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lunedì, 28 maggio 2007

Starckland

Viaggio nel panorama delle creazioni più recenti di Philippe Starck e lungo l’orizzonte del suo pensiero etico: tra visioni di futuro possibile, citazioni affettuose dagli stili del passato e proposte innovatrici di design che saranno i pilastri di una moderna democrazia del gusto
 
Si avvicina all’ennesima intervista della sua vita con la pazienza che ci vuole per espletare un compito: da professionista del proprio lavoro e insieme da esperto della comunicazione. Avrebbe preferito un registratore; meglio sarebbe stato se lo avessi seguito in aereo a Parigi, per risparmiare il suo tempo. Ma è stato molto gentile e mi ha risparmiato il volo, consentendomi in cambio di viaggiare per tre quarti d’ora con il fluire della sua mente. Philippe Starck è un fenomeno reale, una figura d’uomo notabile non solo per il successo mediatico e popolare delle sue creazioni.

Un costruttore di visioni contemporanee, animato da evidente talento e da un profondo desiderio etico: rifare in bello il mondo, portare sempre di più la qualità negli oggetti di uso quotidiano e nelle stesso tempo renderli accessibili a molti, per costi e facilità di percezione. Con simili intenzioni, la strada della ricerca per lui è sempre aperta e i progetti che nascono in continuazione lo documentano: il tema è sempre quello, che cosa si può fare per migliorare la qualità di vita. Ma non gli interessa la strada elitista, che considera volgare; piuttosto il suo pensiero creativo lavora appunto per migliorare il mondo, per rendere tutti (o perlomeno tanti) più belli, più contenti, modernamente umani. L’accusa plausibile di utopismo visionario viene però smentita facilmente se si sta attenti ai fatti, che in questo caso sono gli oggetti che Starck ha disegnato e reso tali: dai suoi mobili speciali alle sue lampade, dalle stanze d’albergo – ormai diffuse in tutto il mondo – che lui ha rivoluzionato nel gioco dell’arredamento alle sue architetture e a tutte le incursioni creative del suo genio, che sono diventate abiti, scarpe, occhiali, borse, valigie, orologi, motociclette, macchine di frontiera e persino aeroplani per turismo interplanetario, programmati per un costo ribassato di consumo

Che l’utopia del suo progetto sia molto vicina a essere possibile ce lo racconta l’esperienza delle sue creazioni: chiunque si sia seduto su una sua sedia o abbia preso luce da una sua lampada sa che il piacere estetico di quegli oggetti corrisponde sempre a una precisa funzionalità del pezzo e il successo di massa degli stessi è la prova chiara che il suo design è fatto di proposte facili da accettare. Condivisibili fra molti, quasi fossero norme di base di una moderna democrazia del gusto. Se poi il catalogo della sua fantasia realizzata sta stretto dentro un solo libro, il suo linguaggio espressivo, articolabile all’infinito, è però basato su alcuni principi fondamentali: la forma dell’oggetto non ne segue pedissequamente la funzione ma la rinnova e spesso la reinventa ed è costante il riferimento con il corpo umano. Le gambe delle sedie sollevano la seduta come tacchi a spillo, la luce delle lampade arriva in progressione, a cono, per non offendere direttamente l’occhio. I suoi divani diventano molto volentieri un letto e gli oggetti d’uso quotidiano appendici naturali della mano. Così come le scarpe inguainano il piede come una seconda e spessa pelle.

