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domenica, 25 marzo 2007

Spazio urbano

postato da: prismalo alle ore 11:57 | link | commenti
categorie: frammenti

Aree dismesse: un’occasione da non perdere

Da un lato, che l'attenzione verso le grandi aree è dovuto al fatto che il processo di dismissione ha investito in una prima fase soprattutto questo tipo d’impianti;
Dall'altro lato, che l'esistenza di proposte progettuali non necessariamente rappresentano un sicuro recupero delle aree-impianti.
Dall'analisi svolta, come anche dalle esperienze di ricerca intorno al tema delle aree dismesse, è possibile prendere atto che la formazione di un patrimonio territoriale connesso alla chiusura di unità produttive non assume la forma di uno stock ben definito, avente carattere stabile per un periodo relativamente lungo di tempo, ma si presenta piuttosto come un flusso dinamico, caratterizzato da fenomeni continui di entrata e di uscita di aree, sulla base dell'operare delle convenienze territoriali e di una dinamica economica più o meno intensa, circa la formazione di attività produttive nuove.
In altre parole, la chiusura di una determinata struttura produttiva, determinando nel territorio un vuoto, crea una potenzialità insediativa. Ovviamente, la "riappropriazione" di tale territorio è collegata a molteplici fattori, dal cui operare congiunto dipende l’intensità e la velocità del recupero stesso. Tra questi fattori, secondo un elenco non sicuramente esaustivo, ma tale da comprendere quelli più significativi, possono essere elencati i seguenti.
-          Fattori territoriali.
-          Fattori inerenti alla dinamica del sistema produttivo
-          Fattori inerenti alla normativa urbanistica applicata all’area dismessa
-          Fattori inerenti alle caratteristiche proprietarie dell’area dismessa
-          Fattori inerenti alla situazione ambientale in cui l’attività dismessa ha lasciato l’area interessata
Tutti questi elementi, conseguentemente, condizionano in misura diversa, nella loro interazione, i costi e le opportunità di recupero dell'area industriale. Se, come appare ovvio, rientra nell'interesse della comunità l'obiettivo di un rapido recupero delle aree dismesse, sia per non lasciare capitale sociale e privato inutilizzato, sia per evitare che la pressione insediativa si diriga verso risorse scarse, quali aree nuove, appare indubbiamente estremamente rilevante ed utile che, da parte dell'operatore pubblico, vengano poste in atto tutte quelle azioni tendenti a rimuovere i fattori che ne impediscano il recupero.
Recupero che, come implicitamente si è visto in precedenza, non consiste solo in una rioccupazione dell'area da parte di funzioni qualsiasi, ma in un riutilizzo che sia coerente globalmente anche con il mutato assetto territoriale ed economico del comparto territoriale in cui l'area è collocata, nonché con i potenziali obiettivi più generali della comunità di dotare il territorio, attraverso un riutilizzo finalizzato dell'area, di funzioni di livello superiore che un semplice operare slegato di iniziative private difficilmente è in grado da solo di realizzare.
Pertanto, si pone da una parte l'obiettivo di velocizzare il recupero (anche ad evitare il formarsi sul territorio di fenomeni di degrado urbano), e dall'altra la necessità che tale recupero, attraverso l'utilizzo di strumenti vari, e in particolare quelli legati alla normativa urbanistica, avvenga sulla base di obiettivi di ottimizzazione nell'utilizzo del territorio stesso.
Il ruolo della Regione appare preminente. Solo in quadro territoriale più vasto di quello relativo all'ambito comunale, ed anche a quello provinciale, è possibile individuare ed interpretare la dimensione e soprattutto il modello localizzativo delle aree dismesse le quali, salvo casi particolari, vanno viste come fenomeni di crisi non di singole isolate aziende, ma di aree geografiche nonché settori e categorie di imprese e tale da avere incidenza e necessità di strategie di orientamento globali.
postato da: prismalo alle ore 11:55 | link | commenti
categorie: urbanistica

Il ridisegno ecologico delle città

I principi su cui si basa lo sviluppo sostenibile quali l’equità intergenerazionale, la giustizia sociale e la responsabilità globale, non solo si prestano a interpretazioni contrapposte, ma aprono anche una serie di questioni molto concrete riferite alle città. Concretamente si pone il problema se promuovere un’alta o una bassa densità urbana, in che termini vada intesa la “diversità” urbana, quali siano i principi su cui deve basarsi il disegno delle città. Sul problema della “densità urbana” le posizioni sono contrastanti. Da una parte vengono associati ad una concentrazione eccessiva di popolazione comportamenti asociali, crimini, delinquenza, altri sostengono che l’attitudine alla prossimità sia da associarsi a differenze culturali e che vengano spesso vissuti in modo positivo. I centri città compatti e densi sono vibranti di creatività, mentre i suburbi risultano noiosi e degradanti.

