era laureato nel 1969 al Politecnico di Milano, ma anche per lo stile rigoroso, affine al design, che contraddistingueva la sua creativita'. Nato a Legnano (Milano) nel 1944 da una famiglia di piccoli industriali, era orgoglioso delle sue origini. Aveva mosso i primi passi nella moda collaborando, all'inizio degli anni 70, con Walter Albini, per il quale creava cinture e bijoux. Dagli accessori era passato all'abbigliamento, disegnando per l'azienda di impermeabili Sangiorgio, di Genova. Risalgono a quel periodo i legami con due persone importanti per la sua vita: Rita Airaghi, una cugina che lascio' l'insegnamento per diventare il suo alter ego, e Franco Mattioli, imprenditore bolognese dell'abbigliamento che fu il suo socio per 25 anni, dal 1974 al 1999, fino a una drastica rottura.
Dal sodalizio con Mattioli, nel 1978 nacque la Gianfranco Ferré spa e la prima collezione di pret-a'-porter femminile, che esordi' sfilando al Principe di Savoia di Milano, e segnando l'inizio della carriera internazionale di Ferré.
Una carriera coronata, nel 1989, dalla direzione artistica della maison Christian Dior. Il fatto che Bernard Arnault avesse scelto un italiano come successore di Marc Bohan, non fu preso bene dai francesi. Ma Ferré, sin dalla prima collezione, conquisto' tutti, usando magistralmente quella sua visione grandiosa e strutturata e insieme semplice e rigorosa della moda. Nel 1986 'il Gran Lombardo' aveva anche debuttato sulle passerelle dell'alta moda italiana a Roma, confermando la sua attitudine a 'costruire' per la bellezza femminile sempre qualcosa di regale e di sontuoso, ma in senso moderno. Chiusa dopo 8 anni l'esperienza da Dior, l'architetto si concentro' nuovamente e totalmente sulla sua griffe e nel 1998 sposto' il suo quartier generale nell'ex Gondrand in via Pontaccio. Intanto l'azienda si era sviluppata, erano nate le collezioni maschili, erano state create altre etichette. Alla fine degli Anni 90 il gruppo gestiva otto linee di abbigliamento e accessori, anche grazie a partner industriali come Marzotto e Itierre. Ma i risultati economici della societa' Ferré, proprio in quegli anni, davano serie preoccupazioni. La moda era cambiata, sembrava dominata da uno stile approssimativo, diverso da quei suoi abiti 'progettati'. Tuttavia, sulla bravura dell'architetto erano in molti a voler investire. Nel 2002 fu la It Holding (gruppo che detiene anche Itierre) di Tonino Perna, ad acquisire il 90% dell'azienda Ferré, lasciando allo stilista il 10% delle azioni, la carica di presidente e il ruolo di direttore artistico. Inizio' la ristrutturazione, e non fu un periodo facile, ma Ferré continuo' a mettere tutto se stesso nel nuovo progetto che portava il suo nome. Colto e raffinato, lo scorso marzo era stato scelto come presidente dell'Accademia di Belle Arti di Brera.
Quando Gianfranco Ferré, con la sua poderosa mole, compariva in passerella erano sempre applausi scroscianti: un gigante della moda, in tutti i sensi, molto snob, capace di giudizi taglienti, ma anche di improvvise emozioni, un artista che dava importanza alla ricerca, al taglio, alla costruzione, all' uso dei tessuti e alla lavorazione. Di lui restera' indelebile anche il ricordo della 'camicia bianca', capo emblematico che ha sempre caratterizzato le sue collezioni, rubato al rigoroso guardaroba maschile e regalato all'opulenza dell'eleganza femminile. Ma rimarranno indimenticabili anche certi bustier, certi grandi abiti dove materiali come l'osso e la rafia perdevano qualsiasi connotato etnico-folcloristico. E come non citare il cortissimo vestito a collana di corallo, con effetto mozzafiato sul corpo di Naomi Campbell. Una grande moda, quella di Ferré, che presupponeva sempre una donna dalla grande personalita', senza false modestie. Come non era modesto neppure lui. Lo scorso gennaio, alla sfilata della collezione uomo, era uscito in passerella sotto la scritta "Je ne sarais jamais personne, mais personne ne sera jamais comme moi" (un aforisma attribuito anche a Jim Morrison) che ora suona un po' come il suo epitaffio: "Io non saro' mai nessuno, ma nessuno sara' mai come me".
postato da: prismalo alle ore 10:16 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
martedì, 05 giugno 2007

Una città possibile: architetture di Ivan Leonidov

L’architettura di Ivan Leonidov (1902-1959) è stata fin dagli anni ’20 apprezzata, e criticata, per la sua vena visionaria e per le sue originali qualità formali.

