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domenica, 21 ottobre 2007

La ricerca della dimensione: le origini dello spazio urbano – parte I –

Dal confronto tra proprietà pubblica e privata è nato lo spazio urbano di ieri e di oggi. inizialmente una strada allinea frontespizi delle abitazioni e lungo il suo percorso si ubicano gli ingressi. Le scale, di questi manufatti urbani, rappresentano il primo incontro-scontro tra spazio privato e suolo comune o pubblico. La conflittualità derivata porta con il tempo alla definizione delle proprietà degli spazi urbani ed alle normative d'uso successive. Dall'incrocio di una o più strade si generano dei « nodi » spaziali di smistamento del traffico pedonale o veicolare attorno a cui ben presto si organizzano le attività di scambio e dì commercio del luogo: più tardi vi si ubicano gli elementi funzionali e simbolici della « qualità » urbana, la fontana, con la sua mostra d'acqua più o meno complessa, il palazzo dell'autorità, il monumento alla memoria.
Lo spazio quindi viene lastricato, protetto da targhe che ne organizzano e regolamentano l'uso. I Greci con l'Acropoli e i Romani con il Forum elevano gli spazi urbani comuni a significati sociali più complessi destinandoli alla partecipazione attiva degli abitanti ed alle esercitazioni dialettiche, sicché « andare in piazza » significa frequentare uno spazio in cui è possibile comunicare con i propri simili, informarsi su ciò che accade o, può; accadere e quindi esprimere la propria opinione o discutere i propri interessi ma significa anche diversivo e sosta per la presenza di elementi, utilizzabili in comune, di « decoro urbano »: gradonate, edicole, porticati, terme, negozi. Molto più tardi, con l'aumentare delle specializzazioni funzionali relative ai diversi aspetti urbani della città moderna, ai concetti di decoro e all'ornato civico tradizione si sostituisce, prima timidamente poi sempre più velocemente, l'arredamento sia transitorio o permanente dello spazio cittadino al marmo, alla pietra ed al ferro battuto viene sempre più frequentemente affiancato il legno, la plastica, le strutture mobili, temporanee, le insegne luminose, le proiezioni di altre immagini: quelle della comunicazione visiva. Allo spazio statico, simbolico, assiale della città storica si contrappone oggi lo spazio dinamico e mobile, facilmente mutevole della città attuale: quello del « contesto » e della sua « implicazione » - in conclusione quello proprio dell'arredo urbano. Tutto ciò ha come conseguenza che il disegno dell'ambiente urbano è oggi diventato importante quanto il significato della città stessa o la sua idea-conformazione. La sperimentazione sul connettivo urbano e l'evoluzione delle sue possibilità distributive e figurative, introdotta in maniera sistematica per prima nei paesi anglosassoni e olandesi, dove hanno sempre giustamente affiancato lo studio sulle possibili soluzioni dei modelli relativi agli insediamenti, ha dato risultati così validi e interessanti che l’arredo urbano è oggi materia di studio in tutto il mondo e, soprattutto non è più considerato come limitato al design di pochi lampioni panchine, cassette delle lettere, ma è proiettato verso il coinvolgimento dell'intero spazio urbano e in particolare dei punti di coagulo o concentrazione: le zone o « isole » pedonali e le piazze.
Questi coaguli sono individuabili nel tessuto urbano tutte le volte che si riscontrano complicate confluenze di traffico pedonale e veicolare: in questi casi si ha una concentrazione d'interessi comuni e di servizi pubblici e privati che deve essere organizzata e che può costituire l'indispensabile premessa alla qualificazione dello spazio relativo.
postato da: prismalo alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: urbanistica