Il risultato estetico è sempre garantito dal rivoluzionamento degli schemi, ma tanta originalità viene proposta in forme così semplici che quasi tutti le trovano attraenti. Insomma Philippe Starck è proprio unico, perché più che un designer la sua natura lo porta a essere un creatore. Un rapido elenco delle ultimissime sue idee realizzate, dal campo degli indumenti a quello delle nuove tecnologie, racconta il percorso di una testa vulcanica in continua attività, sempre pronta a fare sorprese. Come alcune delle numerose proposte per il prossimo Salone del Mobile di Milano, disegnate per altrettante nobili aziende del settore (con ciascuna di loro e con i loro proprietari un rapporto di lunga intesa, quasi amoroso), come per esempio quattro o cinque sedie, una diversa dall’altra, una più bella dell’altra, e tutte facili oggetto di desiderio per quanti abbiano a cuore l’arredamento delle proprie case e vogliano andare a colpo sicuro nella scelta del pezzo giusto e buono.
postato da: prismalo alle ore 11:30 | link | commenti
categorie: frammenti
sabato, 26 maggio 2007

LA NUVOLA FREDDA

“…Vi è la paura di sbagliare quando si compie un’azione, ma tale paura non deve impedirci di compiere tale azione.”
 
In un antico proverbio orientale, si dice che una decisione deve essere presa nello spazio di sette respiri. La vidi camminare per strada; me ne bastò uno solo.
Capii subito il suo ruolo nella commedia della mia vita, poteva fare solo la protagonista in una storia, la mia, che fino a quel momento non aveva certo brillato per il talento degli attori.
 
I giorni si susseguivano, mentre le stagioni rallentavano il loro corso naturale.
Il tempo si fermò a Novembre.
La pioggia, copiosa e fredda, scendeva su tutta la città, creando atmosfere già viste, atmosfere gradevoli, portando con se profumi di malinconia.
 
La scenografia perfetta di una triste commedia d’amore.
La pioggia, unica vera protagonista.
La pioggia, si; quell’insieme di emozioni, quel gusto dolce amaro, quell’inebriante gusto di cambiamento che porta con se.
 
Piove. Un rumore armonico, una melodia che concilia il sonno, che concilia l’amore.
Ci si ama mentre piove e più spesso capita che piova mentre ci si ama; come a stabilire una gerarchia naturale, come a far capire a chi per amore non riesce più a vedere, che tutto finisce, tutto passa.
Tutto scivola via come una goccia su di un vetro, come le mie dita sul corpo di lei.
 
Un corpo umido, caldo e con il viso bagnato dalle lacrime.
Lacrime che scendono piano, in silenzio, senza disturbare.
Lacrime che hanno lo stesso sapore dolce – amaro di un temporale.
Lacrime che dicono tutto senza l’aiuto delle parole.
 
Un gesto.
Un simbolo.
Un addio.
Proprio come il naturale susseguirsi delle stagioni, così anche nella vita il susseguirsi di emozioni è un ciclo perenne.
 
Lei si girò sul fianco destro, io mi alzai in piedi.
Mi diressi verso la finestra appannata della nostra camera, spostai la tenda e guardai fuori.
Era Novembre e pioveva.
Per le strade nessuno, nelle case l’amore; l’amore di tutti, non più il mio.
 
Dicembre aspetta!!!
Si. Hai capito bene, aspetta. Dormi ancora un po’ di tempo, dormi quello di cui ho bisogno per riconquistarle il cuore.
La pioggia continuava a scendere copiosa e fredda, ma Novembre ha fretta, ha fretta di lasciare il suo posto. È stanco di piangere per le cause tristi.
 
Se potessi fermerei il tempo, fisserei il giorno, l’ora, l’attimo.
L’attimo in cui i nostri cuori si sono toccati, anche solo per un secondo.
Vivrei solo di un istante, un prezioso momento, che darebbe senso a tutta una vita.
Lasciai scivolare la tenda dalle mani e tornai nel letto da lei, che aspettava una carezza.
 
Mi coricai vicino a lei, sul fianco destro, abbracciandola.
Ad un certo punto mi alzai di scatto, sudato.
Svegliato dal rumore del mio vecchio ventilatore tropicale.
Il letto disfatto ma vuoto, tra le braccia un cuscino.
 