Per ciascuno dei temi affrontati, prendendo parte a concorsi piuttosto che a dibattiti, Leonidov ha di volta in volta prodotto proposte inedite e forme affabulanti, tendenti a prefigurare oltre che una soluzione per l’occasione specifica, soprattutto idee per lo sviluppo dell’architettura di una nuova città.

Rimasta pressoché tutta sulla carta, la sua architettura ha avuto nonostante un immediato riconoscimento anche internazionale, una notevole fortuna solo in questi ultimi decenni, non solo per rivalutazione critica ma soprattutto per l’influenza esercitata dalle forme delle sue architetture su tante realizzazioni contemporanee.

La mostra si propone di restituire in una panoramica di opere selezionate l’immagine della “città di Leonidov” seguendo due prospettive parallele.

Da una parte un’indagine volta a verificare attraverso la contestualizzazione delle sue opere nella Mosca degli anni ’20, nonché nella Mosca contemporanea il rapporto tra le forme dell’architettura e la trasformazione del paesaggio urbano, dall’altra un’indagine puntuale sulle sue tipologie innovative restituita attraverso modelli plastici.

La mostra raccoglie 12 modelli plastici, 3 ricostruzioni virtuali, 6 video animazioni e circa 30 pannelli che documentano l’idea di città futura sviluppata da Leonino tra anni ’20 e ’30, elaborati in una ricerca consorziata tra Dipartimento di Progettazione dell’architettura e Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, Moskovskij Arkhitekturnij Institut, e Mosproekt 2 Laboratorio 20, Facoltà di Architettura del TU-Delft, Dipartimento di Storia dell’architettura dell’Università di Stoccarda.

Le ricostruzioni virtuali consistono in una serie di fotomontaggi di tre tra i più significativi progetti di Ivan Leonidov per Mosca inseriti in diverse viste di paesaggio della città. Tali ricostruzioni sono elaborate attraverso l’impiego di tecniche e strumentazioni attualmente in uso da parte degli uffici tecnici competenti (Mosproekt 2 – Laboratorio 20) per l’Analisi dell’impatto visuale di opere di nuova realizzazione.

Le video animazioni restituiscono il contesto storico, dei concorsi, dei dibattiti e del confronto internazionale sul tema della città moderna, nel quale le proposte di Leonidov hanno preso forma.

Il progetto di allestimento, curato da Sabrina Greco e Maurizio Meriggi, è esso stesso un modello, in scala 1:30, della città lineare di Magnitogorsk i cui volumi fungono da basi per la collocazione dei modelli in mostra.

In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo dal titolo Una città possibile. Architetture di Ivan Leonidov 1926-1934, edito da Electa, che restituisce attraverso saggi critici le ricerche universitarie prodotte dalle sedi consorziate e le immagini dei modelli e delle ricostruzioni, accompagnate da un album di ridisegni.

Il volume contiene saggi di G. Canella, M. Meriggi, S.O. Khan Magomedov, Ju. Volčok, E. Nikulina, O. Adamov, M. Leonidova, A. Leonidov, O. Mačel, D.W. Schmidt, S. Montanari, R. Nottrot, I. Čepkunova

postato da: prismalo alle ore 12:18 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
lunedì, 28 maggio 2007

Starckland

Viaggio nel panorama delle creazioni più recenti di Philippe Starck e lungo l’orizzonte del suo pensiero etico: tra visioni di futuro possibile, citazioni affettuose dagli stili del passato e proposte innovatrici di design che saranno i pilastri di una moderna democrazia del gusto
 
Si avvicina all’ennesima intervista della sua vita con la pazienza che ci vuole per espletare un compito: da professionista del proprio lavoro e insieme da esperto della comunicazione. Avrebbe preferito un registratore; meglio sarebbe stato se lo avessi seguito in aereo a Parigi, per risparmiare il suo tempo. Ma è stato molto gentile e mi ha risparmiato il volo, consentendomi in cambio di viaggiare per tre quarti d’ora con il fluire della sua mente. Philippe Starck è un fenomeno reale, una figura d’uomo notabile non solo per il successo mediatico e popolare delle sue creazioni.