La ricerca della dimensione: le origini dello spazio urbano – parte II –

Il cittadino di una grande città o di una piccola si trova oggi nella situazione di dover riconquistare l'uso pedonale della propria città sottrattagli dalla prepotente invasione dell'automobile. Ma poiché ha necessità di dover raggiungere luoghi diversi in tempi brevi non potrà annullarnecompletamente la presenza ma solo ridimensionarne e regolarne l'uso all'interno delle aree urbane, utilizzando, in alternativa al mezzo privato, quei servizi collettivi che il progresso tecnologico mette a disposizione dei molti problemi legati alla giusta e corretta risoluzione del traffico cittadino. Agendo conseguentemente a questa ipotesi si ha come primo risultato positivo quello, di usare il progresso tecnologico; in modo vantaggioso per la collettività quando, proprio l'uso indiscriminato dell'automobile ha finora rappresentato, per l'inquinamento dell'aria urbana conseguente e per il caos che l'accompagna, un esempio negativo. Collettivizzando al massimo i mezzi di trasporto sia quelli di superficie (autobus, elettrobus, tram, monorotaie) che quelli sotterranei (metropolitana, percorsi a nastro meccanizzati) si ottengono due risultati: di facilitare gli spostamenti da un punto ad un altro della città e di realizzare le premesse per una efficiente tutela del paesaggio urbano. Riordinato il traffico veicolare occorrerà ricercare gli spazi da destinare prevalentemente ad uso pedonale, organizzandoli in modo da permettere lo svolgimento degli « antichi riti » che da sempre caratterizzano la vita negli agglomerati urbani: l'incontro, lo scambio, la documentazione, l'aggiornamento, lo spettacolo, la protesta e la ricreazione, all'interno (di luoghi sicuri e confortevoli appositamente preordinati. Sono questi spazi, che costituiscono la piattaforma evolutiva per l'arredo
urbano cittadino, ad essere oggi interessati ad un complesso dibattito che vede alternarsi in un confronto spesso drammatico, sociologi, urbanisti, designers, utenti vari, storici - tradizionalisti e futurologi con le varie amministrazioni. Da questi drammatici incontri-scontri sono spesso nati più slogans che idee tuttavia non si può non riconoscere che là, ove lo è stato permesso, il paesaggio urbano ha sperimentato, seppur spesso con risultati discutibili, nuove aree pedonali destinate allo shopping e all'incontro - nuove maniere e forme entro le quali ciò era possibile. Il dibattito ha coinvolto anche la progettazione e l'uso delle aree libere destinate al verde urbano confondendo spesso caratteri, tipologie e finalità dell'uno con le altre. Qui si precisa che il sistema degli spazi urbani liberi - il connettivo dipende da due sottosistemi ben distinti e con funzioni pubbliche differenti, quello dei centri pedonali (di città, di quartiere, di zona) e quello del verde destinato alla tutela igienica e ricreativa. Poiché alla giusta risoluzione progettuale delle aree libere e delle aree verdi, al confronto tra questi spazi e i volumi costruiti a confine, è affidata la qualità del paesaggio urbano, sia storicamente già definito che di realizzazione attuale, l'architetto dell'ambiente porrà particolare attenzione alla loro progettazione e alla definizione delle attrezzature connesse, trattandosi di spazi d'incontro diversi per tipologia tra loro ma ambedue ugualmente importanti perché interdipendenti. La ricerca dei modelli urbani capaci di migliorare la qualità della vita delle nostre città, oggi distorta a causa del traffico veicolare e dell'inquinamento, sia negli antichi centri storici, dotati di preziosi luoghi per l'incontro realizzati nel passato, sia nelle nuove zone cittadine, ove viceversa questi luoghi mancano, va sotto il nome di riuso e risanamento urbano per le prime e di ideazione e progettazione per le seconde. Tutti e due i termini del problema fanno parte della pianificazione e programmazione del paesaggio urbano. La ricerca della dimensione realizzativa spazia dalle varie teorie urbanistiche alla sperimentazione in sito di modelli di qualificazione del paesaggio proposti dall'analisi urbana.
Tra queste scale d'intervento, la realizzazione o concretizzazione effettiva è rappresentata proprio dallo studio scientifico, approfondito e sensibile alla scala minore di una nuova disciplina compositiva tutta da esplorare: quella della Progettazione dell'Arredo Urbano. Finora purtroppo relegata al disegno dei componenti secondari della urbanizzazione (tabelloni, illuminazioni, orologi, semafori) questa disciplina sarà nei prossimi anni sicuramente rivalutata poiché, come hanno efficacemente dimostrato le esperienze inglesi, francesi tedesche e olandesi, se vorremo elevare la qualità di vita delle nostre città, dovremo riprendere velocemente un discorso interrotto negli ultimi trenta anni (relativi alla industrializzazione del nostro Paese) quello della progettazione non solo urbanistica ma architettonica del tessuto connettivo delle città e dei suoi punti o nodi principali, strade, piazze, fontane, luoghi per l'incontro e la sosta, nonché di tutti quei centri urbani resi necessari dalla complessità dell'organizzazione della metropoli moderna (città satelliti nuovi centri residenziali). L'architettura razionalista ha in passato dimostrato come esista una continuità ideale e concreta tra l'involucro esterno e lo spazio interno di un edificio. Allora si parlò di architettura integrata, ugualmente oggi le ipotesi di una architettura interrotta tra esterni e interni delineante l'ambiente dell'uomo moderno, organica, quindi, nella definizione degli spazi stessi ma soprattutto nell'ipotesi di partenza, sottintendono una progettazione integrata urbana ove negli spazi esterni possano ritrovarsi quelle possibilità d'incontro e di esperienze che negli spazi interni non avvengono più, a causa della dinamicità della vita odierna e delle dimensioni ridotte delle attuali abitazioni.
postato da: prismalo alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: urbanistica