 
Oggi ci sono 32° e l’umidità è del 90%…ormai siamo in piena estate.
postato da: prismalo alle ore 14:00 | link | commenti
categorie: racconti

Castello

postato da: prismalo alle ore 13:56 | link | commenti
categorie: fotografie

L'assemblaggio degli elementi che definisce la scena urbana

La città ottocentesca ha già introdotto una selezione di parti lavorando tuttavia per assemblaggi "organici": il viale, il parco, la piazza, l'edificio pubblico. L'assemblaggio degli elementi definisce, di fatto, la scena urbana. Parte centrale del processo progettuale è la redazione di una planimetria di Piano dove la valenza del disegno urbano traspare nella riconoscibilità dei diversi elementi e nella coerenza compositiva di ogni singola parte. Pianificare, nella sostanza, significa definire con una qualche attendibilità i limiti di due distinti domini: quello "pubblico" che si esercita attraverso le rettifiche stradali, gli allargamenti, la localizzazione dell'edificio di interesse generale e quello "privato" che comprende (con una certa libertà di gestione) quanto rimane. Non è un caso che, a quella data, le poche regole per la costruzione dei "Piani Regolatori Edilizi" siano comprese all'interno di una legge finalizzata alla definizione delle procedure espropriative, passaggio sostanziale per la costruzione dei nuovi spazi della città borghese.
Crollano i perimetri murati come retaggio ingombrante di un passato ora scomodo, anche nell'illusione di garantire continuità tra città antica, subita nelle sue anguste e tortuose dimensioni, e nuova espansione urbana esaltata nei viali di scorrimento veloce. Ma, paradossalmente, è Lucca la città moderna. Lucca che conserva miracolosamente intatto, oltre all'antica tessitura urbana, il perimetro murato cinquecentesco protetto da uno straordinario "parco urbano" ad anello. La città antica, a cui si accede rispettando le gerarchie della storia, manifesta con esemplare organicità i processi e le stratificazioni dei secoli.
postato da: prismalo alle ore 13:45 | link | commenti
categorie: urbanistica

Le grandi trasformazioni territoriali

Il controllo della scena urbana pone in relazione i diversi aspetti del costruire e del fare urbanistica. Questa complessità interdisciplinare rende al momento difficilmente praticabile una verifica sistematica degli elementi che concorrono a definire l'immagine della città. Le grandi trasformazioni urbane impongono una riflessione sulla coerenza e sulla qualità complessiva dello spazio costruito, mentre l'ordinario processo edilizio continua ad essere svolto al di fuori di ogni codice formale e compositivo. Tutto, oggi, si attua sulla scorta di norme e di regole inefficaci rispetto ai contenuti percettivi, i cui valori dominanti sono comunque depurati dalle tensioni formali e simboliche che sono alla base della costruzione della città antica.
La città contemporanea si genera per parti sulla scorta di supporti normativi che privilegiano la definizione di aspetti misurabili ignorando, se non per episodi casuali, le ragioni del contesto, gli elementi strutturanti dell'identità urbana, le specificità culturali di ogni luogo. Gli effetti prodotti nei secoli dalla "cultura urbana", che nelle sue esternazioni più coerenti ha costruito e arredato piazze, selezionato visuali ed immagini simboliche lasciando ampio spazio alla dimensione creativa del progetto, sembrano destinati a non avere seguito.
I prodotti del Piano urbanistico si rivelano difficilmente tangibili in virtù di quello strano rapporto che lega la città teorica (quella dei retini del PRG) a quella costruita. Un conflitto perenne che testimonia l'inefficacia di alcuni modelli di pianificazione certo non in grado da soli di produrre qualità urbana.
postato da: prismalo alle ore 13:44 | link | commenti
categorie: urbanistica