Un costruttore di visioni contemporanee, animato da evidente talento e da un profondo desiderio etico: rifare in bello il mondo, portare sempre di più la qualità negli oggetti di uso quotidiano e nelle stesso tempo renderli accessibili a molti, per costi e facilità di percezione. Con simili intenzioni, la strada della ricerca per lui è sempre aperta e i progetti che nascono in continuazione lo documentano: il tema è sempre quello, che cosa si può fare per migliorare la qualità di vita. Ma non gli interessa la strada elitista, che considera volgare; piuttosto il suo pensiero creativo lavora appunto per migliorare il mondo, per rendere tutti (o perlomeno tanti) più belli, più contenti, modernamente umani. L’accusa plausibile di utopismo visionario viene però smentita facilmente se si sta attenti ai fatti, che in questo caso sono gli oggetti che Starck ha disegnato e reso tali: dai suoi mobili speciali alle sue lampade, dalle stanze d’albergo – ormai diffuse in tutto il mondo – che lui ha rivoluzionato nel gioco dell’arredamento alle sue architetture e a tutte le incursioni creative del suo genio, che sono diventate abiti, scarpe, occhiali, borse, valigie, orologi, motociclette, macchine di frontiera e persino aeroplani per turismo interplanetario, programmati per un costo ribassato di consumo

Che l’utopia del suo progetto sia molto vicina a essere possibile ce lo racconta l’esperienza delle sue creazioni: chiunque si sia seduto su una sua sedia o abbia preso luce da una sua lampada sa che il piacere estetico di quegli oggetti corrisponde sempre a una precisa funzionalità del pezzo e il successo di massa degli stessi è la prova chiara che il suo design è fatto di proposte facili da accettare. Condivisibili fra molti, quasi fossero norme di base di una moderna democrazia del gusto. Se poi il catalogo della sua fantasia realizzata sta stretto dentro un solo libro, il suo linguaggio espressivo, articolabile all’infinito, è però basato su alcuni principi fondamentali: la forma dell’oggetto non ne segue pedissequamente la funzione ma la rinnova e spesso la reinventa ed è costante il riferimento con il corpo umano. Le gambe delle sedie sollevano la seduta come tacchi a spillo, la luce delle lampade arriva in progressione, a cono, per non offendere direttamente l’occhio. I suoi divani diventano molto volentieri un letto e gli oggetti d’uso quotidiano appendici naturali della mano. Così come le scarpe inguainano il piede come una seconda e spessa pelle.

Il risultato estetico è sempre garantito dal rivoluzionamento degli schemi, ma tanta originalità viene proposta in forme così semplici che quasi tutti le trovano attraenti. Insomma Philippe Starck è proprio unico, perché più che un designer la sua natura lo porta a essere un creatore. Un rapido elenco delle ultimissime sue idee realizzate, dal campo degli indumenti a quello delle nuove tecnologie, racconta il percorso di una testa vulcanica in continua attività, sempre pronta a fare sorprese. Come alcune delle numerose proposte per il prossimo Salone del Mobile di Milano, disegnate per altrettante nobili aziende del settore (con ciascuna di loro e con i loro proprietari un rapporto di lunga intesa, quasi amoroso), come per esempio quattro o cinque sedie, una diversa dall’altra, una più bella dell’altra, e tutte facili oggetto di desiderio per quanti abbiano a cuore l’arredamento delle proprie case e vogliano andare a colpo sicuro nella scelta del pezzo giusto e buono.
postato da: prismalo alle ore 11:30 | link | commenti
categorie: frammenti
sabato, 26 maggio 2007

Vacanze

postato da: prismalo alle ore 13:41 | link | commenti
categorie: frammenti
venerdì, 18 maggio 2007

Le città visibili

La Triennale di Milano presenta Renzo Piano Building Workshop. Le città visibili una grande mostra monografica sull’opera di Renzo Piano che aprirà la Festa per l’Architettura - IV edizione.