The city

postato da: prismalo alle ore 15:02 | link | commenti
categorie: frammenti

Trasformazione del rapporto interno esterno nel paesaggio urbano contemporaneo

L'insieme degli spazi vuoti generato dal susseguirsi delle costruzioni di tutti gli edifici che formano una città costituisce lo spazio urbano della stessa. La qualità di questo spazio è strettamente legata alla qualità di vita della città in un rapporto di dipendenza reciproca, infatti l'organizzazione urbana è un continuo susseguirsi di vuoti e di pieni. Il rapporto tra questi due componenti può esprimersi quindi in termini di confronto ottico: volumi, materiali, colori, zone di luce e di ombra oppure in termini di uso: pubblico o privato, di passaggio o di sosta, di servizio o di svago. I volumi costituiscono spesso le «quinte» architettoniche degli spazi o sono inconfondibili presenze, importanti se confrontate con gli spazi stessi. La qualità architettonica delle quinte, dei volumi e degli spazi liberi determina spesso il comportamento sociale degli utenti, cioè degli abitanti la città e testimonia la «qualità di vita» della città stessa. Lo spazio urbano può però contenere nel suo interno elementi migliorativi in senso ottico ma anche qualitativi che per una logica organizzazione degli (spazi) stessi vengono scelti in base al «costruito» esistente o futuro ed ai vuoti attuali o, prevedibili. Questi interventi possono essere realizzati con elementi naturali: acqua, piante, fiori; artificiali: lumi, panchine, cabine telefoniche, tettoie, edicole, ripari vari, sculture. Gli spazi e le quinte sono infine i contenitori temporanei degli avvenimenti grandi o piccoli che si susseguono continuamente nella città: scritte luminose e non, cartelli, indicazioni, manifesti, annunci , murales, appaiono entro gli spazi e sulle costruzioni costituendo l'elemento ottico mutevole caratterizzante, giorno e notte, la vita urbana.
La presenza dello spazio vuoto accanto a quello pieno era originariamente dovuta alla necessità di accedere da parte di proprietari e visitatori ai volumi chiusi, gli spazi poi dovevano essere ampi abbastanza da essere percorsi con carri, i volumi serrati uno all'altro per fare barriera agli elementi naturali, vento, acqua, sole. freddo, caldo. Le vie nate così spontaneamente vennero successivamente regolate da leggi o norme di comportamento. Dall'incrocio di due vie nacque la piazza che per la sua grandezza accoglieva funzioni che interessavano un gran numero di cittadini: il mercato, il tempio, il palazzo del governo. L'Agorà ellenica, e il, Forum romano già due organizzazioni più sofisticate della piazza: i cittadini le utilizzavano operavano secondo un preciso comportamento sociale al quale erano ispirati dal «disegno» stesso del luogo e da elementi fissi in pietra o legno che lo arredavano, oltre che dalle quinte che lo delineavano. Quindi il problema dello spazio urbano, del suo studio, della sua qualità, attorno al quale oggi si compongono tante battaglie, è in realtà un problema che è sempre esistito ma che mai è stato cosi importante quanto nella città moderna e questo a causa della velocità con cui oggi è possibile operare profonde trasformazioni all'interno del tessuto urbano c/o per l'ampliamento e la dilatazione dello stesso nel territorio. Trasformazioni che avvenivano in lunghi. secoli di lavoro umano e subivano quindi una continua lenta sperimentazione nel tempo, crescevano cioè con l'uomo e le sue esigenze oggi, grazie al progresso tecnologico-industriale, avvengono in pochi anni per. cui nuovi e diversi comportamenti umani e sociali vengono rapidamente imposti e superati. Poiché alla stessa città manca il tempo per adeguarsi a simili violente trasformazioni mai come oggi è necessario approfondire la ricerca sui vuoti urbani individuando tutte quelle componenti progettuali che occorre calare nel tessuto per limitarne l'ambiguità e favorire la crescita di ambienti programmati in modo che sia possibile ricreare le condizioni necessaria ad una più alta « qualità » della vita (si pensi a quanto spazio oggi viene sottratto alla città e quindi ai suoi abitanti dalla mancata soluzione di un problema strettamente connesso caratteristica urbana moderna: il parcheggio veicolare). Accanto allo studio del contenitore (gli edifici, i monumenti, i servizi) si pone quindi lo studio dello spazio che lo circonda (il vuoto), per cui diremo che lo spazio urbano va dall’outdoor inglese (nel momento che lasciamo la soglia della nostra casa entriamo nel connettivo urbano e ci scontriamo con le esigenze della collettività) alle grandi aree riservate all'incontro sociale degli abitanti per terminare con la ricerca dei significati attuali della vecchia piazza urbana. Occorre che l'architetto accanto al contenitore edificio progetti il «vuoto» cioè l'ambiente entro cui insiste dedicando alla sua definizione, organizzazione, linguaggio formale, la stessa attenzione posta agli edifici. Infatti questi ultimi costituiscono le quinte della « scena » urbana.
Concludendo si può arrivare a dire che “lo spazio esterno urbano non è altro che lo spazio interno della città”. Da quanto detto precedentemente si può affermare che lo spazio individuato dalle quinte e dal vuoto è il risultato di due diverse fasi ideative, quella della ricerca sulle componenti quantitative, che chiameremo fisse, necessarie a circoscrivere lo spazio, i volumi, le quinte, e, quella sulle componenti qualitative, mutevoli nel tempo, indispensabili ad individuare la funzione urbana dello spazio stesso, la sua specializzazione attraverso l'arredo, la segnaletica. Questo perché le quinte, indispensabili alla immagine complessiva della città, sono quasi sempre presenze concrete e stabili anche attraverso un considerevole numero di anni mentre lo spazio può essere scoperto e reinventato secondo esigenze diverse via via che passano gli anni e mutano i comportamenti e le domande.
postato da: prismalo alle ore 12:24 | link | commenti
categorie: urbanistica