I piani di settore per il progetto-guida

Il Regolamento Edilizio è lo strumento urbanistico che, insieme al Piano Regolatore Generale, maggiormente interviene nella prassi edificatoria in quanto detta criteri procedurali generali per la progettazione e la presentazione della documentazione tecnica utile al rilascio di autorizzazioni e concessioni edilizie. La mancanza di indicazioni riguardanti lo studio del contesto urbano con i caratteri della scena costruita e del territorio, ha permesso di dar vita a un paesaggio costituito da una sommatoria di opere singole, coerenti con le norme e i vincoli, ma estranee al luogo. Diversamente i tecnici operatori si trovano spesso a non possedere le informazioni ambientali necessarie per definire un progetto più coerente in quanto gli enti pubblici non investono energie nel rilievo del tessuto urbano di recente formazione. Alla luce di quando fin ad ora enunciato è possibile sintetizzare una serie di sviluppi pratici:
1.         il criterio di lettura e di osservazione dello spazio costruito in relazione alle proprietà del paesaggio permette di individuare metodiche che potrebbero servire da stimolo per integrare i criteri di realizzazione della documentazione tecnica che sta alla base dell'istruttoria della fase autorizzativa e concessoria. Una maggiore attenzione descrittiva sull'interazione che il volume edificato genera nello spazio (anche attraverso anche il progetto delle aree di pertinenza e degli interventi sul contorno delle unità, come confini e recinzioni) aiuterebbe le verifiche e il controllo in fase preventiva;
2.         i criteri di rilievo e di organizzazione dei dati ambientali permettono di individuare dei modelli di rappresentazione che si configurano come supporto operativo per la definizione di specifici piani di settore:
-dell'accessibilità: gestione della mobilità pedonale e della viabilità, rapporti con i piani urbani del traffico e con gli strumenti urbanistici, superamento delle barriere architettoniche, creazione di una mappa dell'accessibilità, individuazione del rapporto con i componenti di arredo funzionale (caratteristiche e collocazione);
-delle pavimentazioni: il progetto del piano orizzontale in relazione alla forma urbana e alle tracce del suo sviluppo nel tessuto urbano, rilievo e codificazione, analisi dei componenti, disegno e funzioni significative;
-del colore: metodologie e strumenti, rilievo e codificazione dei dati cromatici, lettura e percezione delle facciate, segni e colori del luogo, elaborazione e proposte di accostamento, attuazione e promozione;
-dell'immagine panoramica della città: problematiche di controllo e di coordinamento del sistema delle coperture all'interno del paesaggio urbano;
-dell'arredo funzionale: valutazione delle esigenze della città contemporanea, il permanente e il provvisorio, caratteristiche prestazionali dei componenti di arredo, scelte da catalogo, adattabilità e schema di meta-progetto per i capitolati d'appalto;
-delle insegne e della pubblicità: immagine della città del commercio, letture dei dispositivi, impatti visivi nella città storica, indirizzi per la regolamentazione ed il controllo;
-dell'illuminazione pubblica: immagine della città di notte, funzioni e velocità percettive, tipologie e caratteristiche prestazionali dei componenti, colore della luce e colore della città, illuminazione scenografica;
-del verde: censimento delle specie vegetazionali, rapporto con il tessuto edificato, valutazioni degli effetti e delle utilizzazioni, manutenzione e gestione.
3.         questa impostazione metodologica permette di definire un'ipotesi operativa di rilievo e di lettura critica dello spazio edificato, proponendosi come base per la realizzazione di un piano di recupero del tessuto urbano già consolidato o in fase di completamento; il piano di recupero è uno strumento urbanistico di iniziativa pubblica realizzato con un approccio settoriale, che si configura tuttavia come strumento attuativo del Piano Regolatore Generale"'. Con l'estensione del concetto di recupero anche ad ambiti tradizionalmente esclusi dall'attenzione dei progettisti, che lascia il campo ad interventi, spesso ancora più distruttivi, indicati col nome di "riqualificazione", è possibile:
-   coordinare e selezionare le risorse per intervenire, anche con incentivi, nella riqualificazione del tessuto privato, oltre che organizzare per fasi il recupero del tessuto connettivo pubblico, primo segnale dell'abbandono e del degrado;
-   identificare delle norme di intervento che devono essere coordinate con le norme tecniche attuative del Piano Regolatore Generale, attraverso una serie di sinergie che possono permettere di "regolare la quotidianità delle trasformazioni senza costituire nuovi vincoli; in questo senso risulta molto interessante la strada percorribile di una "normativa in negativo" realizzata attraverso l'osservazione critica, tradotta graficamente, della ricca campionatura del reale, in cui vengono raccolte esemplificazioni e modelli auto-degenerativi (urbanistici ed edilizi), procedure costruttive, effetti sulle relazioni percettive del paesaggio, e via dicendo.
postato da: prismalo alle ore 13:42 | link | commenti
categorie: urbanistica