Un ruolo centrale per la riqualificazione delle città è assunto inoltre dal rinnovamento e dal riuso delle aree dismesse e della bonifica delle aree contaminate.

Un altro problema-chiave della pianificazione urbana riguarda il legame tra “forma urbana e uso dell’energia”. La cellula minima della città, che si ritiene debba costituire il cardine di qualsiasi pianificazione dei trasporti è l’unità di prossimità, ovvero la cellula minima della città nella quale si può circolare a piedi, aiutati dai mezzi collettivi, con marciapiedi mobili, ascensori orizzontali e verticali ecc.

Le “città senza auto” costano meno e possono fornire tutti i comfort a cui si è abituati. Il problema dell’auto solleva anche la questione dei vantaggi e degli svantaggi legati alle “dimensioni degli insediamenti”. I sostenitori della “città a scala umana” ritengono che le dimensioni delle città che crescono spesso senza un reale progetto intacchino l’essenza non solo del rapporto con la natura, ma anche gli stessi vantaggi legati alla vita urbana, quali le relazioni sociali e interpersonali.

La sperimentazione è volta a definire indicatori rappresentativi della qualità ambientale urbana e utilizzabili con sistemi informativi non eccessivamente sofisticati. Trattasi della base informativa, per individuare i “punti di rottura” e le capacità di carico del sistema urbano e territoriale.

Si sottolinea la funzione del limite e del confine come processo di autoregolazione e proporzionamento fra le parti della città e del territorio che superi le forme di vincolo e norma. Il “limite di carico antropico”, i “limiti al consumo energetico”, i “limiti alla produzione di rifiuti”, i “limiti alla emissione di sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria, nel suolo”, i “limiti all’artificializzazione del territorio”.

Si propone inoltre di definire intrecci di confini che comprendano i confini degli ecosistemi urbani. Una volta “ritrovati i confini”, si ricostruiscono le specifiche “identità urbane” arrivando a dare forma alla città.

Anche i piani energetici comunali sono di una certa importanza per la definizione di politiche eco-compatibili. In essi vengono stabilite le strategie energetiche comunali per promuovere il risparmio e l’efficienza energetica inserendo nei PRG aree per l’insediamento di tecnologie rinnovabili.

postato da: prismalo alle ore 11:53 | link | commenti
categorie: urbanistica

Spazio

postato da: prismalo alle ore 11:41 | link | commenti
categorie: frammenti

Spazio urbano e dimensione urbana

Vivere lo spazio urbano secondo una propria dimensione di vita è l’aspirazione di ognuno di noi.
Ognuno di noi può essere fruitore e talvolta anche interprete.

I fruitori, dal cittadino singolo al nucleo societario più semplice, la famiglia, usufruiscono, vivono la città e manifestano le proprie esigenze secondo una coscienza sociale e del sociale che certamente caratterizzano la nostra città.

Gli interpreti, gli attori attivi, gli operatori esperti preposti all’interprtetazione dei bisogni delle tendenze, ma responsabili anche dell’individuazione di proposte, di risorse e progetti, hanno il compito di rendere fruibili e vivibile ogni parte di città in tutte le sue funzioni.

La città come luogo non soltanto di residenza o collocazione sul territorio, ma come dimensione spazio-tempo per la crescita culturale e sociale professionale.

Questo naturale processo di crescita di ogni singolo cittadino, deve essere il risultato di una città il cui tessuto urbano di tipo medievale si trasforma dotandosi di infrastrutture, di accessi, di viabilità e luoghi di aggregazione al passo coi tempi.
postato da: prismalo alle ore 11:32 | link | commenti
categorie: urbanistica

L'organizzazione dello spazio urbano

Le città romane erano circondate dalle mura, che avevano uno scopo difensivo.

Il terreno all'interno delle mura veniva diviso. C'erano due vie principali, perpendicolari tra loro, il cardo e il decumanus.

Anche le altre strade venivano costruite secondo un sistema a maglia ortogonale, cioè erano parallele alle principali e questo dava alla città l'aspetto di una scacchiera.

Nel punto d'incontro tra il cardo e il decumanus si trovava il Foro, la piazza più importante della città. Ogni città romana possedeva un Foro.

Il Foro inizialmente era usato come luogo di mercato, ma poi divenne il nucleo dell'attività cittadina. Affari, processi, elezioni, cerimonie civili e religiose si svolgevano al suo interno. Lungo i lati maggiori del Foro sorgevano le botteghe di legno (tabernae).