The city

postato da: prismalo alle ore 12:20 | link | commenti
categorie: frammenti

La città di risulta

Riassumendo l'itinerario compiuto proviamo a cimentarci nel definire una griglia schematica di riferimento associando ambiti territoriali a regole codificate:
-          il centro antico è gestito all'interno di uno specifico piano di settore;
-          la nuova città (espansione) nasce attraverso il Piano Preventivo ed è, in generale, concepita come organica distribuzione di contenitori edilizi e reticoli stradali nel rispetto di parametri standard (buona e cattiva periferia);
-          il territorio extraurbano inizia timidamente a riconsiderare per sistemi omogenei le proprie valenze paesistiche ed ambientali.
Da questi processi di controllo ormai generalizzati, se pur fortemente disomogenei rispetto alle diverse dotazioni legislative regionali, resta clamorosamente esclusa una parte sostanziale e vitale di città. Si tratta di quell'ambiente costruito dall'immagine indeterminata (città di risulta), fisicamente compressa tra il centro antico e la nuova espansione (quella del PRG), a cui è difficile, al momento, attribuire valenze culturali. Un luogo inesorabilmente caotico dove si intrecciano e si sovrappongono le funzioni che il Piano tende a separare e dove si manifestano in forma esasperata i segni della disattenzione compiacente dell'Ente Pubblico negli asfalti, nelle trame intricate di cavi aerei, nell'invadenza ossessiva dei messaggi pubblicitari. Una città fatta di parti drammaticamente dissociate, priva di verde, dominio incontrastato del "brutto" a cui siamo, nostro malgrado, assuefatti. Uno spazio costruito contenitore di tutto in continua e frenetica evoluzione.
Riflettiamo per individuare occasioni coordinate di progetto all'interno di un itinerario metropolitano: dalla "città-qualità" celebrata nei convegni sull'urbanistica della città termale, città che esalta il bello e l'armonia urbana in chiave terapeutica e curativa e che richiama a gran voce un PRG sommatoria di Piani di Settore"', alla città nevrotica ordinaria espressione delle mille inquietudini urbane e della nostra complice, disattenzione.
postato da: prismalo alle ore 11:50 | link | commenti
categorie: urbanistica

