"La funzione principale di una città è trasformare il potere in strutture, l'energia in cultura, elementi morti in simboli d'arte viventi e la riproduzione biologica in creatività sociale." (Lewis Mumford)
Negli ultimi anni ci siamo trovati di fronte ad una situazione paradossale per il panorama dell’urbanistica: da una parte si è verificato un processo di allargamento disciplinare molto marcato dalla variabile ambientale, e dall’altra una progressiva marginalizzazione soprattutto se si considera l’operare urbanistico. Oggi “la pratica urbanistica appare dilacerata e divisa tra ingegneria delle reti territoriali ed architettura dei frantumi urbani”.
L’alternanza fra i due estremi dell’ingegneria delle reti territoriali e l’architettura dei frantumi urbani. Rischia di creare pericolose lacerazioni, a cui si è tentato di fornire alcune risposte già all’inizio degli anni ’90 suggerendo un generale ritorno alla passione per il luogo e ad una serie di percorsi virtuosi.
Sul finire degli anni ’90 si è imposto definitivamente sulla scena internazionale il dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo. La produzione di qualità territoriale diviene un indicatore importante della produzione di ricchezza durevole. Di fronte all’unanime riconoscimento dello strettissimo rapporto esistente tra pianificazione e gestione integrata delle risorse, sta però il fatto che molti dei piani e delle politiche urbane attuali di sviluppo sostenibile sono fondati soprattutto sul contenimento degli impatti ecologici, e sull’attenzione alla compatibilità ambientale delle grandi infrastrutture e dell’espansione urbana.
La quantificazione e l'analisi dell'espansività dei piani urbanistici, vale a dire l'incidenza delle aree pianificate libere su l'area pianificata complessiva evidenziano una certa correlazione tra consumi di suolo e strumentazione urbanistica.
In particolare i dati quantitativi mettono assai bene in evidenza una certa inefficacia della strumentazione urbanistica nel controllo diretto dell'offerta dei suoli e delle loro destinazioni. Il rapporto fra nuove superfici urbanizzate e superfici pianificate libere presenta valori percentuali molto bassi sia nelle diverse aree sub regionali, sia che si consideri ciascuna destinazione d'uso.
È significativo rilevare che, di norma, le aree di nuova urbanizzazione ad uso industriale e terziario sono quelle che, a livello complessivo delle aree sub regionali raggiungono i valori più alti in rapporto con le previsioni di piano.
Le analisi statistiche delle variabili riferite ai valori quantitativi delle previsioni di piano urbanistico sembrano confermare un diverso comportamento delle aree con comuni a sviluppo urbano maturo, con un orientamento ad una più rigida limitazione degli usi edificatori, da quello delle aree con comuni a prevalente tradizione rurale e di più recente espansione insediativa, ove il fenomeno consumo di suolo non pare trovare risposte significative per un suo controllo.
il suolo è una risorsa che si rinnova solamente nell’arco di migliaia di anni. È una risorsa da tenere quindi in giusta considerazione, una risorsa che però non viene menzionata spesso dai media, non è presa in sufficiente considerazione dalla comunità, forse perché più difficile da trattare di altre , perché molto più complessa.
Proprio a causa di questa sua non rinnovabilità la risorsa suolo deve essere ancor di più salvaguardata, cercando di fermare immediatamente lo spreco di ulteriore suolo.
Il principale strumento di frammentazione del territorio è la viabilità: la strada non è più solo il mezzo per collegare due posti, ma acquisisce la funzione di separatore di un’unità, ambientale, paesaggistica, culturale, sociale, in parti che successivamente potranno essere diversamente trattate. Le infrastrutture lineari di trasporto e gli insediamenti continui frazionano l’unità paesaggistica, inserendo una barriera fisica e biologica e costituendo una separazione dell’unità e della continuità ecologica.
Punto di partenza delle riflessioni che verranno di seguito svolte e delle proposte urbanistiche che verranno delineate, è il ruolo fondamentale e insostituibile della città come ambiente dell’uomo e come luogo deputato alla produzione di ricchezze, sia in forma di beni materiali, che immateriali. La città è, però, al tempo stesso il luogo dissipativo per antonomasia, il luogo dove si produce l’inquinamento, il luogo eccellente di ogni trasformazione energetica, il luogo dove, nel pianeta, si concentra la massima artificialità, il prodotto storico del secolare processo di trasformazione avviato dall’uomo nei riguardi dell’ambiente naturale per costruire il proprio ambiente.
Senza la città, come già nelle forme insediative del villaggio pre-industriale e, poi, del borgo medioevale, la questione ambientale non sarebbe mai esistita. Per secoli, prima della rivoluzione industriale e, dunque, della nascita della città moderna, l’uomo ha “adattato” l’ambiente alla propria esistenza e ai propri bisogni. L’incessante opera di trasformazione intrapresa dall’uomo sin dalla sua apparizione sul pianeta nei confronti dell’ambiente naturale, non ha alterato in modo sensibile la spettro delle condizioni biofisiche che gli hanno consentito la sua sopravvivenza, anzi, egli ha contribuito positivamente al processo di incessante interazione fra il lavoro del mondo abiotico e il lavoro del mondo biotico.
La forma insediativa primordiale del villaggio pre-industriale e, successsivamente, del borgo medioevale cinto da mura, non sviluppavano forme antagoniste, né rappresentavano minacce all’ambiente, anzi esse collaboravano ai cicli vitali dell’ossigeno, del carbonio, dell’azoto. La rivoluzione industriale, e con essa l’illimitata capacità di estrazione e trasformazione delle risorse messa in atto dalla città moderna, ha iniziato ha mettere a repentaglio lo spettro delle condizioni biofisiche entro le quali è possibile la vita umana sul pianeta. La civiltà post-industriale ha poi tagliato i legami di continuità fisica che legavano la città al proprio territorio, le cui risorse ne delimitavano l’ampiezza, lo sviluppo, le dimensioni fisiche.
Lo sviluppo della città è avvenuto spezzando i legami comunitari che esistevano nel villaggio pre-industriale e nel borgo medioevale, esaltando gli aspetti materiali della crescita e la richiesta (fabbisogno) di manufatti, infrastrutture, per l’abitazione e per la produzione.
La città moderna esalta il suo ruolo di predatore di risorse del territorio e, al tempo stesso, di luogo di concentrazione dell’inquinamento, della produzione sempre crescente di rifiuti, di separazione sociale, di segregazione, di intolleranza razziale, di scontro sociale e di conflitti; in sintesi, un luogo dove la vita è diventata sempre più insostenibile.
Fredda Milano
che poco cuore mostra
per sua frenesia
ma con voce suadente
incanta chi v´approda.