Chi sono

Utente: prismalo

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

sono sfumate *loading* ombre

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Partecipano

Foto recenti

martedì, 27 febbraio 2007

Il progetto urbano-ambientale

Delineati quindi i requisiti sociali di cooperazione e solidarietà (contro la competizione economicistica) necessari a supportare un efficace progetto di rinascita delle città mondiali, contro il loro progressivo degrado sociale, culturale, estetico. La strategia delineata può essere perseguita solo a partire da una azione congiunta di tutti i sottosistemi in cui è organizzata la società verso il comune obiettivo di una società urbana rispettosa dell’ambiente.
È dunque identificabile una responsabilità specifica dell’urbanistica nel dettare le regole del nuovo progetto della città. Regole che non possono essere direttamente o indirettamente, espressione del modello economico dominante (come lo zoning funzionale), ma espressione di una domanda ambientale e sociale contro i processi omologanti di internazionalizzazione e globalizzazione. Regole che esprimono nuovi concetti transdisciplinari e nuovi standard relazionali in opposizione a quelli di derivazione funzionalista, che interpretino le funzioni ecologiche e biologiche del mondo vivente.
Anche se nella storia recente non sono mancati i “grandi progetti”, sembra infatti essere mancato quel processo interpretativo tra strumenti che avrebbe permesso di passare da un sistema semplice di pianificazione ad un sistema più articolato ed efficace
postato da: prismalo alle ore 18:50 | link | commenti (3)
categorie: urbanistica

Gestione integrata delle risorse

Negli ultimi anni ci siamo trovati di fronte ad una situazione paradossale per il panorama dell’urbanistica: da una parte si è verificato un processo di allargamento disciplinare molto marcato dalla variabile ambientale, e dall’altra una progressiva marginalizzazione soprattutto se si considera l’operare urbanistico. Oggi “la pratica urbanistica appare dilacerata e divisa tra ingegneria delle reti territoriali ed architettura dei frantumi urbani”.

L’alternanza fra i due estremi dell’ingegneria delle reti territoriali e l’architettura dei frantumi urbani. Rischia di creare pericolose lacerazioni, a cui si è tentato di fornire alcune risposte già all’inizio degli anni ’90 suggerendo un generale ritorno alla passione per il luogo e ad una serie di percorsi virtuosi.

Sul finire degli anni ’90 si è imposto definitivamente sulla scena internazionale il dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo. La produzione di qualità territoriale diviene un indicatore importante della produzione di ricchezza durevole. Di fronte all’unanime riconoscimento dello strettissimo rapporto esistente tra pianificazione e gestione integrata delle risorse, sta però il fatto che molti dei piani e delle politiche urbane attuali di sviluppo sostenibile sono fondati soprattutto sul contenimento degli impatti ecologici, e sull’attenzione alla compatibilità ambientale delle grandi infrastrutture e dell’espansione urbana.

La quantificazione e l'analisi dell'espansività dei piani urbanistici, vale a dire l'incidenza delle aree pianificate libere su l'area pianificata complessiva evidenziano una certa correlazione tra consumi di suolo e strumentazione urbanistica.

In particolare i dati quantitativi mettono assai bene in evidenza una certa inefficacia della strumentazione urbanistica nel controllo diretto dell'offerta dei suoli e delle loro de­stinazioni. Il rapporto fra nuove superfici urbanizzate e superfici piani­ficate libere presenta valori percentuali molto bassi sia nelle diverse aree sub regionali, sia che si consideri ciascuna destinazione d'uso.

È significativo rilevare che, di norma, le aree di nuova urbanizzazione ad uso industriale e terziario sono quelle che, a livello complessivo delle aree sub regionali raggiungono i valori più alti in rapporto con le previ­sioni di piano.

Le analisi statistiche delle variabili riferite ai valori quantitativi delle previsioni di piano urbanistico sembrano confermare un diverso com­portamento delle aree con comuni a sviluppo urbano maturo, con un orientamento ad una più rigida limitazione degli usi edificatori, da quel­lo delle aree con comuni a prevalente tradizione rurale e di più recente espansione insediativa, ove il fenomeno consumo di suolo non pare trovare risposte significative per un suo controllo.

il suolo è una risorsa che si rinnova solamente nell’arco di migliaia di anni. È una risorsa da tenere quindi in giusta considerazione, una risorsa che però non viene menzionata spesso dai media, non è presa in sufficiente considerazione dalla comunità, forse perché più difficile da trattare di altre , perché molto più complessa.