Ambiti disciplinari: il processo di decentramento

L'avvento delle autonomie Regionali, con l'attuazione del D.P.R. n. 8 del 15 gennaio 1972, ha portato rinnovata attenzione ai processi di Piano esaltando la connotazione generale dell'operazione urbanistica.
Cresce il peso della strumentazione di supporto sulla scorta di legislazioni settoriali sempre più complesse. Ambiti disciplinari tradizionalmente distinti come i regolamenti edilizi e le norme tecniche di attuazione del PRG, finiranno con l'essere mescolati in favore del Piano determinando una confusione disciplinare che tuttora permane.
Particolare attenzione è riservata ai tessuti storici. Il processo di decentramento, che è alla base della costituzione dell'autonomia regionale, ha coinciso con la tutela sistematica del centro antico. In questo si ravvisano motivi di ordine politico che si contrappongono, nei contenuti, ai motivi (politici) alla base della distruzione della città tardo ottocentesca.
Aumenta la complessità del processo edilizio, gravato da numerosi passaggi che trasformano la fase autorizzativa in una macchinosa operazione dai termini e dai tempi difficilmente controllabili. Entrano in gioco per pareri e nulla osta, spesso più formali che sostanziali, Servizi Provinciali, Unità Sanitaria locale, Medicina del Lavoro, Ispettorati forestali, e così via. Pratiche che subiscono iter procedurali farraginosi e defatiganti finiscono poi per essere liquidate in pochi minuti sul tavolo dei controllori finali (Commissione Edilizia) ai quali compete la sostanziale verifica della compatibilità formale dell'intervento rispetto al contesto di riferimento.
postato da: prismalo alle ore 11:48 | link | commenti
categorie: urbanistica

La prassi del Piano Regolatore

La prassi di adottare il Piano per regolare i processi di crescita della città si rafforza nei primi decenni del secolo portando alla definizione della figura dell'Architetto urbanista e all'introduzione negli atenei dell'insegnamento di Edilizia Cittadina.
Al Piano, non più dibattuto tra ambiti disciplinari indeterminati, si affidano le certezze e le incertezze dell'epoca. Si impongono reticoli stradali, rettifiche e sventramenti retaggio della cultura urbanistica ottocentesca. Inizia quel processo di schematizzazione ed astrazione formale che troverà nei contenuti della legge urbanistica nazionale (n. 1150, 17.08.42) e nelle successive periodiche integrazioni, una definitiva consacrazione. Si affermano i concetti di standard e di zoning mentre l'immagine costruita della città inesorabilmente si allontana. Della complessità urbana emerge la conflittualità produttiva e sociale. Il Piano coltiva l'illusione di coordinare e gestire tutti gli aspetti connessi allo sviluppo rifiutando di limitare il proprio ambito di intervento al solo tema dell’ingrandimento dei paesi". Al Piano, ormai lontano anche graficamente dall'immagine disegnata della città (ridotto a schema astratto) si chiedono numeri, indici, cubature, parametri univocamente misurabili, certezze di diritto all'interno di comparti definiti da presunte omogeneità territoriali. In proposito, occorre sottolineare come la tendenza esasperata alla monofunzionalità, alla base di non poche teorie urbanistiche dell'epoca, si pone in forte contrasto con la cultura della città antica. Retini, tratteggi, gravitazioni, direttrici, sono applicate a un territorio dove domina la trama dell'impianto viario e dove all'area agricola corrisponde una inesorabile "zona bianca" (assenza di ogni credibile ipotesi di Piano). il controllo sugli aspetti formali e qualitativi è delegato in toto alla fase esecutiva che avviene prevalentemente in forma diretta senza passare per i tanto auspicati "piani attuativi" e si risolve nel giudizio frettoloso di Commissioni Edilizie scarsamente motivate, prive (spesso) di prestigio culturale, articolate come momento di ratifica (più politica che tecnica) dell'operato delle pubbliche amministrazioni.
Il centro storico (zona omogenea A) è individuato formalmente, ma continua ad essere oggetto di congestione e concentrazione senza che ancora siano ipotizzate politiche organiche di tutela. Le esperienze di Piano degli anni '60 creano serie ipoteche alla lettura della città antica. Piccoli centri finiranno con l'essere sistematicamente deturpati da interventi assolutamente fuori scala resi legittimi dai Il numeri" contenuti in PRG concepiti, agli effetti del progetto edilizio, con una casualità sconcertante. Il paesaggio urbano si trasforma con l'apparire di contenitori multipiano a ridosso di casupole organizzate secondo tradizionali processi di omogeneità costruttiva e tipologica. Presenze dissonanti, segnali di una caduta verticale di interesse nei confronti della costruzione e del dominio della scena urbana.
postato da: prismalo alle ore 11:46 | link | commenti
categorie: urbanistica
sabato, 20 ottobre 2007

Architettura universale per la meditazione

Due svizzeri (il santo Bruder Klaus, l'architetto Peter Zumthor) e un tedesco (l'agricoltore committente) insieme per costruire un'architettura universale per la meditazione. Progetto Peter Zumthor.