Il sottotitolo della mostra è ispirato dall’opera di Italo Calvino, uno degli autori che più hanno influenzato la sensibilità dell’architetto.La straordinaria valenza urbana della sua architettura è proposta attraverso disegni originali, progetti e modelli che documentano la produzione di più di quarant’anni di attività, sullo sfondo delle trasformazioni che hanno segnato il passaggio dalla città industriale del XX a quella post-industriale del XXI secolo.

I progetti di Renzo Piano possono essere letti come un tentativo di riprendere e rilanciare la tradizione umanistica della città europea, ridiscutendone i principi insediativi nell’ambito della cultura contemporanea. Dal prototipo parigino del Beaubourg alla riconversione torinese del Lingotto, dalla Cité Internationale di Lione al porto di Genova, alla berlinese Potsdamerplatz, Renzo Piano ha lavorato alla trasformazione del vecchio modello di città industriale in quello di città dell’informazione e della cultura. Gli esperimenti sulle brown areas di Milano e di Sesto San Giovanni, di Lione e di Parigi, di Harlem a New York, etc. mostrano invece il passaggio dalla città della produzione a quella degli scambi.

La città di Piano propone un’idea di spazi multifunzionali che traducono l’irrequietezza della contemporaneità attraverso l’esaltazione della complessità, della trasparenza e della permeabilità. Il lavoro su una tipologia architettonica consolidata, come il grattacielo, ridefinisce i rapporti tra pubblico e privato, come dimostrano i casi del New York Times e della London Bridge Tower.

I progetti di Piano agiscono sulla stratificazione e sull’addizione per ricreare la complessità del contemporaneo. A questo si aggiunge l’attenzione all’uso del verde che dimostra l’importanza riconosciuta all’elemento naturale nell’ambito progettuale.

A Milano come a New York o a Genova o a Roma, le tracce del passato non sono rimosse ma reintegrate, utilizzando l’ideale della leggerezza come ipotesi progettuale.

Le città visibili lancia dunque un’interpretazione dell’opera di Renzo Piano imperniata sulla centralità della visione urbana attraverso i progetti, raccolti in alcuni nuclei fondamentali: la città delle arti, la città della musica, la città delle acque, le città d’affezione (Parigi, New York, Genova, Milano).

postato da: prismalo alle ore 14:29 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
mercoledì, 16 maggio 2007

Dio alla fine del mondo

Si può ancora meditare sull’esistenza divina in un mondo sempre più agnostico? Forse al suo estremo confine Nord, in un’architettura di Jensen & Skødvin, analizzata qui da Stefano Casciani. Progetto Jensen & Skodvin.

