"La funzione principale di una città è trasformare il potere in strutture, l'energia in cultura, elementi morti in simboli d'arte viventi e la riproduzione biologica in creatività sociale." (Lewis Mumford)



Quante volte capita di sentir dire «Milano è una città grigia»? Eppure era ben diversa l’opinione che ne avevano i viaggiatori stranieri qualche secolo fa, se nel 1685 tal Gilberto Burnet così scriveva: «Ciascuno sa che è una delle più belle e più grandi città del mondo, quantunque sia situata lungi dal mare e non abbia alcun fiume navigabile: e, non solo è grande e bella, ma è ricchissima come provano la sua vasta distesa, la bellezza dei suoi edifici e specialmente la sontuosità delle sue chiese e dei suoi conventi». Per non parlare dei nobili che la abitavano e che non si facevano mancar nulla, «ostentando gran lusso, tanto negli abiti, quanto negli equipaggi e nel seguito». Le carrozze infatti erano ricoperte di velluti, tele d’oro e d’argento e preziosi ricami, e non di rado se ne vedevano parecchie sostare fuori dal Duomo, che attirava i milanesi, ma anche molti visitatori stranieri. L’immagine della cattedrale non era però quella che si presenta oggi ai nostri occhi: la facciata era incompleta (c’erano solo le due porte del Pellegrini, e si vedeva ancora l’antica facciata di Santa Maria), il tetto rudimentale, e aveva solo due guglie.
«GROSSOLANO» - All’epoca non riscuoteva molto successo nonostante la sua imponenza, perché lo stile gotico non era apprezzato nel Seicento, cosa che fece dire a Burnet: «Il Duomo non è nulla per quanto riguarda l’architettura, perché tutto è gotico e per conseguenza grossolano». La malizia poi portava a far pensare che la cattedrale non sarebbe mai stata ultimata, dato che la posa della prima pietra risaliva a un ormai lontano 1386. Piaceva invece lo Spedale di' poveri, o Ca' Granda, soprattutto per quell’ampio cortile barocco progettato dall’architetto Francesco Maria Richini, e qualcuno, come l’inglese Richard Lassels, si spinse ad affermare: «Magnifico; si deciderebbe quasi di essere un po’ ammalato per alloggiarvi; un re vi potrebbe stare senza incomodo». Lord Lassels lascia ai posteri anche una lusinghiera descrizione del Castello Sforzesco: «È più una città che una fortezza; ha un miglio e mezzo di circuito e fornisce ai soldati tutto il necessario: vi sono strade, case, palazzi pei principali ufficiali, piazze, botteghe con ogni genere di mercanzie, e perfino negozi d’oreficeria. Cinque fontane o pozzi che non asciugano mai, un molino, un ospedale, una chiesa con otto o dieci cappellani e un curato. Sulla piazza si possono schierare seimila uomini in ordine di battaglia. Sui bastioni e nell’arsenale vi sono duecento pezzi di cannone».
L'AMBROSIANA - I gentiluomini che si recavano a Milano non potevano poi esimersi da una capatina alla biblioteca Ambrosiana, che suscitava però pareri contrapposti: c’era chi ne cantava le lodi e chi invece, come Lassels, trovava che possedesse più ritratti di uomini illustri che libri, giudicandola «una spesa inutile; meglio sarebbe stato impiegar que’ denari in libri che onorano i sapienti assai più che non i ritratti». Il quadro era quello di una città sfarzosa, in cui i poveri però abbondavano, prova ne erano le tante case senza finestre, perché il vetro era molto caro, così che chi non se lo poteva permettere viveva chiuso in una «scatola». Ma la gente non se ne stava certo con le mani in mano: Milano era una città molto operosa, grazie ai suoi artigiani, armaioli, lavoratori di cristallo e tessitori, tanto che era in voga il detto secondo cui se si voleva restaurare l’Italia bisognava distruggere Milano, perché i suoi lavoratori se ne andassero nelle città dove invece scarseggiavano. Un secolo più tardi il viaggio diventa un’abitudine sempre più assidua e nella città meneghina il numero di forestieri aumenta.