Peter Zumthor siede a 550 metri sul livello del mare nel silenzio della stube più bella che ho mai visto – sotto la pioggia di Haldenstein, quasi a fine giugno. Non è vera la leggenda del suo stare come uno stilita in cima a una montagna svizzera, emettendo sensuali oracoli di pietra e cemento sulla condizione dell'architettura. Tra lo studio e la casa/studio, sorride, ascolta ed esegue musica, riceve amici: si prepara a progetti, a edifici più grandi, se non più importanti, delle concentrate, distillate, architetture di materia prodotte nei tempi lunghissimi del lavoro come arte.

La scusa per incontrarlo è la cappella votiva dedicata a St. Niklaus von Flüe (più conosciuto come Bruder Klaus) da poco finita a Mechernich, in Germania: un edificio ex-voto per un agricoltore, diagnosticato con un mal di cuore che lo lascia, dopo tanti anni, ancora in vita. Marcel Duchamp diceva che l'unica differenza tra scultura e architettura è l'idraulica: e in questa torre/cappella votiva l'idraulica praticamente non c'è. La cima della torre è aperta, così ci piove dentro, e l'acqua – dopo aver stagnato un po' sul pavimento – defluisce lentamente, naturalmente: un'altra ragione per definirla una scultura. Una scultura molto grande, dove si può stare addirittura dentro, a pregare, o semplicemente a meditare, sull'esistenza propria o di Bruder Klaus: ovvero San Nicolao, santo patrono della Svizzera, contadino e soldato, che combatte da ufficiale nelle guerre vittoriose dei Confederati contro gli Asburgo, più o meno seicento anni fa. Si sposa, fa dieci figli. Convinto dal sacerdote Heimo am Grund (un nome che in tedesco e in schwiizerduutsch ha che fare con casa e terra), chiede alla moglie Dorotea il permesso di ritirarsi in solitudine: l'ottiene e va a vivere, a morire, in una gola, un crepaccio. L'unico di quei crepacci svizzeri che ricordo è il turistico Viamala Schlucht: che però, anche per quel nome inquietante, mette una certa paura a guardarlo dall'alto, senza riuscire a vedere il fondo. Spaventa, a morte, come l'ignoto: quello che verrà e non conosciamo. Eppure Zumthor non ha pensato a tutte queste cose.

"Dopo che abbiamo costruito la Cappella, qualche svizzero è venuto a dirmi: 'Certo, questo vuoto oscuro, illuminato a tratti, è perché Bruder Klaus finì i suoi giorni in una cella scavata nella roccia!'. 'No, non è per quello'. 'Ah, ma allora sembra una torre, perché Bruder Klaus è stato anche un combattente...'. 'No, non per quello: non ci ho pensato'. Mi sembrava importante che tra campi estesi e pianeggianti, con poche ondulazioni, la cappella si alzasse in verticale, si stagliasse da lontano, segnasse il territorio". "E questa pianta circolare dell'interno, l'esterno a cuspide... Non ricorda la ruota di San Nicolao, il simbolo su cui meditava tutti i giorni?". "No, quel simbolo è diventato una piccola scultura dentro la cappella".

Sorride, Zumthor. Certo, può succedere che un autore scriva, dipinga o costruisca cose che non sa, che non ha mai visto o sentito eppure valgono una, tre, dieci diverse interpretazioni: ma non perché abbia passato giorni e settimane a ragionare su simboli e simbologie. È meglio, è più interessante: a meno di non voler credere alle premonizioni, alle visioni, il poeta come vate... L'unica visione alla quale Zumthor crede è quella dell'architettura, l'unico linguaggio che parlano le sue opere è quello della costruzione, dei materiali. Non c'entrano con le ore del giorno, e delle notti insonni di Bruder Klaus, i ventiquattro, visibili, strati di cemento applicato e compresso a mano, sulla struttura di rami e tronchi d'albero che poi verrà carbonizzata: lasciando la sua impronta oscura e l'intenso odore bruciato all'interno, per sempre. Sono ventiquattro gli strati di cemento, perché realizzati in altrettanti giorni, dal committente e dai suoi aiuti.