In occasione di feste religiose e cerimonie funebri il mercato diveniva una sorta di stadio; gli spettatori seguivano giochi e gare sportive dai tetti delle botteghe, adibiti a tribune.

Ogni magistrato aveva la sua tribuna nel Foro e nei giorni di mal tempo queste venivano trasferite nelle basiliche. Le basiliche romane non erano edifici religiosi, ma ospitavano generalmente tribunali o attività commerciali.

All'interno del Foro si trovavano anche i templi, che non avevano solo scopi religiosi, ma venivano utilizzati anche come luoghi di riunione.

postato da: prismalo alle ore 11:29 | link | commenti
categorie: urbanistica

Gli artisti e lo spazio urbano

Rivolge l’attenzione al rapporto tra gli artisti e la città la mostra “Mapping the City” allestita allo Stedelijk Museum di Amsterdam fino al 20 maggio. In che modo, dagli anni Sessanta a oggi, gli artisti hanno percepito e percepiscono lo spazio urbano? Dal situazionismo di Guy Debord alla fotografia “da strada” di William Klein, l’esposizione lo racconta attraverso le opere di oltre venti artisti.

Tra di loro, Francis Alÿs che, passeggiando per il centro storico di un’immensa megalopoli come Città del Messico, registra quello che si svolge per le sue vie attraverso fotografie, disegni, schizzi e mappe. Il video di Doug Aitken produce invece un forte effetto di straniamento: di fronte a otto immensi schermi la proiezione della città moderna fa sentire gli spettatori come alieni appena sbarcati sulla Terra. E.S.

Fino a 20.5.2007
Mapping the City
Stedelijk Museum CS
Oosterdokskade 5, Amsterdam
http://www.stedelijk.nl

postato da: prismalo alle ore 11:25 | link | commenti
categorie: frammenti
sabato, 24 marzo 2007