Un luogo comune recente (ancora da smentire) vuole le riviste d’architettura confinate al semplice ruolo di newsletter, tanto belle quanto pesanti e poco pratiche da infilare nel web: in questi fossili dell’era Gutenberg la preferenza tra forma e contenuto va, istintiva e immediata, alla prima. Il significato, l’interpretazione verranno, se è il caso, più tardi. Nella corsa allo scoop, piuttosto difficile ormai nel massificato mercato mediatico, il confronto critico e dialettico sugli edifici si manifesta statisticamente nella scelta di una grafica più o meno celebrativa, di un genere di fotografia artistico / scultoreo / spettacolare oppure antropologico / sociologico / giornalistico.
Il capolavoro ideale di quest’ultima concezione è la foto di un brutto edificio di un famoso architetto, scattata attraverso il finestrino chiuso, anche un po’ sporco, di un’automobile in corsa sotto la pioggia. Didascalia: “Il critico d’architettura come trovarobe”. Potrà sembrare irriverente anteporre queste annotazioni all’analisi di un edificio religioso all’estremo confine nord del Vecchio Mondo, esercizio apollineo sulla bellezza della semplicità: ma, in un mondo dove la Design Economy si va facendo strada come una delle ultime spiagge per la sopravvivenza dell’Occidente, sarebbe disonesto fingere che anche in questo caso due oggetti speculari (l’edificio realizzato e la sua pubblicazione sulle riviste) non facciano parte anche del fenomeno mediatico.
Non è casuale che molti settimanali siano stati letteralmente affascinati da un altro recente monastero, quello di Novy´ Dvur disegnato da John Pawson: dando naturalmente molto più spazio ai pettegolezzi blasfemi – monaci in cerca d’ispirazione allo showroom Calvin Klein – che alla verità sul progetto, una patetica estensione dell’arredamento minimalista ai riti della clausura. Anche il caso del convento Tautra Maria non sfugge (se non altro nel momento stesso in cui avviene qui la sua pubblicazione) alle regole del mercato mediatico: da poco terminato, vince il concorso Forum AID Award promosso dall’omonima rivista scandinava, che lo documenta in una stringata ma efficace pubblicazione.
Subito riceve un altro premio (International Award Architecture in Stone 2007) e lancia così i suoi autori in quel circuito mediatico perverso, da cui chi rimane fuori è destinato, se gli va bene, a essere scoperto tra qualche decina d’anni. Basta però approfondire leggermente la conoscenza degli architetti per scoprire che Jensen & Skodvin non sono dei neofiti nell’esperienza di progettare per la divinità: la loro chiesa luterana a Mortensrud, del 2002, suggerisce già il carico opprimente della fede per i credenti, in una società tendenzialmente agnostica come quella scandinava. La struttura inversa pesante/leggero dell’edificio – un grande volume opaco sovrapposto a un basamento trasparente – ne è una metafora efficace. C’è però una bella differenza tra disegnare un oggetto autonomo, come dopo tutto è sempre una chiesa (vedi Ronchamp, con cui Le Corbusier sfoga la sua ambizione di essere finalmente artista e non più stucchevole difensore del Modernismo) e concepire un’intera piccola comunità come un convento di clausura, dove gli/le abitanti sono destinati a vivere almeno per il resto dei loro giorni.
Così i progettisti hanno iniziato un complicato dialogo con le suore, forse per capire quale ragione le spingesse a rifugiarsi sull’isoletta di Tautra, sicuramente per produrre una cittadella di Dio, per quanto minuscola. La storia del convento, raccontata sul simpatico sito web www.tautra.no, potrebbe fornire qualche spunto per un film di Woody Allen vecchio stile. Nel 1999 le suore dell’Abbazia cistercense di Nostra Signora del Mississippi, vicino Dubuque, Iowa, hanno l’illuminazione di fondare un convento a Tautra: o meglio, ri-fondare, visto che già nel XIII secolo da queste parti esisteva un monastero, ora in rovina. Cinque Sorelle partono dallo Iowa per Trondheim, altre due se ne aggiungono da altri conventi norvegesi: nel 2005 inizia la costruzione del convento di Tautra Maria, che viene completato e consacrato l’anno scorso. Leggendo bene la presentazione del progetto che Ellen van Loon fa per Forum AID, si scopre che le cose davvero non sono andate così lisce nel rapporto con una committenza tanto singolare.
I progettisti hanno cercato di dare alle suore Cistercensi una struttura compositiva del complesso certamente ascetica (la pianta è un semplice rettangolo) ma che lasciasse maggiore spazio al movimento delle abitanti. Fedeli alla regola cistercense, non rigidissima anzi aperta verso il mondo (le suore di Tautra si sostentano producendo e commerciando saponi naturali, quelle di Dubuque fabbricano e vendono caramelle) ma pur sempre una regola di clausura, le committenti arrivano a ridurre del 30% lo spazio ipotizzato dai progettisti; vengono praticamente eliminati gli spazi di circolazione, per poter creare dei minuscoli giardini visibili alle recluse. Jensen e Skodvin (in particolare il project leader Jan Olav Jensen) devono aver fatto di tante necessità virtù, riuscendo a ottenere qualche concessione sul valore materico di strutture e superfici.
Anche qui non mancano gli ostacoli: per esempio, niente impiallacciature per le pareti interne di legno, una loro fiammatura eccessiva potrebbe disturbare la concentrazione nella preghiera. È quindi nelle strutture e sul guscio protettivo del convento (tanto le suore in preghiera non lo vedono) che i progettisti riescono a dare il meglio. Le pareti esterne dell’edificio mostrano una delle superfici più insolitamente affascinanti viste nell’architettura degli ultimi anni: un collage di sottili lastre in pietra, differentemente colorate ma tutte sui toni del paesaggio nordico, con una dominante giallo/cenere che richiama il colore della terra primigenia: “polvere sei e polvere ritornerai”. E anche se Jensen e Skodvin hanno preferito sfuggire a facili simbolismi, non serve molta fantasia (o forse basta aver avuto un’educazione religiosa cristiana), per leggere nell’intricata struttura di travi in legno che forma la copertura della chiesa, una moltiplicazione infinita dei bracci della croce su cui è stato inchiodato il Messia.
Un’immensa crocifissione senza figure, dove chiunque – dalle suore che a Tautra cercano rifugio dagli orrori del mondo, al semplice voyeur mediatico e a ognuno di noi peccatori – potrà immaginare se stesso, sospeso tra terra e cielo ad aspettare da Dio una salvezza non possibile, almeno fino alla fine del mondo.