Certo, quale 'esperto' non rivedrebbe Gaudí in questo verticalismo scabroso, nel convergere delle pareti verso l'altissimo, nei piccoli segni di luce nel cemento? Eppure Zumthor non è – come il suo collega catalano che qualcuno vorrebbe canonizzato, come Bruder Klaus – un mistico. Ride storto, quando gli chiedo se non gli dà fastidio essere considerato tale. "Sono cose che ai media piacerebbe scrivere": anche se per questo progetto non ha voluto essere ricompensato, anche se sta per inaugurare il Museo Kolumba a Colonia (castello di cemento per l'arte contemporanea costruito sopra rovine religiose), anche se Norman Foster vorrebbe fargli costruire a Milano la chiesa del quartiere Santa Giulia. Sorride Zumthor, santo laico dell'architettura assoluta.

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categorie: urbanistica

Cattedrali nel deserto

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categorie: urbanistica
venerdì, 12 ottobre 2007

I segreti di Milano: Viaggio tra i frammenti della storia

I comandanti ordinarono ai soldati di schierarsi sulla piazza. Tutti i soldati. Tutta la legione Tebea di stanza a Milano. Era una giornata calda. Il sole del pomeriggio sostava alto nel cielo e picchiava sulla testa dei soldati. Alcuni si lamentavano per il caldo. Nabore e Felice no. Quel sole gli ricordava l’Africa. Quella luce che circonfondeva ogni cosa donandogli una luminosità che sembrava provenire dall’interno gli ricordava la loro casa. La loro pelle scura, quasi nera, era abituata a stare al caldo del deserto. E ora gli sembrava di essere tornati indietro di parecchi anni, alla loro giovinezza, a tempi più felici e spensierati. Per un attimo non sentirono più il peso dell’armatura, della corta spada che pendeva da un fianco, dell’elmo dall’alto pennacchio. Per un attimo correvano ancora a torso nudo fra le strade del loro villaggio, giocando a rincorrersi quasi che il mondo non dovesse mai diventare il posto complicato e confuso che era oggi. Un manipolo di uomini, guidati dal comandante, prese a girare tra le file dei soldati implotonati.
CONDANNA E MORTE - Ogni tanto si fermavano e fissavano una persona, poi riprendevano a vagare. A un tratto quattro soldati e il comandante si fermarono davanti a Nabore e Felice. Il comandante fissava i due soldati. I soldati tenevano lo sguardo inchiodato sui pennacchi dei militari delle file più avanti. Poi il comandante fece un gesto con la testa. Un gesto piccolo, quasi insignificante. Che cambiò tutto. I quattro soldati afferrarono Nabore e Felice per le braccia e li costrinsero a inginocchiarsi. Gli tolsero l’elmo e gli sfilarono la spada. Il comandante, ritto davanti a loro, sfilò dalla cintura una pergamena e cominciò a leggere i capi d’accusa e la condanna. Nabore e Felice non sentirono nulla, la loro pelle era riscaldata dal sole, la loro mente vagava già sulle coste dell’Africa. A distanza di pochi giorni Nabore e Felice incontrarono il loro destino nella piazza principale di Laus Pompeia (Lodi). Dopo torture di indicibile crudeltà i loro corpi vennero adagiati su due ceppi e, con un colpo di scure, decapitati. Si decise di non ucciderli a Milano perché a Laus Pompeia la comunità cristiana era molto più numerosa e la pubblica esecuzione di due cristiani, militari romani per giunta, sarebbe stata ancora più esemplare.
IL GIARDINO DI FILIPPO - Correva l’anno 303 dell’epoca cristiana. Da tempo la nuova religione aveva trovato un suo spazio anche a Milano. I cristiani erano ancora considerati fuori legge, ma lo stato dava ai privati il diritto di possedere un area da adibire a cimitero su cui costruire piccoli locali per celebrare le cerimonie funebri di congiunti e amici. In simili cimiteri, nascosti dietro il paravento di questa legge che consentiva di celebrare le funzioni nel modo che uno riteneva più opportuno, si riunirono le prime comunità cristiane che si incontravano non solo per i funerali, ma anche per celebrare i riti quotidiani. La prima necropoli cristiana di Milano fu «il giardino di Filippo» fuori da Porta Ticinese. Ovviamente le autorità sapevano quello che accadeva in questi luoghi, ma per quieto