Girasole

postato da: prismalo alle ore 18:24 | link | commenti (1)
categorie: frammenti

L’architettura del paesaggio: uno strumento per lo sviluppo sostenibile

Lo sviluppo sostenibile nella sua dimensione territoriale ha un tema privilegiato, quello del rapporto tra Uomo e Luogo. Un ruolo di prim’ordine è quello del Paesaggio e della sua “architettura”. Si fa riferimento ad una concezione ecologica che individua il Paesaggio come Manifestazione della Relazione ternaria tra uomo, natura e società.
Senza volere affrontare in questa sede tutte le complessità teoriche che questa concezione dell’ecologia della natura, della società contemporanea e matura comportano, da quelle della valutazione delle relazioni ternarie, alle teorie sull’ambiente costruito, alle relazioni tra spazio, tempo, materia, energia, informazione, ai concetti stessi di sistema e di relazione, anche essi in continua evoluzione, preme qui ricordare il ruolo che può assumere il Paesaggio se viene anch’esso rapportato a questa concezione ecologica.
Il Paesaggio può essere concepito come “manifestazione” della Relazione ternaria, come modalità con la quale nel suo perenne evolversi la relazione lascia tracce, non solo negli assetti dei territori trasformati dalle dinamiche dell’evoluzione relazionale stessa, ma anche nelle culture e nelle società che hanno partecipato agli eventi relazionali di quella trasformazione territoriale, umana e sociale.
Per noi “progettisti” esso è dotato di un elemento di grande interesse nei confronti di una valutazione ecologica, quello per cui il Paesaggio è in grado di esprimere il “manifestarsi della relazione”, in termini complessi ed unitari ad un tempo, in termini olistici.
Il Paesaggio è “espressione ecologica”, può essere considerato come un manifestazione ambientale e territoriale ma soprattutto culturale, e, in quanto tale, possiamo prenderlo in considerazione come messaggio, il Paesaggio come una serie di ordini di complessità:
§         il primo ordine di complessità implicato al Paesaggio come struttura di comunicazione;
§         un secondo ordine di complessità è quello più propriamente ecologico in quanto il messaggio proviene dalla relazione ecologica principale tra uomo, natura e società;
§         un terzo ordine di complessità, conseguenza diretta del precedente è che dalla relazione Uomo-natura-società discende, secondo la freccia del tempo, l’originarsi dell’Ambiente Costruito, di quella particolare condizione ambientale per la quale l’opera dell’uomo condiziona talmente il contesto della relazione, così da generare una situazione ambientale inedita: l’Ambiente Costruito è determinato dalla trasformazione fisica dei luoghi ad opera dell’uomo, con una trasformazione che opera in maniera irreversibile e tale da inserirsi come variabile nei processi evolutivi della relazione principale.
Per affrontare la problematica della compresenza di diverse complessità, occorre mettere a punto un corrispondente livello di molteplicità di strumenti, a loro volta inevitabilmente assai articolati.
Un attività di progettazione del paesaggio può tentare di affrontare questi tre ordini di complessità.
Rispetto al primo ordine di complessità, circa la natura complessa della “informazione paesaggio”.
La prima chiave interpretativa del linguaggio paesaggio è proprio, come nei confronti della musica, il rapporto diretto, il lasciarsi compenetrare, l’immersione nel materiale paesistico, il che comporta lo sviluppo delle capacità percettive di tutti i cinque sensi, il loro collegamento con la memoria, la percezione di ritmi e modalità organizzative della struttura paesistica.
La capacità espressiva di un simile linguaggio è tale che si può anche parlare di un’arte del paesaggio, un’arte della relazione tra uomo e natura. Il Paesaggio come arte ecologica per antonomasia.
Il secondo ordine di complessità, della relazione ternaria Uomo/Natura/Società può essere affrontato ricorrendo alla concezione stessa dell’ecologia contemporanea, ossia quella che vede l’ecologia della Natura, l’ecologia della Società, e l’ecologia della Mente legate tra loro da relazioni in divenire e da corrispondenze omologiche.
Il terzo ordine di complessità, quello relativo all’ambiente costruito e alla sua attuale pervasività, è connaturato col paesaggio stesso. Il paesaggio contemporaneo diviene così la stessa manifestazione dell’ambiente costruito.
Un tale esercizio può solo essere applicato per via diretta, sperimentalmente, “provando e riprovando”, esercitando, cioè, continua critica. Tale “operare” deve essere a sua volta paziente e creativo.
È proprio in questo complesso gioco di conoscenza/creatività, di immersione nel contesto e di prefigurazione di una dimensione altra rispetto al condizionamento dello stato presente delle cose, che sta l’operare dell’Architettura del Paesaggio, come attività di ricerca “progettuale sperimentale” una “Ricerca Sperimentale”.
Per il nostro settore della territorialità diviene così strategico riaprire una valutazione sul progetto, che perdendo il suo significato tradizionale di “soluzione” del problema, acquista il nuovo significato e la nuova impostazione di struttura per la pratiche sperimentali, divenendo struttura utile alla prefigurazione, alla scelta delle alternative, alla definizione di potenzialità anche imprevedibili e all’apertura di orientamenti inediti, con un’opera ad un tempo culturale, di apprendimento, di proposta, di costruzione di alternativa, di programmazione e di indirizzo. Tutto ciò va naturalmente collegato alla capacità di fare cambiare il punto di vista anche da parte degli operatori e degli stessi fruitori, nei confronti del ruolo del progetto.
Rigore, sobrietà, comunicabilità, creatività, interrelazione, rinnovabilità, sono le caratteristiche del nuovo modo di progettare nella sperimentazione, ben oltre il segno demiurgico, o “l’architettura d’autore”, ovvero la competizione autoritaria che connotano tanta progettazione attuale, in particolare nella trasformazione à la page della città, come essa appare nelle riviste e nelle facoltà, specialmente italiane.
Possiamo ricordare che nel nostro caso l’autosostenibilità può essere vista come quel controllo da parte di una comunità, che abita un luogo, degli obiettivi e delle realizzazioni materiali delle proprie condizioni di vita e di promozione sul territorio.
Il Paesaggio può assolvere a tre funzioni di grande importanza nelle pratiche dell’autosostenibilità:
1.       Il Paesaggio può dare conto di tutta l’informazione, sia naturale che culturale, depositata nel territorio formnendo così una possibilità di riscoperta e di presa di coscienza, fino al punto di contribuire a produrre nuovo radicamento tra le popolazioni.
2.       Il Paesaggio può avere una funzione di “monitoraggio” delle condizioni attuali del rapporto Uomo-Natura-Società.
3.       Il Paesaggio può sviluppare tutta la gamma delle prefigurazioni e dei nuovi scenari.
Dunque il Paesaggio e la sua “arte”, la sua “architettura” divengono uno strumento efficace per affrontare la tre complessità della relazione ecologica Uomo-Natura-Società e per interagire con le tre strategie autosostenibili.
postato da: prismalo alle ore 18:18 | link | commenti
categorie: urbanistica