Proprio a causa di questa sua non rinnovabilità la risorsa suolo deve essere ancor di più salvaguardata, cercando di fermare immediatamente lo spreco di ulteriore suolo.

Il principale strumento di frammentazione del territorio è la viabilità: la strada non è più solo il mezzo per collegare due posti, ma acquisisce la funzione di separatore di un’unità, ambientale, paesaggistica, culturale, sociale, in parti che successivamente potranno essere diversamente trattate. Le infrastrutture lineari di trasporto e gli insediamenti continui frazionano l’unità paesaggistica, inserendo una barriera fisica e biologica e costituendo una separazione dell’unità e della continuità ecologica.

postato da: prismalo alle ore 15:04 | link | commenti
categorie: urbanistica

Metro

postato da: prismalo alle ore 15:01 | link | commenti
categorie: frammenti

Il processo di crescita urbana

Il processo di crescita urbana presenta forme e aspetti omologanti per tutte le città indipendentemente dalla loro posizione geografica, dalla situazione politica, dalla storia evolutiva; tale processo, infatti, è conseguente del sistema di regole del modello economico dominante che si esprime attraverso una “mondializzazione” morfologica e i cui connotati urbani sono ravvisabili nell’avanzamento della società multietnica, nel problema dell’insicurezza, nella desemantizzazione territoriale, nella “perdita di senso” dei centri storici, nella contrapposizione centro-periferia, nella distruzione dei valori ambientali e nel consumo di suolo.
Questa forma di degrado sociale (urbana) si sviluppa congiuntamente ad un degrado morfologico e funzionale. Queste forme crescenti del degrado urbano sono l’espressione dell’ondata di liberismo economico dilagante.
Al tempo stesso si è scatenata una feroce competizione tra le città mondiali, basata su effimeri primati: le città capitali dell’economia (New York, Tokyo, Milano), della moda (Parigi, Milano), delle banche e del traffico monetario internazionale (Zurigo). Queste città formano un sistema reticolare aspaziale caratterizzato da un intenso quanto veloce scambio continuo di flussi di informazione che consentono loro di detenere i primati mondiali.
Con riferimento al lavoro di Fausto Anderlini, “Globalizzazione e milieu urbano”, si fa ora un accenno di come la globalizzazione opera in Italia.
È da tutti riconosciuto che processi come la globalizzazione economica, l’unificazione dei mercati e la costituzione europea, tendono a depotenziare il ruolo degli stati nazionali, nel mentre aprono nuovi spazi ai sistemi locali e, in specie, alle città. La rappresentazione che meglio descrive, oggi, la costituzione dell’Europa è quella di una grande e complessa rete di città. Né potrebbe essere diversamente, dal momento che la città è l’atomo costitutivo della civiltà europea.
Nonostante l’universalizzazione delle transazioni e l’evaporazione delle barriere fisiche prodotte dalla globalizzazione, la rete urbana resta organizzata in modo gerarchico. L’iperpluralismo del mondo attuale è racchiuso in un’unica grande piramide. Per ciò che concerne le città, al vertice di questa piramide sta, come noto, un ristretto gruppo di detentori variamente denominato - world city, «città-primato», «città globali» - il cui rango è conferito dalla detenzione delle risorse strategiche nel governo dell’economia-mondo contemporanea.
Nella gerarchia, tuttavia, soprattutto nelle parti intermedie, non tutto è predeterminato. Il macro-ordine localizzativo agito dal mercato globale può essere influenzato dalle decisioni locali, mentre nel passato erano più determinanti le scelte operate dal livello statale.
Tutte le città sono trascinate in un vortice competitivo che le spinge a cercare di ottimizzare il loro posizionamento nella rete delle transizioni economiche, attirando nuovi investitori, promuovendo l’innovazione, potenziando l’accessibilità. A tal fine, moltissime città europee si sono attrezzate alle nuove sfide competitive producendo nuovi modelli di pianificazione a valenza strategica. Proprio l’obbligo a competere imposto dalla globalizzazione sospinge le città a definire con forza e nitore la propria identità. Nel posizionamento gerarchico è divenuto cruciale il milieu urbano, cioè la dotazione con cui ogni soggetto entra nel network globale. È dal proprio milieu - ovvero dall’insieme dei caratteri socio-economici, ma anche politico-culturali sedimentatisi nel tempo - che le città traggono le risorse per rispondere alla domanda di posizionamento («chi sei?, dove stai?, dove vuoi stare?») avanzata dalla globalizzazione. Ed è qui, nell’answer a questo interrogativo, che il repertorio di possibilità consegnato dalla lunga durata e trattenuto nella «memoria urbana», entra a contatto con l’elemento soggettivo, con la «volontà di potenza» delle comunità urbane e delle loro classi dirigenti.
È interessante in proposito interrogarsi sul posizionamento delle città metropolitane italiane, nelle quali un posto di rilievo è occupato dall’area bolognese.
La graduazione gerarchica lungo l’asse centro-periferia si accompagna ad attribuzioni qualitative singolari. Il milieu definisce un insieme di risorse e possibilità, ma anche i limiti consegnati nell’eredità storico-genetica: è il Dna della città. Dalla nicchia è impossibile salire verso la globalità, perché una sortita da essa potrebbe essere un azzardo rovinoso.
postato da: prismalo alle ore 14:56 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 25 febbraio 2007

