"La funzione principale di una città è trasformare il potere in strutture, l'energia in cultura, elementi morti in simboli d'arte viventi e la riproduzione biologica in creatività sociale." (Lewis Mumford)
I principi su cui si basa lo sviluppo sostenibile quali l’equità intergenerazionale, la giustizia sociale e la responsabilità globale, non solo si prestano a interpretazioni contrapposte, ma aprono anche una serie di questioni molto concrete riferite alle città. Concretamente si pone il problema se promuovere un’alta o una bassa densità urbana, in che termini vada intesa la “diversità” urbana, quali siano i principi su cui deve basarsi il disegno delle città. Sul problema della “densità urbana” le posizioni sono contrastanti. Da una parte vengono associati ad una concentrazione eccessiva di popolazione comportamenti asociali, crimini, delinquenza, altri sostengono che l’attitudine alla prossimità sia da associarsi a differenze culturali e che vengano spesso vissuti in modo positivo. I centri città compatti e densi sono vibranti di creatività, mentre i suburbi risultano noiosi e degradanti.
Un ruolo centrale per la riqualificazione delle città è assunto inoltre dal rinnovamento e dal riuso delle aree dismesse e della bonifica delle aree contaminate.
Un altro problema-chiave della pianificazione urbana riguarda il legame tra “forma urbana e uso dell’energia”. La cellula minima della città, che si ritiene debba costituire il cardine di qualsiasi pianificazione dei trasporti è l’unità di prossimità, ovvero la cellula minima della città nella quale si può circolare a piedi, aiutati dai mezzi collettivi, con marciapiedi mobili, ascensori orizzontali e verticali ecc.
Le “città senza auto” costano meno e possono fornire tutti i comfort a cui si è abituati. Il problema dell’auto solleva anche la questione dei vantaggi e degli svantaggi legati alle “dimensioni degli insediamenti”. I sostenitori della “città a scala umana” ritengono che le dimensioni delle città che crescono spesso senza un reale progetto intacchino l’essenza non solo del rapporto con la natura, ma anche gli stessi vantaggi legati alla vita urbana, quali le relazioni sociali e interpersonali.
La sperimentazione è volta a definire indicatori rappresentativi della qualità ambientale urbana e utilizzabili con sistemi informativi non eccessivamente sofisticati. Trattasi della base informativa, per individuare i “punti di rottura” e le capacità di carico del sistema urbano e territoriale.
Si sottolinea la funzione del limite e del confine come processo di autoregolazione e proporzionamento fra le parti della città e del territorio che superi le forme di vincolo e norma. Il “limite di carico antropico”, i “limiti al consumo energetico”, i “limiti alla produzione di rifiuti”, i “limiti alla emissione di sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria, nel suolo”, i “limiti all’artificializzazione del territorio”.
Si propone inoltre di definire intrecci di confini che comprendano i confini degli ecosistemi urbani. Una volta “ritrovati i confini”, si ricostruiscono le specifiche “identità urbane” arrivando a dare forma alla città.
Anche i piani energetici comunali sono di una certa importanza per la definizione di politiche eco-compatibili. In essi vengono stabilite le strategie energetiche comunali per promuovere il risparmio e l’efficienza energetica inserendo nei PRG aree per l’insediamento di tecnologie rinnovabili.
Le città romane erano circondate dalle mura, che avevano uno scopo difensivo.
Il terreno all'interno delle mura veniva diviso. C'erano due vie principali, perpendicolari tra loro, il cardo e il decumanus.
Anche le altre strade venivano costruite secondo un sistema a maglia ortogonale, cioè erano parallele alle principali e questo dava alla città l'aspetto di una scacchiera.
Nel punto d'incontro tra il cardo e il decumanus si trovava il Foro, la piazza più importante della città. Ogni città romana possedeva un Foro.