Vacanze

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categorie: frammenti
venerdì, 18 maggio 2007

Le città visibili

La Triennale di Milano presenta Renzo Piano Building Workshop. Le città visibili una grande mostra monografica sull’opera di Renzo Piano che aprirà la Festa per l’Architettura - IV edizione.

Il sottotitolo della mostra è ispirato dall’opera di Italo Calvino, uno degli autori che più hanno influenzato la sensibilità dell’architetto.La straordinaria valenza urbana della sua architettura è proposta attraverso disegni originali, progetti e modelli che documentano la produzione di più di quarant’anni di attività, sullo sfondo delle trasformazioni che hanno segnato il passaggio dalla città industriale del XX a quella post-industriale del XXI secolo.

I progetti di Renzo Piano possono essere letti come un tentativo di riprendere e rilanciare la tradizione umanistica della città europea, ridiscutendone i principi insediativi nell’ambito della cultura contemporanea. Dal prototipo parigino del Beaubourg alla riconversione torinese del Lingotto, dalla Cité Internationale di Lione al porto di Genova, alla berlinese Potsdamerplatz, Renzo Piano ha lavorato alla trasformazione del vecchio modello di città industriale in quello di città dell’informazione e della cultura. Gli esperimenti sulle brown areas di Milano e di Sesto San Giovanni, di Lione e di Parigi, di Harlem a New York, etc. mostrano invece il passaggio dalla città della produzione a quella degli scambi.

La città di Piano propone un’idea di spazi multifunzionali che traducono l’irrequietezza della contemporaneità attraverso l’esaltazione della complessità, della trasparenza e della permeabilità. Il lavoro su una tipologia architettonica consolidata, come il grattacielo, ridefinisce i rapporti tra pubblico e privato, come dimostrano i casi del New York Times e della London Bridge Tower.

I progetti di Piano agiscono sulla stratificazione e sull’addizione per ricreare la complessità del contemporaneo. A questo si aggiunge l’attenzione all’uso del verde che dimostra l’importanza riconosciuta all’elemento naturale nell’ambito progettuale.

A Milano come a New York o a Genova o a Roma, le tracce del passato non sono rimosse ma reintegrate, utilizzando l’ideale della leggerezza come ipotesi progettuale.

Le città visibili lancia dunque un’interpretazione dell’opera di Renzo Piano imperniata sulla centralità della visione urbana attraverso i progetti, raccolti in alcuni nuclei fondamentali: la città delle arti, la città della musica, la città delle acque, le città d’affezione (Parigi, New York, Genova, Milano).

postato da: prismalo alle ore 14:29 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
mercoledì, 16 maggio 2007

Dio alla fine del mondo

Si può ancora meditare sull’esistenza divina in un mondo sempre più agnostico? Forse al suo estremo confine Nord, in un’architettura di Jensen & Skødvin, analizzata qui da Stefano Casciani. Progetto Jensen & Skodvin.