La politica delle mucche

FEUDALESIMO: Hai 2 mucche. Il tuo signore si prende parte del latte.
 
SOCIALISMO PURO: Hai 2 mucche. Il governo le prende e le mette in una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri.
Tu devi prenderti cura di tutte le mucche. Il governo ti dà esattamente il latte di cui hai bisogno.
 
SOCIALISMO BUROCRATICO: Hai 2 mucche. Il governo le prende e le mette in una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. A prendersi cura di loro è un gruppo di ex allevatori di polli. Tu devi prenderti cura delle galline prese agli ex allevatori di polli. Il governo ti dà esattamente il latte e le uova di cui i regolamenti stabiliscono che hai bisogno.
 
FASCISMO: Hai 2 mucche. Il governo le prende entrambe, ti assume perché te ne prenda cura e ti vende il latte.
 
COMUNISMO PURO: Hai 2 mucche. I tuoi vicini ti aiutano a prendertene cura e tutti insieme vi dividete il latte.
 
COMUNISMO RUSSO: Hai 2 mucche. Tu devi prendertene cura, ma il governo si prende tutto il latte.
 
DITTATURA: Hai 2 mucche. Il governo le prende entrambe e ti spara.
 
DEMOCRAZIA DI SINGAPORE: Hai 2 mucche. Il governo ti multa per il possesso non autorizzato di due animali da stalla in un appartamento.
 
REGIME MILITARE: Hai 2 mucche. Il governo le prende entrambe e ti arruola nell'esercito.
 
DEMOCRAZIA PURA: Hai 2 mucche. I tuoi vicini decidono chi si prende il latte.
 
DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA: Hai 2 mucche. I tuoi vicini nominano qualcuno perché decida chi si prende il latte.
 
DEMOCRAZIA AMERICANA: Il governo promette di darti 2 mucche se lo voti. Dopo le elezioni, il presidente è messo sotto impeachment per aver speculato sui "futures" bovini.
La stampa ribattezza lo scandalo "Cowgate".
 
DEMOCRAZIA INGLESE: Hai 2 mucche. Le nutri con cervello di pecora e loro impazziscono. Il governo non fa nulla.
 
BUROCRAZIA: Hai 2 mucche. All'inizio il governo stabilisce come le devi nutrire e quando le puoi mungere.
Poi ti paga per non mungerle. In seguito le prende entrambe, ne uccide una, munge l'altra e ne butta via il latte. Alla fine ti costringe a riempire alcuni moduli per denunciare le mucche mancanti.
 
ANARCHIA: Hai 2 mucche. O le vendi a un prezzo equo, oppure i tuoi vicini provano a ucciderti per prendersi le mucche.
 
CAPITALISMO: Hai 2 mucche. Ne vendi una e ti compri un toro.
 
CAPITALISMO DI HONG KONG: Hai 2 mucche. Ne vendi tre alla tua società per azioni, usando le lettere di credito aperte da tuo cognato presso la banca. Poi avvii uno scambio debito azioni con un'offerta pubblica, e riesci a riprenderti tutte e quattro le mucche con uno sgravio fiscale per il mantenimento di cinque mucche. I diritti sul latte di sei mucche sono trasferiti tramite un intermediario panamense a una compagnia delle Isole Cayman di proprietà dell'azionista di maggioranza, che rivende alla tua Spa i diritti sul latte di tutte e sette le mucche. Il bilancio annuale afferma che la società è proprietaria di otto mucche, con un'opzione sull'acquisto di un'altra.
Nel frattempo tu uccidi le due mucche perché il latte è cattivo.
 