MALANDRINI - L’abate Coyer, che nel 1783 percorreva la strada fra Torino e Milano, non ebbe però modo di apprezzare subito le bellezze locali, perché fu distratto da una gabbia appesa a un palo in cui si trovavano tre teste, con un cartello che recitava: «Queste sono le teste di tre malfattori che assalirono li conti Marazzani in questo loco». Il malandrinaggio era molto diffuso, basti pensare che fra il 1741 e il 1772 in Lombardia si contano circa 72mila malviventi e chi cominciava la sua carriera criminale con un omicidio, non di rado si riciclava come ladro nelle bande. Se l’abate Coyer entrò in città piuttosto corrucciato, il malumore gli passò presto, perché l’accoglienza dei milanesi era rinomata. E famosa era anche la tradizione dei coureur, ovvero i lacchè che di notte correvano con le fiaccole in mano precedendo le carrozze dei propri signori per illuminare la strada. Milano in questo campo fece scuola, tanto che i suoi coureur erano richiesti in tutta Italia così come all’estero.
OSCURITA' - L’illuminazione era già allora una pecca di questa città: i lampioni erano presenti davanti ai più importanti palazzi e qualche lampada campeggiava vicino alle numerose immagini della Madonna, ma in assenza di lacchè o torce non c’era altro da fare che camminare al buio. La luce arrivò nel 1786, quando l’arciduca Ferdinando dispose la collocazione di lampade sospese lungo le vie. A proposito di carrozze, invece, la scrittrice madame Du Boccage rileva un’anomalia italiana, che consisteva nella sosta nelle piazze dei mezzi con a bordo nobildonne. «Il pretesto di prendere il fresco dava occasion di parlare alla portiera coi cavalieri che non si potevano ricevere in casa [...]. E infatti, non appena fermate le carrozze, cominciava una animata conversazione alle portiere e da una carrozza all’altra». Nel bel mezzo di questo chiacchericcio, poteva anche capitare di vedere qualche detenuto, soprattutto d’estate, quando i carcerati attraversavano la città a bordo di un carretto, con tanto di catene ai piedi, per innaffiare piante e aiuole. Cosa mancava a Milano? Giusto un papa, secondo l’inglese Grosley, «per farne una città santa come Roma».
L’architettura di Ivan Leonidov (1902-1959) è stata fin dagli anni ’20 apprezzata, e criticata, per la sua vena visionaria e per le sue originali qualità formali.
Per ciascuno dei temi affrontati, prendendo parte a concorsi piuttosto che a dibattiti, Leonidov ha di volta in volta prodotto proposte inedite e forme affabulanti, tendenti a prefigurare oltre che una soluzione per l’occasione specifica, soprattutto idee per lo sviluppo dell’architettura di una nuova città.
Rimasta pressoché tutta sulla carta, la sua architettura ha avuto nonostante un immediato riconoscimento anche internazionale, una notevole fortuna solo in questi ultimi decenni, non solo per rivalutazione critica ma soprattutto per l’influenza esercitata dalle forme delle sue architetture su tante realizzazioni contemporanee.
La mostra si propone di restituire in una panoramica di opere selezionate l’immagine della “città di Leonidov” seguendo due prospettive parallele.
Da una parte un’indagine volta a verificare attraverso la contestualizzazione delle sue opere nella Mosca degli anni ’20, nonché nella Mosca contemporanea il rapporto tra le forme dell’architettura e la trasformazione del paesaggio urbano, dall’altra un’indagine puntuale sulle sue tipologie innovative restituita attraverso modelli plastici.
La mostra raccoglie 12 modelli plastici, 3 ricostruzioni virtuali, 6 video animazioni e circa 30 pannelli che documentano l’idea di città futura sviluppata da Leonino tra anni ’20 e ’30, elaborati in una ricerca consorziata tra Dipartimento di Progettazione dell’architettura e Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, Moskovskij Arkhitekturnij Institut, e Mosproekt 2 Laboratorio 20, Facoltà di Architettura del TU-Delft, Dipartimento di Storia dell’architettura dell’Università di Stoccarda.
Le ricostruzioni virtuali consistono in una serie di fotomontaggi di tre tra i più significativi progetti di Ivan Leonidov per Mosca inseriti in diverse viste di paesaggio della città. Tali ricostruzioni sono elaborate attraverso l’impiego di tecniche e strumentazioni attualmente in uso da parte degli uffici tecnici competenti (Mosproekt 2 – Laboratorio 20) per l’Analisi dell’impatto visuale di opere di nuova realizzazione.