Riqualificazione dei sistemi territoriali per un uso sostenibile delle risorse

L’approccio ambientalista alla sostenibilità considera l’uso delle risorse sostenibili se le attività antropiche sono mantenibili entro i limiti di autoriproducibilità dei sistemi ambientali, mentre quello territorialista fonda la sua azione sulla valorizzazione delle relazioni fra ambiente naturale, ambiente costruito e componente antropica e fissa la produzione di qualità territoriale come precondizione alla sostenibilità.
Ecco in sintesi la sequenza virtuosa, secondo l’approccio della autosostenibilità, per un’azione di salvaguardia del sistema delle risorse: contestualizzazione (individuazione delle regole di crescita di lungo periodo, delle patologie territoriali); ricostruzione dei sistemi ambientali (ricostruzione delle condizioni di riproducibilità degli ecosistemi e non solo bonifica e risanamento ambientale); ripristino della qualità territoriale; facilitazione di stili di sviluppo (trasformazione ecologica attraverso modelli sufficienza legata a processi di reidentificazione delle comunità insediate); uso di tecniche di intervento fondate su approcci eco-tecnologici a base locale.
Questa sequenza virtuosa deve essere applicata ad un territorio visto come l’organismo vivente ad alta complessità strutturato in luoghi che conformano i tipi territoriali ed urbani.
Il punto di vista dell’autosostenibilità va rafforzato con alcune avvertenze e precisazioni:
-          Sviluppo locale delle risorse non significa privilegiare solo ciò che è piccolo, ma significa focalizzarsi sulla valorizzazione delle particolarità endogene;
-          L’analitica territoriale deve trovare strumenti che si collochino nel crinale della globalità;
-          La selezione delle attività da insediare va fondata sull’incontro tra modelli insediativi ed attività produttive;
-          Nuovo municipalismo, basato su una sussidiarietà attiva;
-          Autosostenibilità ed autodeterminazione:
-          Abitante come prosumer (produttore e consumatore allo stesso tempo). L’abitante moderno consuma risorse, ma ne produce anche, ad esempio i rifiuti/risorsa;
-          Uso di tecnologie non tradizionali;
Per una azione di rivitalizzazione dei sistemi ambientali vanno fissati alcuni principi guida generali:
-          Superamento della concezione che vede gli spazi naturali come relitto e la natura come spazio marginale;
-          Riconfigurazione degli equilibri interni dei sistemi territoriali, diminuendo la premazia centroperiferica delle aree metropolitane a favore di un policentrismo reticolare;
-          Assunzione delle peculiarità ambientali e morfologiche di ogni area nalla predisposizione dei sistemi informativi e delle politiche di uso delle risorse;
-          Riconversione ecologica dei sistemi produttivi;
-          Valorizzazione delle energie delle comunità locali;
-          Politica di piano su due livelli. Costruzione di scenari strategici e promozione di piani/progetti pilota attuativi.
postato da: prismalo alle ore 18:16 | link | commenti
categorie: urbanistica

Uno sviluppo compatibile con la tutela del paesaggio

La Costituzione non contiene la parola pianificazione, evocatrice di prassi che nel primo dopoguerra richiamavano troppo palesemente ispirazioni ai modelli comunisti d’oltre cortina.

Essa parla se mai di programmazione economica attuabile persino con la partecipazione dei lavoratori. La pianificazione territoriale e quella urbanistica, dunque, esprimono se mai riproduzioni fisiche di allocazioni di attrezzature ed infrastrutture in funzione dell’attuazione di politiche economiche programmate e concertate con le parti sociali.

Non c’è attività economica di produzione, di scambio, di consumo di beni materiali, energetici o informativi che non implichi l’occupazione di specifici ed adeguati spazi (e volumi). Di qui viene la tradizionale connotazione edificatoria dei piani territoriali ed urbanistici, e la parallela presunzione di competenza di architetti ed ingegneri.

Ed al Sud, dove l’economia del mattone è stata sempre considerata essenziale, anzi tutto per il sistema di rendite parassitarie che essa è capace di innescare, l’urbanistica è stata a maggior ragione considerata dispensatrice di ricchezze insperate : come rendita assoluta, nel momento di individuazione delle sole aree edificabili, fra tutte quelle del territorio comunale; e come rendita posizionale, nel momento della attribuzione di quantità più o meno grandi di edificabilità, a seconda delle zone territoriali omogenee e delle tipologie edilizie prescelte.

Ma la Costituzione, all’art. 9, impegna la Repubblica, e quindi tutta l’Amministrazione dello Stato, in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche, anche nella tutela del paesaggio e dei beni culturali ed ambientali, storici, archeologici e naturalistici.