AMBIENTALISMO: Hai 2 mucche. Il governo ti vieta sia di mungerle che di ucciderle.
 
FEMMINISMO: Hai 2 mucche. Loro si sposano e adottano un vitellino.
 
TOTALITARISMO: Hai 2 mucche. Il governo le prende e nega che siano mai esistite. Il latte è messo fuori legge.
 
POLITICAL CORRECTNESS: Sei in rapporto (il concetto di "proprietà" è simbolo di un passato fallocentrico, guerrafondaio e intollerante) con due bovini di diversa età (ma altrettanto preziosi per la società) e di genere non specificato.
 
CONTROCULTURA: Ehi, capo... un tipo dice che ci stanno due mucche. Oh! Devi proprio farti un tiro di 'sto latte.
 
SURREALISMO: Hai due giraffe. Il governo ti costringe a prendere lezioni di fisarmonica.
 
SOTTO WINDOWS 95/98: Hai bisogno di un po' di latte: provi a mungere una vacca, ottieni il messaggio "Errore generale di protezione al corno FFFFF, se il problema persiste contattare il fornitore del bovino", e ti si piantano tutte e due le vacche. Su Internet trovi che è possibile aggiornare i drivers, scaricando il file "Cow_OK.dll", di 18 mega. Dopo un paio d'ore di modem, lo inSTALLI, fai ripartire le vacch... pardon, il sistema, il quale non riconosce più le mammelle. Allora devi reinSTALLARE tutto daccapo: formatti (a bastonate) le vacche, installi WIN95, a quel punto provi a mungere, e ottieni latte rancido. Abbatti le due vacche e vai in vacanza all'Hotel Flamingo.
postato da: prismalo alle ore 14:28 | link | commenti (5)
categorie: frammenti
venerdì, 23 febbraio 2007

L’insostenibilità della città moderna

Punto di partenza delle riflessioni che verranno di seguito svolte e delle proposte urbanistiche che verranno delineate, è il ruolo fondamentale e insostituibile della città come ambiente dell’uomo e come luogo deputato alla produzione di ricchezze, sia in forma di beni materiali, che immateriali. La città è, però, al tempo stesso il luogo dissipativo per antonomasia, il luogo dove si produce l’inquinamento, il luogo eccellente di ogni trasformazione energetica, il luogo dove, nel pianeta, si concentra la massima artificialità, il prodotto storico del secolare processo di trasformazione avviato dall’uomo nei riguardi dell’ambiente naturale per costruire il proprio ambiente.

Senza la città, come già nelle forme insediative del villaggio pre-industriale e, poi, del borgo medioevale, la questione ambientale non sarebbe mai esistita. Per secoli, prima della rivoluzione industriale e, dunque, della nascita della città moderna, l’uomo ha “adattato” l’ambiente alla propria esistenza e ai propri bisogni. L’incessante opera di trasformazione intrapresa dall’uomo sin dalla sua apparizione sul pianeta nei confronti dell’ambiente naturale, non ha alterato in modo sensibile la spettro delle condizioni biofisiche che gli hanno consentito la sua sopravvivenza, anzi, egli ha contribuito positivamente al processo di incessante interazione fra il lavoro del mondo abiotico e il lavoro del mondo biotico.

La forma insediativa primordiale del villaggio pre-industriale e, successsivamente, del borgo medioevale cinto da mura, non sviluppavano forme antagoniste, né rappresentavano minacce all’ambiente, anzi esse collaboravano ai cicli vitali dell’ossigeno, del carbonio, dell’azoto. La rivoluzione industriale, e con essa l’illimitata capacità di estrazione e trasformazione delle risorse messa in atto dalla città moderna, ha iniziato ha mettere a repentaglio lo spettro delle condizioni biofisiche entro le quali è possibile la vita umana sul pianeta. La civiltà post-industriale ha poi tagliato i legami di continuità fisica che legavano la città al proprio territorio, le cui risorse ne delimitavano l’ampiezza, lo sviluppo, le dimensioni fisiche.

Lo sviluppo della città è avvenuto spezzando i legami comunitari che esistevano nel villaggio pre-industriale e nel borgo medioevale, esaltando gli aspetti materiali della crescita e la richiesta (fabbisogno) di manufatti, infrastrutture, per l’abitazione e per la produzione.