Un luogo comune recente (ancora da smentire) vuole le riviste d’architettura confinate al semplice ruolo di newsletter, tanto belle quanto pesanti e poco pratiche da infilare nel web: in questi fossili dell’era Gutenberg la preferenza tra forma e contenuto va, istintiva e immediata, alla prima. Il significato, l’interpretazione verranno, se è il caso, più tardi. Nella corsa allo scoop, piuttosto difficile ormai nel massificato mercato mediatico, il confronto critico e dialettico sugli edifici si manifesta statisticamente nella scelta di una grafica più o meno celebrativa, di un genere di fotografia artistico / scultoreo / spettacolare oppure antropologico / sociologico / giornalistico.
Il capolavoro ideale di quest’ultima concezione è la foto di un brutto edificio di un famoso architetto, scattata attraverso il finestrino chiuso, anche un po’ sporco, di un’automobile in corsa sotto la pioggia. Didascalia: “Il critico d’architettura come trovarobe”. Potrà sembrare irriverente anteporre queste annotazioni all’analisi di un edificio religioso all’estremo confine nord del Vecchio Mondo, esercizio apollineo sulla bellezza della semplicità: ma, in un mondo dove la Design Economy si va facendo strada come una delle ultime spiagge per la sopravvivenza dell’Occidente, sarebbe disonesto fingere che anche in questo caso due oggetti speculari (l’edificio realizzato e la sua pubblicazione sulle riviste) non facciano parte anche del fenomeno mediatico.
Non è casuale che molti settimanali siano stati letteralmente affascinati da un altro recente monastero, quello di Novy´ Dvur disegnato da John Pawson: dando naturalmente molto più spazio ai pettegolezzi blasfemi – monaci in cerca d’ispirazione allo showroom Calvin Klein – che alla verità sul progetto, una patetica estensione dell’arredamento minimalista ai riti della clausura. Anche il caso del convento Tautra Maria non sfugge (se non altro nel momento stesso in cui avviene qui la sua pubblicazione) alle regole del mercato mediatico: da poco terminato, vince il concorso Forum AID Award promosso dall’omonima rivista scandinava, che lo documenta in una stringata ma efficace pubblicazione.
Subito riceve un altro premio (International Award Architecture in Stone 2007) e lancia così i suoi autori in quel circuito mediatico perverso, da cui chi rimane fuori è destinato, se gli va bene, a essere scoperto tra qualche decina d’anni. Basta però approfondire leggermente la conoscenza degli architetti per scoprire che Jensen & Skodvin non sono dei neofiti nell’esperienza di progettare per la divinità: la loro chiesa luterana a Mortensrud, del 2002, suggerisce già il carico opprimente della fede per i credenti, in una società tendenzialmente agnostica come quella scandinava. La struttura inversa pesante/leggero dell’edificio – un grande volume opaco sovrapposto a un basamento trasparente – ne è una metafora efficace. C’è però una bella differenza tra disegnare un oggetto autonomo, come dopo tutto è sempre una chiesa (vedi Ronchamp, con cui Le Corbusier sfoga la sua ambizione di essere finalmente artista e non più stucchevole difensore del Modernismo) e concepire un’intera piccola comunità come un convento di clausura, dove gli/le abitanti sono destinati a vivere almeno per il resto dei loro giorni.