"Tutela" e "trasformazione" del territorio (per effetto di piani urbanistici o comunque di progetti) risulterebbero tuttavia termini palesemente contraddittori, laddove si immaginasse l’azione di tutela tesa letteralmente ad impedire qualunque modificazione del contesto territoriale, nel rispetto del principio costituzionale. In realtà il "paesaggio", inteso in prima istanza come insieme aggregato di elementi abiotici (suolo, acqua, aria), é già "naturalmente" predisposto a subire continue trasformazioni che prescindono dalla presenza dell’uomo o degli altri elementi della biosfera. Il paesaggio cambia per effetto di azioni meteoriche, o dell’alternarsi delle stagioni, e persino, durante il giorno, per il cambiare della luce, o di sconvolgimenti geotettonici, ecc. L’uomo poi é certo responsabile delle modificazioni più significative (talché si definiscono "artificiali" i suoi interventi di trasformazione del contesto naturale, a sottolinearne vieppiù il distacco dalla originaria naturalità).

Se al termine, ed all’azione di "tutela" (del paesaggio, dell’ambiente, o del territorio) non può dunque attribuirsi il mero significato letterale di immodificabilità assoluta di un contesto in perenne trasformazione naturale ulteriori modificazioni del quale peraltro, va preso atto, sono conseguenti all’occupazione di spazi e di volumi che l’espletamento di qualunque attività umana implica, allora il principio della tutela del paesaggio impone che la progettazione di qualunque intervento di trasformazione del territorio abbia tuttavia precise e costanti attenzioni "paesistiche". Va cioè concordato, qualunque siano il tipo e la scala dell’intervento progettato o da progettare, il punto d’incontro tra esigenze di conservazione di un contesto che é stato vitale fino a quel momento, e necessità di miglioramento delle condizioni insediative. Vanno concordate quali trasformazioni territoriali possano essere considerate "ammissibili" , rispetto a soglie da non superare, per mantenere il più a lungo possibile le condizioni di naturalità originaria, nella convinzione che il totale sganciamento dalla naturalità originaria, sia pure progressivamente perseguito a fini di sviluppo, finisca per escludere persino la presenza dell’uomo sul Pianeta. Ecco allora la necessità di definire "a monte" tali soglie, ma anche giudizi sulla praticabilità del modello di sviluppo perseguito e di quello da perseguire, nonché parametri "oggettivi" di compatibilità delle proposte di trasformazione, rispetto a tali modelli.

Ciascun sistema territoriale necessita dunque di un modello convenzionale di riferimento, capace di esprimere palesemente cosa la sua collettività insediata ritenga "intoccabile", allo scopo di mantenere contatti vitali con le connotazioni materiali ed immateriali della naturalità originaria: non solo fissando quantità specifiche di elementi da non modificare (ad esempio parametri chimici, fisici ed organolettici), ma anche stabilendo "qualità" e scale di valori (irrinunciabili rispetto a connotazioni immateriali della naturalità, quali l’identità e la riconoscibilità culturali di una popolazione, fissate fisicamente nella memoria storica di taluni oggetti, perciò considerati "monumenti").

Il "progetto territoriale" esprime tale modello convenzionale, e definisce gli usi (di suolo, acqua ed aria) ammissibili rispetto alle esigenze della più lunga conservazione delle connotazioni naturali, dettate dai componenti della biosfera, e costituisce perciò il "piano" d’intervento della collettività insediata in un contesto territoriale, teso a regolare e contemperare anzi tutto gli equilibri tra esigenze di tutela ed esigenze di trasformazione e di sviluppo. Fra i due estremi (massimo di conservazione della naturalità che precluda qualunque sviluppo, da una parte, e massimo di allontanamento da essa che precluda persino la vita, dall’altra), va trovato quel "giusto mezzo" storico, capace di indurre, nell’inevitabile entropia del sistema, una qualità della vita, accettabile rispetto alla sua più lunga durata.

La tesi che questo lavoro sviluppa é dunque che qualunque sia la tipologia del piano da formare, qualunque i gradi di globalità ad esso assegnati dalla legge, e qualunque la scala d’intervento, esso non possa prescindere mai da un’attenzione particolare agli impatti nel contesto territoriale, propri delle opere programmate, e da un’accettazione consapevole dei meno rapidi vantaggi che ne derivano.