La città moderna esalta il suo ruolo di predatore di risorse del territorio e, al tempo stesso, di luogo di concentrazione dell’inquinamento, della produzione sempre crescente di rifiuti, di separazione sociale, di segregazione, di intolleranza razziale, di scontro sociale e di conflitti; in sintesi, un luogo dove la vita è diventata sempre più insostenibile.

postato da: prismalo alle ore 10:42 | link | commenti (3)
categorie: urbanistica
mercoledì, 21 febbraio 2007

Silenzio

Nell'aria della sera umida e molle
Era acuto l’odor dei campi arati
E noi salimmo insieme su quel colle
Mentre il grillo stridea laggiù nei prati.
L'occhio tuo di colomba era levato.
Quasi muta preghiera al ciel stellato;
Ed io che intesi quel che non dicevi
M'innamorai di te perché tacevi.
postato da: prismalo alle ore 21:16 | link | commenti
categorie: pensieri

Silenzio

postato da: prismalo alle ore 21:15 | link | commenti (1)
categorie:

La concezione europea degli spazi I

I segni rivelatori nel campo geografico più vasto dell’U.E. partono sempre dalle condizioni urbane prese in esame con dati demografici ed economici. Il confronto sistematico di tali rapporti con il carattere dei luoghi conduce alla ricerca dei modi di vita di una città. Tuttavia da queste indagini spesso solo quantitative non si riesce a comprendere il livello culturale di molti Centri, anche importanti per tanti interessi ed iniziative. Molti anzi risultano per la vita degli abitanti solo insiemi urbani disaggregati e privi di istanze culturali; altri invece più estesi sono in realtà formazioni disperse di case distinte per appartamenti, senza vita di quartiere, ed altri ancora Centri storici molto raccolti, ma sempre più in degrado per stati di congestione da traffico e di consumo ambientale di spazi. Queste tre posizioni sono quelle più in evidenza, che rispecchiano il disequilibrio sociale ed economico di tante città dell’U.E. con perdite di risorse territoriali dirette, insicurezza per la vita urbana, ed abbandono di forme vitali d’habitat.
D’altra parte si è manifestata negli ultimi 50 anni la rapidissima crescita delle grandi comunicazioni, un’imprevista pressione migratoria interna fra molti Stati, uno sviluppo sempre crescente del turismo, una continua ristrutturazione o nuovi impianti di industrie oltre alla valorizzazione in parti di risorse naturali con riserve forestali e parchi regionali. Inoltre tre eventi di particolare importanza mi sembra abbiano sconvolto in modo gravissimo gli assetti tradizionali delle città con operazioni regressive per finalità involutive: la presenza di centri d’ipermercato a danno delle residenze, l’invadenza diffusa ed incombente di agenzie per servizi bancari e la definitiva chiusura o diversa destinazione di molte chiese e palazzi con la perdita dei segni più vitali di frequenza culturale in ambienti ricchi di opere d’arte.
postato da: prismalo alle ore 21:13 | link | commenti
categorie: urbanistica

La concezione europea degli spazi II

D’altra parte si è manifestata negli ultimi 50 anni la rapidissima crescita delle grandi comunicazioni, un’imprevista pressione migratoria interna fra molti Stati, uno sviluppo sempre crescente del turismo, una continua ristrutturazione o nuovi impianti di industrie oltre alla valorizzazione in parti di risorse naturali con riserve forestali e parchi regionali. Inoltre tre eventi di particolare importanza mi sembra abbiano sconvolto in modo gravissimo gli assetti tradizionali delle città con operazioni regressive per finalità involutive: la presenza di centri d’ipermercato a danno delle residenze, l’invadenza diffusa ed incombente di agenzie per servizi bancari e la definitiva chiusura o diversa destinazione di molte chiese e palazzi con la perdita dei segni più vitali di frequenza culturale in ambienti ricchi di opere d’arte.
Una nuova condizione dovrà quindi prevedere di segnalare con un progetto per ogni Centro di Città o Paese l’area di proiezione di “spazi di relazione” motivati da frequenze di interessi, conoscenze ed espressioni in campo europeo. Una puntuale analisi potrà riportare in scala la misura di queste proiezioni urbane, che verranno a costituire la ragione d’essere in più per una vita in sviluppo secondo un piano culturale integrato con le determinanti di luogo delle regioni ambientali.
Nel 1933 con i messaggi per il futuro trasmessi con “La ville radieuse” e “Propos d’urbanisme” Le Corbusier aveva concepito in modo razionale le funzioni essenziali della città: “abitare, lavorare, coltivare il corpo e lo spirito, circolare”, prevedendo anche “prolungamenti” liberi per integrare le residenze e creare alternative indispensabili allo spazio occupato dai servizi. Allora non si pensava che fosse necessaria la cultura, che veniva trasmessa dai Centri storici. Nelle previsioni di sviluppo si credeva invece importante rinnovare tutto con città tentacolari che avrebbero investito in grande misura lo spazio circostante con insiemi a prevalente destinazione funzionale:
-          Città sparse di carattere agricolo;
-          Città lineari industriali;
-          Città a tessuto radiocentrico per favorire gli scambi;
postato da: prismalo alle ore 21:13 | link | commenti
categorie: urbanistica