Le video animazioni restituiscono il contesto storico, dei concorsi, dei dibattiti e del confronto internazionale sul tema della città moderna, nel quale le proposte di Leonidov hanno preso forma.
Il progetto di allestimento, curato da Sabrina Greco e Maurizio Meriggi, è esso stesso un modello, in scala 1:30, della città lineare di Magnitogorsk i cui volumi fungono da basi per la collocazione dei modelli in mostra.
In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo dal titolo Una città possibile. Architetture di Ivan Leonidov 1926-1934, edito da Electa, che restituisce attraverso saggi critici le ricerche universitarie prodotte dalle sedi consorziate e le immagini dei modelli e delle ricostruzioni, accompagnate da un album di ridisegni.
Il volume contiene saggi di G. Canella, M. Meriggi, S.O. Khan Magomedov, Ju. Volčok, E. Nikulina, O. Adamov, M. Leonidova, A. Leonidov, O. Mačel, D.W. Schmidt, S. Montanari, R. Nottrot, I. Čepkunova
La Triennale di Milano presenta Renzo Piano Building Workshop. Le città visibili una grande mostra monografica sull’opera di Renzo Piano che aprirà la Festa per l’Architettura - IV edizione.
Il sottotitolo della mostra è ispirato dall’opera di Italo Calvino, uno degli autori che più hanno influenzato la sensibilità dell’architetto.La straordinaria valenza urbana della sua architettura è proposta attraverso disegni originali, progetti e modelli che documentano la produzione di più di quarant’anni di attività, sullo sfondo delle trasformazioni che hanno segnato il passaggio dalla città industriale del XX a quella post-industriale del XXI secolo.
I progetti di Renzo Piano possono essere letti come un tentativo di riprendere e rilanciare la tradizione umanistica della città europea, ridiscutendone i principi insediativi nell’ambito della cultura contemporanea. Dal prototipo parigino del Beaubourg alla riconversione torinese del Lingotto, dalla Cité Internationale di Lione al porto di Genova, alla berlinese Potsdamerplatz, Renzo Piano ha lavorato alla trasformazione del vecchio modello di città industriale in quello di città dell’informazione e della cultura. Gli esperimenti sulle brown areas di Milano e di Sesto San Giovanni, di Lione e di Parigi, di Harlem a New York, etc. mostrano invece il passaggio dalla città della produzione a quella degli scambi.
La città di Piano propone un’idea di spazi multifunzionali che traducono l’irrequietezza della contemporaneità attraverso l’esaltazione della complessità, della trasparenza e della permeabilità. Il lavoro su una tipologia architettonica consolidata, come il grattacielo, ridefinisce i rapporti tra pubblico e privato, come dimostrano i casi del New York Times e della London Bridge Tower.
I progetti di Piano agiscono sulla stratificazione e sull’addizione per ricreare la complessità del contemporaneo. A questo si aggiunge l’attenzione all’uso del verde che dimostra l’importanza riconosciuta all’elemento naturale nell’ambito progettuale.
A Milano come a New York o a Genova o a Roma, le tracce del passato non sono rimosse ma reintegrate, utilizzando l’ideale della leggerezza come ipotesi progettuale.
Le città visibili lancia dunque un’interpretazione dell’opera di Renzo Piano imperniata sulla centralità della visione urbana attraverso i progetti, raccolti in alcuni nuclei fondamentali: la città delle arti, la città della musica, la città delle acque, le città d’affezione (Parigi, New York, Genova, Milano).
Si può ancora meditare sull’esistenza divina in un mondo sempre più agnostico? Forse al suo estremo confine Nord, in un’architettura di Jensen & Skødvin, analizzata qui da Stefano Casciani. Progetto Jensen & Skodvin.
Un luogo comune recente (ancora da smentire) vuole le riviste d’architettura confinate al semplice ruolo di newsletter, tanto belle quanto pesanti e poco pratiche da infilare nel web: in questi fossili dell’era Gutenberg la preferenza tra forma e contenuto va, istintiva e immediata, alla prima. Il significato, l’interpretazione verranno, se è il caso, più tardi. Nella corsa allo scoop, piuttosto difficile ormai nel massificato mercato mediatico, il confronto critico e dialettico sugli edifici si manifesta statisticamente nella scelta di una grafica più o meno celebrativa, di un genere di fotografia artistico / scultoreo / spettacolare oppure antropologico / sociologico / giornalistico.