Del resto l’urbanistica moderna storicamente nasce come tentativo di conciliare le esigenze del "decoro" (inteso come rispetto di regole per costruire contesti artificiali all’interno di uno naturale) con quelle della "salubrità" (intesa come rispetto di regole capaci di consentire la convivenza concentrata di sempre maggiori quantità di popolazione all’interno di contesti insediativi, e di ridurre tuttavia i rischi alla salute, alla sicurezza ed all’incolumità pubbliche, che dalla concentrazione derivano).

postato da: prismalo alle ore 18:13 | link | commenti
categorie: urbanistica

“Nove parchi per Milano”: l’idea giusta nel posto sbagliato

Se si prende come esempio Milano, si potrà notare come la continuità che caratterizza la regione urbana e la dimensione del comune, garantiscono che il disegno di una strategia per la città ponga problemi tali da costituire un importante oggetto di dibattito e confronto sino al livello regionale.
Il progetto “nove parchi per Milano” ha le caratteristiche di un progetto strategico, ma rispetto ad altri progetti strategici è articolato in interventi specifici, spazialmente determinati, che nel loro insieme disegnano una strategia complessiva di trasformazione urbana. Il progetto è dunque un progetto complessivo, flessibile (le modalità specifiche di ogni parco e del suo intorno edilizio potrebbero cambiare nel tempo, nel passaggio ai progetti esecutivi, mantenendo inalterato il disegno complessivo), e di lungo termine (la completa realizzazione del progetto impegnerebbe la città per alcuni decenni). Con il riferimento alle riflessioni svolte ed alla terminologia utilizzata, nel progetto ci sono dunque tutte le premesse per la sua trasformazione in un piano strategico per Milano, in quanto, se approvato, avrebbe potuto costituire per la città una finalità generale da perseguire; il carattere strategico della proposta sta nel configurarsi come un nuovo principio ordinatore dell’organizzazione spaziale di Milano, che per il suo carattere di generalità potrebbe costituire sia il quadro di riferimento per la formulazione nel tempo di altre proposte, maggiori e minori, sia un criterio generale rispetto al quale selezionare e valutare le stesse proposte.
L’autorevolezza di questo quadro di riferimento deriverebbe, non come per il piano regolatore dalla forza della legge, ma dal fatto che il nuovo principio di organizzazione spaziale è generalmente condiviso e, nella sua essenza, non verrebbe più discusso. Perché ciò accada è la costruzione intorno agli obiettivi del progetto di un consenso diffuso, risultato di un dibattito che non può essere limitato al consiglio comunale, ma deve coinvolgere anche altri attori, non solo istituzionali, esterni al consiglio.
Il fatto che il progetto si configuri come strategia non elimina la necessità di regole urbanistiche – cioè del piano regolatore inteso nel modo più tradizionale come regola giuridica per le trasformazioni ordinarie – e, di un rapporto definito tra il progetto e piano, cioè tra strategia e regole, si tratta in realtà, di due aspetti dello stesso tema, governare per piani l’urbanistica.
Il parodosso dell'urbanistica consiste nell'obbligo di rendere possibili azioni immediate e circostanziali, legate alle necessità dei presente, con i tempi della lunga durata, dal momento che la città è un corpo sedimentario e le trasformazioni urbanistiche durano per secoli. Da qui la necessità di individuare nei tracciati un principio generativo duraturo da sottrarre alla sfera della negoziazione. Valido come regola dei gioco, il tracciato rende possibile un numero indefinito di sviluppi e interpretazioni edilizie nel corso dei tempo. L'esperienza della città storica è assai chiara a questo proposito e nella circostanza non si farebbe altro che attenersi alla saggezza delle antiche regole. Diverso è il discorso riguardante la materia edilizia legata alle circostanze dei progetto, agli sviluppi culturali e tecnici dell'arte dei costruire.
Dati questi presupposti, gli sviluppi volumetrici presentati non possono essere altro che simulazioni- si tratta di una sorta di messa alla prova dei sistema delle regole imposte dai tracciati, un collaudo per dimostrare la fertilità delle premesse. Da questo punto di vista il progetto strategico si presenta come una estensione delle possibilità di intervento nella città; si tratta di un'offerta rivolta ai diversi attori delle future trasformazioni, sì vuole stimolare l'energia della città e l'immaginazione dei progettisti. Lo sforzo di interpretare il progetto urbanistico come un allargamento del campo di possibilità rappresenta indubbiamente una rivoluzione nei confronti della prassi urbanistica orientata al controllo impositivo.
A partire da queste premesse ogni area, per svilupparsi, avrà bisogno di accordi programmatici tra l'amministrazione e gli operatori, mentre i necessari coordinamenti tecnico economici e architettonici saranno affidati a personalità di indiscussa competenza, secondo modalità già sperimentate con successo in altre città europee.
La scelta di impostare le nuove urbanizzazioni attorno ad una grande spazio centrale da destinare a parco si configura come strategia di risposta al caos della metropoli contemporanea. Il grande spazio formalizzato da cui l'insediamento deve i principi informatori funzionerà come luogo di afferenza per il territorio circostante, proprio perché se ne distingue secondo un criterio di complementarità. Nella dispersione, nella accidentalità, nella aleatorietà dell'insediamento periferico il parco entra come un elemento di identificazione, quasi si trattasse di una radura ricavata nella metaforica foresta della metropoli, divenendone un luogo di nuova socialità. L'idea dei parco centrale come luogo pubblico della metropoli ha il carattere di una strategica, è una proposta che giunge proprio nel mezzo delle discussioni sia sulla incerta natura dello spazio pubblico contemporaneo che delle nuove ricerche paesaggistiche. I progetti completano il sistema dei parchi milanesi, introducendovi quel tipo di parco urbano integrato nella struttura di quartiere con fruizione immediata e relazione diretta con le abitazioni.
La nuova città si sviluppa attorno a due movimenti che coinvolgono le coordinate dello spazio e dei tempo. Il progetto interpreta una fase in cui l'intero ciclo della città industriale è giunto al suo esaurimento ad annuncia il tempo della rifondazione: nuova città e archeologia si confondono nell'attuale processo storico.
Quando si demolisce un grande impianto industriale si riscoprono i segni dell'epoca preindustriale, emergono i tracciati dei secoli passati, si riscoprono antichi bordi e confini, le suddivisioni agrarie si ispessiscono senza contraddizione dei nuovi tracciati urbanistici: in altre parole è possibile lavorare cercando di riconciliare la forma della città con le strutture di un territorio agricolo antropizzato sin dalla colonizzazione romana.
Questo fatto, se conferma, in epoca moderna, l'opportunità di accettare la labilità dei manufatti, ci richiama, ad esempio, come l'intero sistema delle acque, la fitta venatura che percorre la pianura in direzione nord- ovest e sud- est, appartenga ai sistemi della lunga durata, come tutti i fatti naturali, anche le suddivisioni dei suolo sono un fatto antropologico globale e che soltanto un progetto condiviso può legittimare un'opera di rifondazione che sarà ad un tempo di demolizione e di ricostruzione.
postato da: prismalo alle ore 18:09 | link | commenti
categorie: urbanistica