Il Foro inizialmente era usato come luogo di mercato, ma poi divenne il nucleo dell'attività cittadina. Affari, processi, elezioni, cerimonie civili e religiose si svolgevano al suo interno. Lungo i lati maggiori del Foro sorgevano le botteghe di legno (tabernae).
In occasione di feste religiose e cerimonie funebri il mercato diveniva una sorta di stadio; gli spettatori seguivano giochi e gare sportive dai tetti delle botteghe, adibiti a tribune.
Ogni magistrato aveva la sua tribuna nel Foro e nei giorni di mal tempo queste venivano trasferite nelle basiliche. Le basiliche romane non erano edifici religiosi, ma ospitavano generalmente tribunali o attività commerciali.
All'interno del Foro si trovavano anche i templi, che non avevano solo scopi religiosi, ma venivano utilizzati anche come luoghi di riunione.
Rivolge l’attenzione al rapporto tra gli artisti e la città la mostra “Mapping the City” allestita allo Stedelijk Museum di Amsterdam fino al 20 maggio. In che modo, dagli anni Sessanta a oggi, gli artisti hanno percepito e percepiscono lo spazio urbano? Dal situazionismo di Guy Debord alla fotografia “da strada” di William Klein, l’esposizione lo racconta attraverso le opere di oltre venti artisti.
Tra di loro, Francis Alÿs che, passeggiando per il centro storico di un’immensa megalopoli come Città del Messico, registra quello che si svolge per le sue vie attraverso fotografie, disegni, schizzi e mappe. Il video di Doug Aitken produce invece un forte effetto di straniamento: di fronte a otto immensi schermi la proiezione della città moderna fa sentire gli spettatori come alieni appena sbarcati sulla Terra. E.S.
Fino a 20.5.2007
Mapping the City
Stedelijk Museum CS
Oosterdokskade 5, Amsterdam
http://www.stedelijk.nl
Essa parla se mai di programmazione economica attuabile persino con la partecipazione dei lavoratori. La pianificazione territoriale e quella urbanistica, dunque, esprimono se mai riproduzioni fisiche di allocazioni di attrezzature ed infrastrutture in funzione dell’attuazione di politiche economiche programmate e concertate con le parti sociali.
Non c’è attività economica di produzione, di scambio, di consumo di beni materiali, energetici o informativi che non implichi l’occupazione di specifici ed adeguati spazi (e volumi). Di qui viene la tradizionale connotazione edificatoria dei piani territoriali ed urbanistici, e la parallela presunzione di competenza di architetti ed ingegneri.
Ed al Sud, dove l’economia del mattone è stata sempre considerata essenziale, anzi tutto per il sistema di rendite parassitarie che essa è capace di innescare, l’urbanistica è stata a maggior ragione considerata dispensatrice di ricchezze insperate : come rendita assoluta, nel momento di individuazione delle sole aree edificabili, fra tutte quelle del territorio comunale; e come rendita posizionale, nel momento della attribuzione di quantità più o meno grandi di edificabilità, a seconda delle zone territoriali omogenee e delle tipologie edilizie prescelte.
Ma
"Tutela" e "trasformazione" del territorio (per effetto di piani urbanistici o comunque di progetti) risulterebbero tuttavia termini palesemente contraddittori, laddove si immaginasse l’azione di tutela tesa letteralmente ad impedire qualunque modificazione del contesto territoriale, nel rispetto del principio costituzionale. In realtà il "paesaggio", inteso in prima istanza come insieme aggregato di elementi abiotici (suolo, acqua, aria), é già "naturalmente" predisposto a subire continue trasformazioni che prescindono dalla presenza dell’uomo o degli altri elementi della biosfera. Il paesaggio cambia per effetto di azioni meteoriche, o dell’alternarsi delle stagioni, e persino, durante il giorno, per il cambiare della luce, o di sconvolgimenti geotettonici, ecc. L’uomo poi é certo responsabile delle modificazioni più significative (talché si definiscono "artificiali" i suoi interventi di trasformazione del contesto naturale, a sottolinearne vieppiù il distacco dalla originaria naturalità).