postato da: prismalo alle ore 13:31 | link | commenti
categorie: frammenti
lunedì, 14 maggio 2007

Albergare nel lusso

Una nuova generazione di alberghi ipotizzati dai progettisti.
ROMA - Quindici giorni nella splendida beauty farm del «St. Regis Hotel» di Shanghai? Una settimana nel «Bellagio» di Las Vegas? Soggiornare al «Town House Galleria» di Milano? Tutta roba d'altri tempi. Nell'arco di un paio di decenni gli hotel assomiglieranno più a quelle base spaziali dei film di fantascienza che ai vari edifici più o meno lussuosi che siamo abituati a vedere. I viaggiatori saranno accolti in capsule sormontate da un'antenna. Dimenticate la «Jin Mao Tower», elegantissimo grattacielo déco di 88 piani che dal 53° all'87° alloggia l'hotel più alto del mondo, il «Grand Hyatt » a 366 metri d'altezza. Per imperdibili sensazioni a mezz'aria, sott'acqua, in una stazione orbitante, a bordo di una gigantesca mongolfiera o in mezzo al mare, ecco arrivare gli alberghi del futuro.
«NATO RICCO» - Futuristiche strutture, in parte in fase di costruzione, in parte ancora ambiziose idee e stravaganti concetti di prestigiosi studi d'architettura. Una nuova generazione di hotel extra-lusso, riservati a pochi e che in qualche caso superano persino la fantascienza di Jules Verne, sono ora stati raccolti dal sito specializzato «Born Rich» («Nato ricco»),che elenca i «World's Top 10 Futuristic Luxury Hotels». In questo caso parlare di turismo del futuro vuol dire parlare principalmente di tecnologia ed eccentricità. Nella lista è presente anche il «Burj al-Arab» di Dubai (l'unico degli hotel per ora completati). Nell'hotel a forma di vela si può cenare al ristorante Al Mahara prendendo un sottomarino, dato che è al di sotto del livello del mare, oppure a Al Muntaha, a 200 metri di altezza raggiungibile in pochi secondi grazie all'ascensore più veloce del mondo. Il costo? La Royal suite si aggira sui 28.000 dollari a notte.
ACQUA, CIELO, SPAZIO - Esorbitanti pure le cifre stimate per la realizzazione di questi fantascientifici alberghi; il sette stelle resort «Apeiron Island Hotel» - che è progettato venga costruito su una spiaggetta in mezzo all'Oceano, è attualmente in fase di progettazione dallo studio londinese «Sybarite». Costo: 500 milioni di dollari. L'edificio, 200.000 metri quadri di superficie, con due torri a forma di ali, misura un'altezza di 185 metri e può ospitare 350 lussuosi appartamenti. Viceversa, il «Poseidon», ovvero il Dio dei mari, è l'albergo che nel settembre del prossimo anno verrà inaugurato sulle Fiji. Disegnato da Bruce Jones, il costo per soggiornare è di 15 mila dollari a notte. La particolarità in questo caso, è quella che l'intero complesso è a 12 metri di profondità sotto il livello del mare e, da una delle 24 mini-suite si potrà osservare l'intera fauna marina. Il «Crescent Hydropolis Resort» di Dubai invece, sarà il primo 10 stelle al mondo. Impressionante, ma difficilmente realizzabile per ora, il «The Lunatic Hotel», anche se dallo studio di progettazione «Wimberly Allison Tong & Co.» di Londra si dicono certi che i primi turisti lunari possano essere accolti già entro il 2050.
postato da: prismalo alle ore 15:08 | link | commenti
categorie: frammenti