Così i progettisti hanno iniziato un complicato dialogo con le suore, forse per capire quale ragione le spingesse a rifugiarsi sull’isoletta di Tautra, sicuramente per produrre una cittadella di Dio, per quanto minuscola. La storia del convento, raccontata sul simpatico sito web www.tautra.no, potrebbe fornire qualche spunto per un film di Woody Allen vecchio stile. Nel 1999 le suore dell’Abbazia cistercense di Nostra Signora del Mississippi, vicino Dubuque, Iowa, hanno l’illuminazione di fondare un convento a Tautra: o meglio, ri-fondare, visto che già nel XIII secolo da queste parti esisteva un monastero, ora in rovina. Cinque Sorelle partono dallo Iowa per Trondheim, altre due se ne aggiungono da altri conventi norvegesi: nel 2005 inizia la costruzione del convento di Tautra Maria, che viene completato e consacrato l’anno scorso. Leggendo bene la presentazione del progetto che Ellen van Loon fa per Forum AID, si scopre che le cose davvero non sono andate così lisce nel rapporto con una committenza tanto singolare.
I progettisti hanno cercato di dare alle suore Cistercensi una struttura compositiva del complesso certamente ascetica (la pianta è un semplice rettangolo) ma che lasciasse maggiore spazio al movimento delle abitanti. Fedeli alla regola cistercense, non rigidissima anzi aperta verso il mondo (le suore di Tautra si sostentano producendo e commerciando saponi naturali, quelle di Dubuque fabbricano e vendono caramelle) ma pur sempre una regola di clausura, le committenti arrivano a ridurre del 30% lo spazio ipotizzato dai progettisti; vengono praticamente eliminati gli spazi di circolazione, per poter creare dei minuscoli giardini visibili alle recluse. Jensen e Skodvin (in particolare il project leader Jan Olav Jensen) devono aver fatto di tante necessità virtù, riuscendo a ottenere qualche concessione sul valore materico di strutture e superfici.
Anche qui non mancano gli ostacoli: per esempio, niente impiallacciature per le pareti interne di legno, una loro fiammatura eccessiva potrebbe disturbare la concentrazione nella preghiera. È quindi nelle strutture e sul guscio protettivo del convento (tanto le suore in preghiera non lo vedono) che i progettisti riescono a dare il meglio. Le pareti esterne dell’edificio mostrano una delle superfici più insolitamente affascinanti viste nell’architettura degli ultimi anni: un collage di sottili lastre in pietra, differentemente colorate ma tutte sui toni del paesaggio nordico, con una dominante giallo/cenere che richiama il colore della terra primigenia: “polvere sei e polvere ritornerai”. E anche se Jensen e Skodvin hanno preferito sfuggire a facili simbolismi, non serve molta fantasia (o forse basta aver avuto un’educazione religiosa cristiana), per leggere nell’intricata struttura di travi in legno che forma la copertura della chiesa, una moltiplicazione infinita dei bracci della croce su cui è stato inchiodato il Messia.
Un’immensa crocifissione senza figure, dove chiunque – dalle suore che a Tautra cercano rifugio dagli orrori del mondo, al semplice voyeur mediatico e a ognuno di noi peccatori – potrà immaginare se stesso, sospeso tra terra e cielo ad aspettare da Dio una salvezza non possibile, almeno fino alla fine del mondo.