Se al termine, ed all’azione di "tutela" (del paesaggio, dell’ambiente, o del territorio) non può dunque attribuirsi il mero significato letterale di immodificabilità assoluta di un contesto in perenne trasformazione naturale ulteriori modificazioni del quale peraltro, va preso atto, sono conseguenti all’occupazione di spazi e di volumi che l’espletamento di qualunque attività umana implica, allora il principio della tutela del paesaggio impone che la progettazione di qualunque intervento di trasformazione del territorio abbia tuttavia precise e costanti attenzioni "paesistiche". Va cioè concordato, qualunque siano il tipo e la scala dell’intervento progettato o da progettare, il punto d’incontro tra esigenze di conservazione di un contesto che é stato vitale fino a quel momento, e necessità di miglioramento delle condizioni insediative. Vanno concordate quali trasformazioni territoriali possano essere considerate "ammissibili" , rispetto a soglie da non superare, per mantenere il più a lungo possibile le condizioni di naturalità originaria, nella convinzione che il totale sganciamento dalla naturalità originaria, sia pure progressivamente perseguito a fini di sviluppo, finisca per escludere persino la presenza dell’uomo sul Pianeta. Ecco allora la necessità di definire "a monte" tali soglie, ma anche giudizi sulla praticabilità del modello di sviluppo perseguito e di quello da perseguire, nonché parametri "oggettivi" di compatibilità delle proposte di trasformazione, rispetto a tali modelli.
Ciascun sistema territoriale necessita dunque di un modello convenzionale di riferimento, capace di esprimere palesemente cosa la sua collettività insediata ritenga "intoccabile", allo scopo di mantenere contatti vitali con le connotazioni materiali ed immateriali della naturalità originaria: non solo fissando quantità specifiche di elementi da non modificare (ad esempio parametri chimici, fisici ed organolettici), ma anche stabilendo "qualità" e scale di valori (irrinunciabili rispetto a connotazioni immateriali della naturalità, quali l’identità e la riconoscibilità culturali di una popolazione, fissate fisicamente nella memoria storica di taluni oggetti, perciò considerati "monumenti").
Il "progetto territoriale" esprime tale modello convenzionale, e definisce gli usi (di suolo, acqua ed aria) ammissibili rispetto alle esigenze della più lunga conservazione delle connotazioni naturali, dettate dai componenti della biosfera, e costituisce perciò il "piano" d’intervento della collettività insediata in un contesto territoriale, teso a regolare e contemperare anzi tutto gli equilibri tra esigenze di tutela ed esigenze di trasformazione e di sviluppo. Fra i due estremi (massimo di conservazione della naturalità che precluda qualunque sviluppo, da una parte, e massimo di allontanamento da essa che precluda persino la vita, dall’altra), va trovato quel "giusto mezzo" storico, capace di indurre, nell’inevitabile entropia del sistema, una qualità della vita, accettabile rispetto alla sua più lunga durata.
La tesi che questo lavoro sviluppa é dunque che qualunque sia la tipologia del piano da formare, qualunque i gradi di globalità ad esso assegnati dalla legge, e qualunque la scala d’intervento, esso non possa prescindere mai da un’attenzione particolare agli impatti nel contesto territoriale, propri delle opere programmate, e da un’accettazione consapevole dei meno rapidi vantaggi che ne derivano.
Del resto l’urbanistica moderna storicamente nasce come tentativo di conciliare le esigenze del "decoro" (inteso come rispetto di regole per costruire contesti artificiali all’interno di uno naturale) con quelle della "salubrità" (intesa come rispetto di regole capaci di consentire la convivenza concentrata di sempre maggiori quantità di popolazione all’interno di contesti insediativi, e di ridurre tuttavia i rischi alla salute, alla sicurezza ed all’incolumità pubbliche, che dalla concentrazione derivano).