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venerdì, 02 novembre 2007

L'altra città: Bellissima e segreta

Quante volte capita di sentir dire «Milano è una città grigia»? Eppure era ben diversa l’opinione che ne avevano i viaggiatori stranieri qualche secolo fa, se nel 1685 tal Gilberto Burnet così scriveva: «Ciascuno sa che è una delle più belle e più grandi città del mondo, quantunque sia situata lungi dal mare e non abbia alcun fiume navigabile: e, non solo è grande e bella, ma è ricchissima come provano la sua vasta distesa, la bellezza dei suoi edifici e specialmente la sontuosità delle sue chiese e dei suoi conventi». Per non parlare dei nobili che la abitavano e che non si facevano mancar nulla, «ostentando gran lusso, tanto negli abiti, quanto negli equipaggi e nel seguito». Le carrozze infatti erano ricoperte di velluti, tele d’oro e d’argento e preziosi ricami, e non di rado se ne vedevano parecchie sostare fuori dal Duomo, che attirava i milanesi, ma anche molti visitatori stranieri. L’immagine della cattedrale non era però quella che si presenta oggi ai nostri occhi: la facciata era incompleta (c’erano solo le due porte del Pellegrini, e si vedeva ancora l’antica facciata di Santa Maria), il tetto rudimentale, e aveva solo due guglie.

«GROSSOLANO» - All’epoca non riscuoteva molto successo nonostante la sua imponenza, perché lo stile gotico non era apprezzato nel Seicento, cosa che fece dire a Burnet: «Il Duomo non è nulla per quanto riguarda l’architettura, perché tutto è gotico e per conseguenza grossolano». La malizia poi portava a far pensare che la cattedrale non sarebbe mai stata ultimata, dato che la posa della prima pietra risaliva a un ormai lontano 1386. Piaceva invece lo Spedale di' poveri, o Ca' Granda, soprattutto per quell’ampio cortile barocco progettato dall’architetto Francesco Maria Richini, e qualcuno, come l’inglese Richard Lassels, si spinse ad affermare: «Magnifico; si deciderebbe quasi di essere un po’ ammalato per alloggiarvi; un re vi potrebbe stare senza incomodo». Lord Lassels lascia ai posteri anche una lusinghiera descrizione del Castello Sforzesco: «È più una città che una fortezza; ha un miglio e mezzo di circuito e fornisce ai soldati tutto il necessario: vi sono strade, case, palazzi pei principali ufficiali, piazze, botteghe con ogni genere di mercanzie, e perfino negozi d’oreficeria. Cinque fontane o pozzi che non asciugano mai, un molino, un ospedale, una chiesa con otto o dieci cappellani e un curato. Sulla piazza si possono schierare seimila uomini in ordine di battaglia. Sui bastioni e nell’arsenale vi sono duecento pezzi di cannone».

L'AMBROSIANA - I gentiluomini che si recavano a Milano non potevano poi esimersi da una capatina alla biblioteca Ambrosiana, che suscitava però pareri contrapposti: c’era chi ne cantava le lodi e chi invece, come Lassels, trovava che possedesse più ritratti di uomini illustri che libri, giudicandola «una spesa inutile; meglio sarebbe stato impiegar que’ denari in libri che onorano i sapienti assai più che non i ritratti». Il quadro era quello di una città sfarzosa, in cui i poveri però abbondavano, prova ne erano le tante case senza finestre, perché il vetro era molto caro, così che chi non se lo poteva permettere viveva chiuso in una «scatola». Ma la gente non se ne stava certo con le mani in mano: Milano era una città molto operosa, grazie ai suoi artigiani, armaioli, lavoratori di cristallo e tessitori, tanto che era in voga il detto secondo cui se si voleva restaurare l’Italia bisognava distruggere Milano, perché i suoi lavoratori se ne andassero nelle città dove invece scarseggiavano. Un secolo più tardi il viaggio diventa un’abitudine sempre più assidua e nella città meneghina il numero di forestieri aumenta.

MALANDRINI - L’abate Coyer, che nel 1783 percorreva la strada fra Torino e Milano, non ebbe però modo di apprezzare subito le bellezze locali, perché fu distratto da una gabbia appesa a un palo in cui si trovavano tre teste, con un cartello che recitava: «Queste sono le teste di tre malfattori che assalirono li conti Marazzani in questo loco». Il malandrinaggio era molto diffuso, basti pensare che fra il 1741 e il 1772 in Lombardia si contano circa 72mila malviventi e chi cominciava la sua carriera criminale con un omicidio, non di rado si riciclava come ladro nelle bande. Se l’abate Coyer entrò in città piuttosto corrucciato, il malumore gli passò presto, perché l’accoglienza dei milanesi era rinomata. E famosa era anche la tradizione dei coureur, ovvero i lacchè che di notte correvano con le fiaccole in mano precedendo le carrozze dei propri signori per illuminare la strada. Milano in questo campo fece scuola, tanto che i suoi coureur erano richiesti in tutta Italia così come all’estero.

OSCURITA' - L’illuminazione era già allora una pecca di questa città: i lampioni erano presenti davanti ai più importanti palazzi e qualche lampada campeggiava vicino alle numerose immagini della Madonna, ma in assenza di lacchè o torce non c’era altro da fare che camminare al buio. La luce arrivò nel 1786, quando l’arciduca Ferdinando dispose la collocazione di lampade sospese lungo le vie. A proposito di carrozze, invece, la scrittrice madame Du Boccage rileva un’anomalia italiana, che consisteva nella sosta nelle piazze dei mezzi con a bordo nobildonne. «Il pretesto di prendere il fresco dava occasion di parlare alla portiera coi cavalieri che non si potevano ricevere in casa [...]. E infatti, non appena fermate le carrozze, cominciava una animata conversazione alle portiere e da una carrozza all’altra». Nel bel mezzo di questo chiacchericcio, poteva anche capitare di vedere qualche detenuto, soprattutto d’estate, quando i carcerati attraversavano la città a bordo di un carretto, con tanto di catene ai piedi, per innaffiare piante e aiuole. Cosa mancava a Milano? Giusto un papa, secondo l’inglese Grosley, «per farne una città santa come Roma».

postato da: prismalo alle ore 07:55 | link | commenti
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