Fuochi d'artificio

postato da: prismalo alle ore 17:57 | link | commenti
categorie: frammenti
venerdì, 16 marzo 2007

Il Terzo Fuochista

Gira volta gira volta volta gira vola
Volta gira gira volta gira volta vola
Pieno di brillanti è il mare
Dove all'orizzonte non s'arriva mai
Ricco di profumi il fango sulle ortiche
Al sole che tramonterà
Gira volta gira volta volta gira vola
Volta gira gira volta gira volta vola
Zucchero limone e neve
Presa sopra i tetti di tanti anni fa
Notte dopo notte mamma ancora canteri
Il giorno che sei nata tu
Per me nacque un amore
Mille e mille stelle
Si cambia ron di colore
Gira volta vola all'infinito
Questa nenia si ripeterà
Con le note di una fisarmonica
La festa ancora arriverà
Passa il santo passa il santo
Guarda quant'è bello
Cantano le donne in coro
Guarda quant'è bello
Strusciano sottane
Mentre cola sangue e cera dalla santità
Fumano i camini, pesce fritto e baccalà
C'era una bambina On le sue scarpine blu
Vestitino a fiori
Ed i suoi occhi a guardar su
Un colpo scuro e il fumo nell'azzurro se ne va
Ruotava la bambina
Con le sue scarpine blu
Gira gira volta
Braccia aperte e naso in su
E la banda andava piano piano a cominciar
Zum para para zum para para zum pa pa
E Zum paraparapa zum paraparapa zum pa pa
Bancarelle gostre giochi luci orchestre tenotini zum pa pa
Noccioline torroncini lecca lecca palloncini zum pa pa
E zum para para zum para para zum pa pa
E Zum paraparapa zum paraparapa zum pa pa
Brillantina dopobarba sigarette trombe fiati e putipù
Orecchini collanine meste in piega e molto di più
C'era una bambina
Con le sue scarpine blu
Vestitino a fiori
Ed i suoi occhi a guardar su
Un colpo scuro e il fumo nell'azzurro se ne va
Ruotava la bambina
Con le sue scarpine blu
Gira gira volta
Braccia aperte e naso in su
E la banda andava piano piano a cominciar
Note stonate Un via vai di ingenuità
La gente profumava Di sudore e dignità
Il terzo fuochista
L'artista quotato dì più
Sparò i suoi colori nel cielo
E nel silenzio vennero giù
Oro turchese amaranto Corallo smeraldo caffè
La bimba in quel cielo d'oriente
Vide la vita e l'amore che c'è
un due tre
Tre colpi a finire e la notte tornò
Da allora rimase a sognare
E i colori per sempre con sè si portò.
postato da: prismalo alle ore 12:22 | link | commenti
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