The Hydropolis

«The Hydropolis» - L'albergo, che secondo gli investitori sarà il primo 10 stelle al mondo è in fase di completamento a Dubai. 150 sono le società che lavorano alla realizzazione dello spettacolare hotel. Il suo complesso sottomarino a 60 piedi di profondità disporrà di 220 suite a tema, cinema high tech, sale conferenza, ristoranti e persino un sistema di difesa missilistico per garantire la massima sicurezza agli ospiti dell'esclusiva struttura.
postato da: prismalo alle ore 15:07 | link | commenti (1)
categorie: frammenti

Waterworld

«Waterworld» - Nascerà all'interno della cava naturale di Songjiang in Cina. E' stato progettato dallo studio «Atkin's Architecture Group e per ora è ancora in una fase concettuale. Il restort dispone di 400 posti letto e una spettacolare area per praticare ogni genere di sport acquatico. Sarà anche possibile fare l'arrampicata sportiva sulla montagna di fronte all'albergo o il bungee-jumping.
postato da: prismalo alle ore 15:06 | link | commenti
categorie: frammenti

The Apeiron

«The Apeiron» - In fase di progettazione. Costo stimato per la realizzazione del sette stelle resort da 350 suite extra-lusso: 500 milioni di dollari. 185 metri d'altezza per la struttura alberghiera costruita - secondo il progetto dello studio «Sybarite» - su complessivi 200.000 metri quadrati di superficie. Spiagge private, galleria d'arte, cinema, negozi, Spa, sale conferenza - le caratteristiche all'interno dell'edificio - oltre a quella che nascerà su un isolotto in mezzo al mare.
postato da: prismalo alle ore 15:03 | link | commenti
categorie: frammenti
lunedì, 23 aprile 2007

Karim Rashid

Karim Rashid è nato al Cairo nel 1960 da padre arabo e madre inglese. È cresciuto in Canada e ha studiato design a Milano. Ha prodotto più di 2000 oggetti. I suoi lavori sono esposti al MoMa. A Milano presenta la Poly Chair per Bonaldo; inoltre domani farà il dj ai Magazzini Generali per il «No Luxury Party» di Kundalini.
L’architettura più bella?
«Le Piramidi»
Quale materiale usa di più?
«La plastica perché è viva, energetica, lucida, liscia, trasparente, soffice, tattile. Mi interessano anche i materiali biodegradabili».
Cosa porta sempre in valigia?
«Tre paia d’occhiali e le penne rosa e nere». Il ristorante preferito a Milano? «Alla Cucina delle Langhe o Controvapore».
Chi sono i designer italiani che le piacciono di più?
«Luigi Colani, Alessandro Mendini, Stefano Giovannoni, Gaetano Pesce e Carlo Mollino, anche se non c’è più. Poi Italo Calvino, un designer della filosofia...».
Quali colori consiglia di usare nella casa?
«Creare grandi spazi bianchi con accenni di colori forti, rosa shocking e arancione fluorescente».
Quale libro non leggerebbe mai?
«Pensare e diventare ricchi di Napoleon Hill e The Reminiscence of a Stock Operator di Edwin Lefevre».
Quale stanza della casa preferisce?
«Il soggiorno perché definisce chi sei».
Quale luogo al mondo ama di più?
«La Terra. Mi piace ogni suo angolo».
Da bambino che lavoro sognava di fare da grande?
«Il matematico, il pittore, lo stilista».
Quale secondo lei il suo progetto più bello?
«La Poly Chair by Bonaldo che presento al Salone».
Cosa fa a Milano la sera?
«Mangio, dormo, faccio sesso, possibilmente tutte e tre. Quest’anno farò il Dj per il gruppo di N.Y. «Electro Space», ai Magazzini Generali per il «No Luxury Party» con Kundalini».
Come si rilassa?
«Corro 10 chilometri tutti i giorni, leggo e guardo film».
Per chi le piacerebbe progettare?
«Fiat, Kartell, Hugo Boss, Bose, Diesel, Motorola, Alitalia, Aeroflot, Delta or Airbus, Samsung, Bang and Oulfsen, Samsonite, Tefal, Toyota, Cassina, Faema».
Qual è l’oggetto della storia del design più bello?
«La prima sedia in plastica di Donahue e Simpson».
Chi è l’artista contemporaneo che ama di più?
«Sono due: Peter Halley e Andy Warhol».
Pratica qualche sport?
«Vado in palestra e faccio sesso 5 giorni la settimana».
Quale sound preferisce?
«Electropunkspacedisco».
In un viaggio nel tempo in che epoca si dirigerebbe?
«Mi piacerebbe vivere nel 2050»
Quale città europea le piace di più?
«Amo tutti i posti per la loro diversità».
Qual è il viaggio che vorrebbe fare?
«Vorrei essere ovunque senza doverci arrivare».

