Koolhaas: com’è no global l’architettura di oggi.
GENIALE, imprevedibile, dissacrante, ha un nome, Rem, che per un curioso
segno del destino, indica la fase del sonno in cui si sogna di più. Ma Rem Koolhaas ha realizzato sogni ad occhi aperti che ormai fanno parte della storia dell’architettura. Quest’olandese di 59 anni, ed è alto quasi un metro e 90, ha un’immaginazione fervida e innovativa che gli ha permesso, con inarrestabile progressione, di essere un acutissimo teorico di architettura (il suo Delirious New York del 1978, pubblicato in Italia da Electa, fa parte dei saggi cult che segnano un’epoca), uno dei progettisti-simbolo degli ultimi vent’anni e un «architetto-filosofo-artista capace di ampliare la nostra concezione di città e civiltà», come sostiene Bill Lacy, direttore del prestigioso Premio Pritzker.
Modernista per alcuni, decostruttivista per altri (ma lui rifiuta ogni gabbia critica), Koolhaas ha ottenuto, qualche giorno fa a Roma, il Praemium Imperiale (il Nobel delle arti istituito dalla Japan Art Association) e vanta alcune delle opere più stimolanti del recente panorama architettonico: il Dance Theatre dell’Aja, la Biblioteca pubblica di Seattle, l’ambasciata d’Olanda a Berlino, il Grand Palais di Lilla, l’Auditorium di Porto, il Kunsthal di Rotterdam, il negozio di Prada a Manhattan che ha rivoluzionato il concetto stesso di shopping. Il suo quartier generale dell’Office of Metropolitan Architecture, a Rotterdam, è un’inesauribile fabbrica di invenzioni che stanno cambiando gli spazi di molte città del mondo. Famoso per le sue idee radicali e poco convenzionali, non manca occasione per essere all’altezza della propria fama. Magari consumando una classica colazione all’italiana in un grande albergo di Roma.
Mister Koolhaas, quali sono i luoghi, le città, i paesi della progettazione più interessanti del momento?
«La cosa più interessante e forse sorprendente è che il nostro mondo globalizzato, da questo punto di vista, non lo è affatto. Ci sono enormi differenze tra regione e regione, tra un continente e l’altro. Fare architettura in America è oggi una cosa molto diversa dal farla in Europa o in Asia. Credo che in America, da due anni, ci sia una decisa tendenza, suggerita dalla politica, per uno stile retorico che è la faccia architettonica dell’attuale patriottismo yankee. L’Europa, invece, si muove con una certa ambiguità, oscillando tra conservatorismo e l’esigenza di un rinnovamento. In Asia, soprattutto in Cina, mi sembra che ci sia un clima più stimolante, una forte partecipazione per definire un futuro che non sia la ripetizione del passato. Non c’è la ricerca di effetti di superficie ma di qualcosa di più profondo».
Lei, che è considerato il più brillante e significativo studioso di New York, ritiene che dal 1978 a Manhattan non è stato fatto niente di importante: è più ottimista per il prossimo futuro?
«Credo che oggi tutti siano d’accordo che, negli ultimi trent’anni, a New York non sia stato creato nulla di veramente buono... C’è, dunque, la volontà e l’ambizione di una svolta. Ma, a parte questo, non sono troppo ottimista. Mi sembra che l’11 settembre sia stato un terribile choc per New York ma non abbia dato una spinta a un cambiamento, a una sua ridefinizione. Il nuovo progetto per Ground Zero è l’espressione della memoria e del ricordo, che per l’amministrazione Bush è un obiettivo molto importante. Posso anche capirlo. Ma non sarà questo a darci una nuova New York».
E’ rimasto, anche dopo l’11 settembre, un sostenitore della città verticale?
«Non sento alcun tipo di fedeltà alla tipologia del grattacielo. In questo momento, credo che sia una curiosa tipologia. E’ stata inventata intorno al 1870 e, dopo, non è più stata ridefinita o almeno sviluppata in un modo più interessante. Oggi, negli Stati Uniti, possiamo vedere le conseguenze di questo lungo stallo. Il grattacielo si trova dappertutto ma come tipologia è morto. Si afferma in termini quantitativi, è grande . Ma è una cosa morta. La cosa interessante del grattacielo non è il fatto che possa essere alto, altissimo e sempre più alto, quanto quello che consente una serie complessa di funzioni e di relazioni sociali. Questo, però, può avvenire anche in edifici meno verticali. Insomma, il grattacielo è ancora una struttura interessante ma non lo è la sua attuale versione, che è una cosa morta».
Quanto conta per lei l’idea di movimento, che mi sembra uno degli aspetti più significativi della sua architettura?
«Conta molto perché adesso tutto è movimento. Sono interessato a quelli che io chiamo i flussi, perché secondo me è uno dei problemi-chiave della società in cui viviamo. In passato, gli architetti potevano anche trascurarli perché non c’era mai stata una circolazione così frenetica di persone nelle nostre città. Oggi, però, questi flussi coinvolgono milioni o decine di milioni di persone e un architetto deve tenerne conto. L’architettura non è mai stata costretta a confrontarsi con una simile crescita e mobilità delle popolazioni. Questa è la ragione per cui un architetto deve oggi sforzarsi di rivolgere la sua attenzione agli spazi pubblici e dare loro una speciale qualità, come ho cercato di fare negli ultimi due anni con la Libreria pubblica di Seattle e lo shopping center di Prada a New York».
In una recente intervista, però, lei ha detto che la città del passato era una città “pubblica e gratis” mentre quella del futuro sarebbe stata una città “privata e a pagamento”?...
«No, attenzione. E’ il contrario. C’è un equivoco su questo... Io credo che negli anni 80 e 90 ci sia stata una progettazione intensissima. Ma è stato il periodo in cui, sia in America che in Europa, l’economia di mercato si è imposta come il sistema dominante. Questo ha costretto gli architetti, anche quelli impegnati in progetti di pubblico interesse, a fare spesso i conti con committenti privati e con grandi compagnie. E’ stata una tendenza molto marcata che, personalmente, mi ha preoccupato e mi preoccupa. Alla fine, si tratta di decidere se siamo al servizio di interessi generali o commerciali. In Cina, sto realizzando il quartier generale della televisione di Stato, che dovrebbe essere ultimato nel 2007. Una delle cose più belle ed eccitanti è la possibilità di lavorare liberamente, senza i condizionamenti del mercato».
Lei si è spesso occupato di quelli che sono stati definiti junk-spaces, spazi-spazzatura, come gli ipermercati o gli aeroporti... Perché?
«Perché, in una società come la nostra, dobbiamo viverci. Si tratta di spazi che subiscono continue trasformazioni. Debbono modificarsi senza sosta, perché le loro funzioni e le loro esigenze cambiano. Capirne l’evoluzione è una delle sfide che dobbiamo raccogliere. Il nostro mondo non è statico. E’ spinto da un dinamismo perenne che rimette tutto in discussione. Nel bene e nel male, possiamo imparare tante cose dagli spazi-spazzatura. E rendere gli altri molto più vivi».