vivere, lasciavano correre, considerando i cristiani alla stregua di una qualunque setta giudaica dalla vita breve. Invece i cristiani presero sempre più piede arrivando a posizioni di riguardo nella vita pubblica e in quella militare. Si resero necessarie allora delle persecuzioni per epurare le istituzioni da questi «infedeli» e per dare un esempio alla popolazione di quello che sarebbe loro accaduto se avessero continuato ad adorare un falso dio. Tra la fine del III e l’inizio del IV secolo si assistette alle più feroci, molte delle quali colpivano i soldati delle legioni perché più facilmente controllabili. Erano le persecuzioni diocleziane.
LA VEDOVA SAVINA - Come era usanza i corpi di Nabore e Felice furono gettati in una fossa comune dove i loro resti si sarebbero mischiati a centinaia di altri e sarebbero spariti per sempre. Ma le autorità non avevano considerato la forte fede di alcuni lodigiani. Una di loro, Savina, era una milanese appartenente all’illustre gens Valeria. Si era trasferita a Lodi per sposarsi con un nobile del luogo che però l’aveva lasciata vedova in breve tempo. Trovando conforto solo nella nuova religione, Savina aveva consacrato la sua esistenza all’aiuto dei poveri e alla difesa della nuova religione. E la notte di quel martirio Savina raggiunse la fossa comune. Raccolse i corpi di Nabore e Felice e li portò nel suo palazzo. Qui, con l’aiuto di fedeli servitori, si occupò della loro imbalsamazione. Per anni quei corpi stettero a casa di Savina. Anni in cui le persecuzioni si attenuarono e sembrò possibile una più tranquilla pratica della religione cristiana. Fu il vescovo di Milano a chiedere a Savina di poter riavere i corpi dei due martiri per dare a loro una degna sepoltura. Savina decise allora di infilare i due corpi dentro una botte, caricarla su un carro e portarla di persona a Milano.
UN CARICO MISTERIOSO - Il viaggio, scomodità a parte, sembrò procedere con tranquillità almeno fino al paese di Gnano, sulla riva del Lambro. Qui Savina sapeva che c’erano parecchi posti di blocco romani, decise quindi di abbandonare la strada principale, e il ponte che passava il fiume, e cercare un guado in una zona deserta. Mentre le ruote del carro si immergevano nell’incerto fondo del Lambro sballottando il carro e il suo carico da una parte all’altra, Savina fu intercettata da una pattuglia di legionari romani. La fuga era impossibile, il carro si muoveva troppo lentamente e non voleva certo abbandonare i due preziosi corpi. I soldati circondarono Savina insospettiti dal comportamento della donna. Perché guadare il fiume in un punto pericoloso, quando c’era un ponte poco più in su? Il comandante della guarnigione chiese a Savina cosa contenesse la botte che trasportava. E lei prontamente rispose «miele!». Non sapeva da dove la risposta fosse scaturita. Semplicemente le era scappata dalla bocca e l’aveva detta con la sicurezza e il piglio di chi sa il fatto suo.
E MIRACOLO FU - I soldati però non le credettero. Non aveva senso guadare il fiume con un carico tanto innocuo. E allora il comandante ordinò a due dei suoi uomini di aprire la botte. Gli uomini saltarono sul pianale e armeggiarono un po' per sollevare il coperchio. Savina, ferma al posto di guida, le lance puntate alla gola, si volse verso di loro con il cuore che batteva all’impazzata. I soldati finalmente tolsero il coperchio sotto lo sguardo curioso dei loro colleghi. Uno dei due infilò metà del braccio dentro la botte e lo estrasse coperto di filante e grumoso miele giallo paglierino. La guarnigione fu costretta a lasciare che Savina riprendesse la strada per Milano. Arrivata dal vescovo il contenuto della botte tornò quello della partenza e finalmente i corpi di Nabore e Felice poterono avere una adeguata sepoltura che permettesse ai loro fedeli di adorarli come meritavano. Oggi Savina riposa in una cappella laterale di Sant’Ambrogio, dove forse si trovano anche i corpi di San Nabore e San Felice. Mentre il paese di Gnano ha cambiato nome e, per ricordare il miracolo di Santa Savina, ha aggiunto la parola Miele ed è diventato Melegnano.
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