Il capolavoro ideale di quest’ultima concezione è la foto di un brutto edificio di un famoso architetto, scattata attraverso il finestrino chiuso, anche un po’ sporco, di un’automobile in corsa sotto la pioggia. Didascalia: “Il critico d’architettura come trovarobe”. Potrà sembrare irriverente anteporre queste annotazioni all’analisi di un edificio religioso all’estremo confine nord del Vecchio Mondo, esercizio apollineo sulla bellezza della semplicità: ma, in un mondo dove la Design Economy si va facendo strada come una delle ultime spiagge per la sopravvivenza dell’Occidente, sarebbe disonesto fingere che anche in questo caso due oggetti speculari (l’edificio realizzato e la sua pubblicazione sulle riviste) non facciano parte anche del fenomeno mediatico.
Non è casuale che molti settimanali siano stati letteralmente affascinati da un altro recente monastero, quello di Novy´ Dvur disegnato da John Pawson: dando naturalmente molto più spazio ai pettegolezzi blasfemi – monaci in cerca d’ispirazione allo showroom Calvin Klein – che alla verità sul progetto, una patetica estensione dell’arredamento minimalista ai riti della clausura. Anche il caso del convento Tautra Maria non sfugge (se non altro nel momento stesso in cui avviene qui la sua pubblicazione) alle regole del mercato mediatico: da poco terminato, vince il concorso Forum AID Award promosso dall’omonima rivista scandinava, che lo documenta in una stringata ma efficace pubblicazione.
Subito riceve un altro premio (International Award Architecture in Stone 2007) e lancia così i suoi autori in quel circuito mediatico perverso, da cui chi rimane fuori è destinato, se gli va bene, a essere scoperto tra qualche decina d’anni. Basta però approfondire leggermente la conoscenza degli architetti per scoprire che Jensen & Skodvin non sono dei neofiti nell’esperienza di progettare per la divinità: la loro chiesa luterana a Mortensrud, del 2002, suggerisce già il carico opprimente della fede per i credenti, in una società tendenzialmente agnostica come quella scandinava. La struttura inversa pesante/leggero dell’edificio – un grande volume opaco sovrapposto a un basamento trasparente – ne è una metafora efficace. C’è però una bella differenza tra disegnare un oggetto autonomo, come dopo tutto è sempre una chiesa (vedi Ronchamp, con cui Le Corbusier sfoga la sua ambizione di essere finalmente artista e non più stucchevole difensore del Modernismo) e concepire un’intera piccola comunità come un convento di clausura, dove gli/le abitanti sono destinati a vivere almeno per il resto dei loro giorni.
Così i progettisti hanno iniziato un complicato dialogo con le suore, forse per capire quale ragione le spingesse a rifugiarsi sull’isoletta di Tautra, sicuramente per produrre una cittadella di Dio, per quanto minuscola. La storia del convento, raccontata sul simpatico sito web www.tautra.no, potrebbe fornire qualche spunto per un film di Woody Allen vecchio stile. Nel 1999 le suore dell’Abbazia cistercense di Nostra Signora del Mississippi, vicino Dubuque, Iowa, hanno l’illuminazione di fondare un convento a Tautra: o meglio, ri-fondare, visto che già nel XIII secolo da queste parti esisteva un monastero, ora in rovina. Cinque Sorelle partono dallo Iowa per Trondheim, altre due se ne aggiungono da altri conventi norvegesi: nel 2005 inizia la costruzione del convento di Tautra Maria, che viene completato e consacrato l’anno scorso. Leggendo bene la presentazione del progetto che Ellen van Loon fa per Forum AID, si scopre che le cose davvero non sono andate così lisce nel rapporto con una committenza tanto singolare.
I progettisti hanno cercato di dare alle suore Cistercensi una struttura compositiva del complesso certamente ascetica (la pianta è un semplice rettangolo) ma che lasciasse maggiore spazio al movimento delle abitanti. Fedeli alla regola cistercense, non rigidissima anzi aperta verso il mondo (le suore di Tautra si sostentano producendo e commerciando saponi naturali, quelle di Dubuque fabbricano e vendono caramelle) ma pur sempre una regola di clausura, le committenti arrivano a ridurre del 30% lo spazio ipotizzato dai progettisti; vengono praticamente eliminati gli spazi di circolazione, per poter creare dei minuscoli giardini visibili alle recluse. Jensen e Skodvin (in particolare il project leader Jan Olav Jensen) devono aver fatto di tante necessità virtù, riuscendo a ottenere qualche concessione sul valore materico di strutture e superfici.