Qual è l’edificio o il luogo più brutto?
«Tutti gli edifici della Nona e della Decima Strada di New York»
Quale oggetto di design detesta?
«Detesto quando un oggetto di design non funziona ».
È vero che aprirà un atelier in via Maroncelli?
«Non so ancora, sono in trattativa».
Chi dei suoi colleghi butterebbe giù dalla torre?
«Amo i designer e le torri, quindi salterei giù con loro. Dalla Torre Eiffel con Starck; da quella di Tokio, Kuramata o Ito; Mariscal dalla Torre España, Ron Arad dalla City Gate T.; Marcel Wanders dalla Zendstation Smilde T; Deiter Rams dalla Bremen-Walle Towe».
postato da: prismalo alle ore 13:01 | link | commenti
categorie: frammenti
domenica, 22 aprile 2007

Cento mucche in giro per la città

postato da: prismalo alle ore 12:01 | link | commenti (3)
categorie: frammenti

Cento mucche in giro per la città

Cento mucche d'artista in giro per Milano: questa è la Cowparade, la più grande mostra d'arte itinerante del mondo, che -nata nel 1998 da un'idea del famoso scultore svizzero Pascal Snapp- è sbarcata quest'anno, e sarà visibile fino al 17 giugno, nella capitale lombarda.
Le mucche in vetroresina, a grandezza naturale, trasformate "ad arte" da artisti, stilisti, designer, architetti, fotografi affermati, hanno invaso le strade, le piazze, i giardini di Milano. Le mucche sono esposte, tra le altre location, in Galleria Vittorio Emanuele, Corso Vittorio Emanuele, Via Dante, Piazza della Scala, Corso Como, al Pac, alla Triennale, in Zona Tortona, in Bovisa, nelle metropolitane di Loreto, Duomo, Cadorna e negli aeroporti di Linate e Malpensa.

 

Il portale Alice.it è sponsor di due mucche, realizzate dalle artiste Federica Filippelli (la sua mucca si chiama "Chi Alicerca trova") e da Roberta Tucci ("Entra con Milla nel parco di Alice"), che sono esposte rispettivamente in Largo La Foppa e Piazza San Babila e hanno al loro interno una "sorpresa tecnologica", destinata a tutti coloro che visitano le due mucche di Alice con un cellulare con Bluetooth attivato.

Cowparade ha una doppia finalità, come ha ricordato alla conferenza stampa del 12 aprile scorso Paolo Cassarà di Mediamakers, organizzatore della Cowparade di Milano: far conoscere gli artisti di oggi con un evento di portata internazionale e raccogliere fondi attraverso l’asta battuta da Sotheby’s, che avrà luogo il 25 giugno, a favore della Fondazione Onlus Champions for Children, fondata dal noto calciatore Clarence Seedorf, per aiutare, sostenere ed educare i bambini che vivono in condizioni critiche o in paesi colpiti da guerre e calamità. Dalla prima Cowparade ad oggi la manifestazione è riuscita a devolvere in beneficenza più di 20 milioni di euro.

Ogni Cowparade ha la propria personalità, ha sottolineato Gisella Borioli, Direttore artistico dell'edizione milanese: "le mucche milanesi sono tutto sommato perbene, filosofiche, rigorose, appunto milanesi, che  invitano ad usare la testa, a riflettere sui problemi della della natura, che che comunicano con il suono e con la luce, decorate con disegni stilizzati o fashion". "Cowparade è un punto di partenza -ha ricordato Flora Vallone, Direttore del settore Arredo verde e qualità urbana del Comune di Milano- per avere una città che si avvantaggi del colore e dell'elemento artistico anche nei suoi spazi aperti, una città insomma più bella e coraggiosa".

postato da: prismalo alle ore 11:56 | link | commenti
categorie: frammenti