postato da: prismalo alle ore 13:31 | link | commenti
categorie: frammenti
lunedì, 14 maggio 2007

Albergare nel lusso

Una nuova generazione di alberghi ipotizzati dai progettisti.
ROMA - Quindici giorni nella splendida beauty farm del «St. Regis Hotel» di Shanghai? Una settimana nel «Bellagio» di Las Vegas? Soggiornare al «Town House Galleria» di Milano? Tutta roba d'altri tempi. Nell'arco di un paio di decenni gli hotel assomiglieranno più a quelle base spaziali dei film di fantascienza che ai vari edifici più o meno lussuosi che siamo abituati a vedere. I viaggiatori saranno accolti in capsule sormontate da un'antenna. Dimenticate la «Jin Mao Tower», elegantissimo grattacielo déco di 88 piani che dal 53° all'87° alloggia l'hotel più alto del mondo, il «Grand Hyatt » a 366 metri d'altezza. Per imperdibili sensazioni a mezz'aria, sott'acqua, in una stazione orbitante, a bordo di una gigantesca mongolfiera o in mezzo al mare, ecco arrivare gli alberghi del futuro.
«NATO RICCO» - Futuristiche strutture, in parte in fase di costruzione, in parte ancora ambiziose idee e stravaganti concetti di prestigiosi studi d'architettura. Una nuova generazione di hotel extra-lusso, riservati a pochi e che in qualche caso superano persino la fantascienza di Jules Verne, sono ora stati raccolti dal sito specializzato «Born Rich» («Nato ricco»),che elenca i «World's Top 10 Futuristic Luxury Hotels». In questo caso parlare di turismo del futuro vuol dire parlare principalmente di tecnologia ed eccentricità. Nella lista è presente anche il «Burj al-Arab» di Dubai (l'unico degli hotel per ora completati). Nell'hotel a forma di vela si può cenare al ristorante Al Mahara prendendo un sottomarino, dato che è al di sotto del livello del mare, oppure a Al Muntaha, a 200 metri di altezza raggiungibile in pochi secondi grazie all'ascensore più veloce del mondo. Il costo? La Royal suite si aggira sui 28.000 dollari a notte.
ACQUA, CIELO, SPAZIO - Esorbitanti pure le cifre stimate per la realizzazione di questi fantascientifici alberghi; il sette stelle resort «Apeiron Island Hotel» - che è progettato venga costruito su una spiaggetta in mezzo all'Oceano, è attualmente in fase di progettazione dallo studio londinese «Sybarite». Costo: 500 milioni di dollari. L'edificio, 200.000 metri quadri di superficie, con due torri a forma di ali, misura un'altezza di 185 metri e può ospitare 350 lussuosi appartamenti. Viceversa, il «Poseidon», ovvero il Dio dei mari, è l'albergo che nel settembre del prossimo anno verrà inaugurato sulle Fiji. Disegnato da Bruce Jones, il costo per soggiornare è di 15 mila dollari a notte. La particolarità in questo caso, è quella che l'intero complesso è a 12 metri di profondità sotto il livello del mare e, da una delle 24 mini-suite si potrà osservare l'intera fauna marina. Il «Crescent Hydropolis Resort» di Dubai invece, sarà il primo 10 stelle al mondo. Impressionante, ma difficilmente realizzabile per ora, il «The Lunatic Hotel», anche se dallo studio di progettazione «Wimberly Allison Tong & Co.» di Londra si dicono certi che i primi turisti lunari possano essere accolti già entro il 2050.
postato da: prismalo alle ore 15:08 | link | commenti
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The Hydropolis

«The Hydropolis» - L'albergo, che secondo gli investitori sarà il primo 10 stelle al mondo è in fase di completamento a Dubai. 150 sono le società che lavorano alla realizzazione dello spettacolare hotel. Il suo complesso sottomarino a 60 piedi di profondità disporrà di 220 suite a tema, cinema high tech, sale conferenza, ristoranti e persino un sistema di difesa missilistico per garantire la massima sicurezza agli ospiti dell'esclusiva struttura.
postato da: prismalo alle ore 15:07 | link | commenti (1)
categorie: frammenti

Waterworld

«Waterworld» - Nascerà all'interno della cava naturale di Songjiang in Cina. E' stato progettato dallo studio «Atkin's Architecture Group e per ora è ancora in una fase concettuale. Il restort dispone di 400 posti letto e una spettacolare area per praticare ogni genere di sport acquatico. Sarà anche possibile fare l'arrampicata sportiva sulla montagna di fronte all'albergo o il bungee-jumping.
postato da: prismalo alle ore 15:06 | link | commenti
categorie: frammenti

The Apeiron

«The Apeiron» - In fase di progettazione. Costo stimato per la realizzazione del sette stelle resort da 350 suite extra-lusso: 500 milioni di dollari. 185 metri d'altezza per la struttura alberghiera costruita - secondo il progetto dello studio «Sybarite» - su complessivi 200.000 metri quadrati di superficie. Spiagge private, galleria d'arte, cinema, negozi, Spa, sale conferenza - le caratteristiche all'interno dell'edificio - oltre a quella che nascerà su un isolotto in mezzo al mare.
postato da: prismalo alle ore 15:03 | link | commenti
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