Anche qui non mancano gli ostacoli: per esempio, niente impiallacciature per le pareti interne di legno, una loro fiammatura eccessiva potrebbe disturbare la concentrazione nella preghiera. È quindi nelle strutture e sul guscio protettivo del convento (tanto le suore in preghiera non lo vedono) che i progettisti riescono a dare il meglio. Le pareti esterne dell’edificio mostrano una delle superfici più insolitamente affascinanti viste nell’architettura degli ultimi anni: un collage di sottili lastre in pietra, differentemente colorate ma tutte sui toni del paesaggio nordico, con una dominante giallo/cenere che richiama il colore della terra primigenia: “polvere sei e polvere ritornerai”. E anche se Jensen e Skodvin hanno preferito sfuggire a facili simbolismi, non serve molta fantasia (o forse basta aver avuto un’educazione religiosa cristiana), per leggere nell’intricata struttura di travi in legno che forma la copertura della chiesa, una moltiplicazione infinita dei bracci della croce su cui è stato inchiodato il Messia.
Un’immensa crocifissione senza figure, dove chiunque – dalle suore che a Tautra cercano rifugio dagli orrori del mondo, al semplice voyeur mediatico e a ognuno di noi peccatori – potrà immaginare se stesso, sospeso tra terra e cielo ad aspettare da Dio una salvezza non possibile, almeno fino alla fine del mondo.



Cento mucche d'artista in giro per Milano: questa è la Cowparade, la più grande mostra d'arte itinerante del mondo, che -nata nel 1998 da un'idea del famoso scultore svizzero Pascal Snapp- è sbarcata quest'anno, e sarà visibile fino al 17 giugno, nella capitale lombarda.
Le mucche in vetroresina, a grandezza naturale, trasformate "ad arte" da artisti, stilisti, designer, architetti, fotografi affermati, hanno invaso le strade, le piazze, i giardini di Milano. Le mucche sono esposte, tra le altre location, in Galleria Vittorio Emanuele, Corso Vittorio Emanuele, Via Dante, Piazza della Scala, Corso Como, al Pac, alla Triennale, in Zona Tortona, in Bovisa, nelle metropolitane di Loreto, Duomo, Cadorna e negli aeroporti di Linate e Malpensa.
Il portale Alice.it è sponsor di due mucche, realizzate dalle artiste Federica Filippelli (la sua mucca si chiama "Chi Alicerca trova") e da Roberta Tucci ("Entra con Milla nel parco di Alice"), che sono esposte rispettivamente in Largo La Foppa e Piazza San Babila e hanno al loro interno una "sorpresa tecnologica", destinata a tutti coloro che visitano le due mucche di Alice con un cellulare con Bluetooth attivato.
Cowparade ha una doppia finalità, come ha ricordato alla conferenza stampa del 12 aprile scorso Paolo Cassarà di Mediamakers, organizzatore della Cowparade di Milano: far conoscere gli artisti di oggi con un evento di portata internazionale e raccogliere fondi attraverso l’asta battuta da Sotheby’s, che avrà luogo il 25 giugno, a favore della Fondazione Onlus Champions for Children, fondata dal noto calciatore Clarence Seedorf, per aiutare, sostenere ed educare i bambini che vivono in condizioni critiche o in paesi colpiti da guerre e calamità. Dalla prima Cowparade ad oggi la manifestazione è riuscita a devolvere in beneficenza più di 20 milioni di euro.
Ogni Cowparade ha la propria personalità, ha sottolineato Gisella Borioli, Direttore artistico dell'edizione milanese: "le mucche milanesi sono tutto sommato perbene, filosofiche, rigorose, appunto milanesi, che invitano ad usare la testa, a riflettere sui problemi della della natura, che che comunicano con il suono e con la luce, decorate con disegni stilizzati o fashion". "Cowparade è un punto di partenza -ha ricordato Flora Vallone, Direttore del settore Arredo verde e qualità urbana del Comune di Milano- per avere una città che si avvantaggi del colore e dell'elemento artistico anche nei suoi spazi aperti, una città insomma più bella e coraggiosa".