La concezione europea degli spazi III

Sintomatico il parere di L. Mumford per il libro “Urbanisme” di Le Corbusier, che elabora la proposta per il futuro di grandi grattacieli, larghi spazi e strade a più livelli, di particolare effetto per la razionalità dei modelli. Così scrive: “Tuttavia, nonostante una concezione arida della città – o forse proprio per questo – è il trattato più seguito dalla sua generazione”.
Intanto già nel 1961 proprio L. Mumford con il libro “La Città nella storia” riaffermava invece, di fronte ai nuovi interessi per le industrie ed i mercati, l’esigenza di una visione più aperta delle città, ma ancor più imperniata sulla cultura dell’Uomo. Sono le sue parole: “Dobbiamo dunque vedere nelle città non tanto la sede degli affari e del governo, ma soprattutto un organo essenziale per esprimere ed attuare la nuova personalità umana, quella dell’Uomo nel mondo”. Ed anche per i principi dell’etica, come finalità suprema della vita, possono valere i segni sacrali da conservare di un superiore destino così ripresi dal suo libro: “Quando furono fondate le prime città, a quanto racconta un antico scriba egizio, compito del fondatore era di collocare gli Dei nei loro santuari”.
Oggi appunto si tratta di riscattare con la fondazione dell’Europa il destino -antequem postquem- di tante generazioni e cioè la nostra identità, e questo in un campo senza frontiere più vasto di risorse storiche e culturali, tecniche e scientifiche, consapevoli di poter essere eredi di un patrimonio di grandi valori umani, ed insieme interpreti di uno sviluppo più civile della società. Il nuovo progetto per l’Europa comprenderà allora reti di Città e Paesi per la formazione di spazi aperti alla cultura e Regioni ambientali per conservare l’identità dei luoghi e le risorse naturali.
Di fronte alla globalizzazione, che pervade senza limiti ogni interesse della vita e genera condizioni ossessive in tutti i campi per uniformare i processi umani, l’Unione europea potrà così, con relazioni aperte tra Città e Regioni, rigenerare il nostro destino in modo più personalizzato ed equilibrato per una nuova società in questo secondo millennio.
postato da: prismalo alle ore 21:12 | link | commenti
categorie: urbanistica

Bruxelles

postato da: prismalo alle ore 14:51 | link | commenti
categorie: urbanistica

La composizione delle forme urbane - parte I -

La composizione delle forme urbane è stata oggetto di molti studi da parte di storici e geografi, urbanisti e architetti. Queste ricerche orientate in campi disciplinari diversi hanno consentito di scoprire le trasformazioni nei secoli di numerose forme insediative e strutturali di tanti tessuti edilizi. L’intento, che ora diventa attuale, di un altro tipo di lettura parte dai luoghi per ambiti regionali ed è diretto a scoprire la genesi culturale ed economica di spazi da abitare, che possano corrispondere a linee di sviluppo coerenti con le dichiarazioni dell’U.E.
D’altra parte proprio l’esperienza storica ha fatto prevalere diversi modelli compositivi in ragione di luoghi e tempi che hanno dato forma alle città. Occorre solo farne un breve appunto per tre periodi significativi. In epoca romana l’habitat rimase raccolto secondo un ordine reticolare di spazi intorno ad un Centro direttivo compreso nel luogo stesso d’origine. Nel Medioevo invece il modello fu quello di un assetto formale circostante dominato dal castello e incluso entro una cinta murata o in seguito da quello di uno spazio ordinato secondo uno statuto e condiviso fra mercato, chiesa e municipio. Nei tempi della Rinascenza e della modernità si rielabora la composizione delle città con nuove armonie di spazi costruiti, prospettive di strade e scene di piazze, che esaltano la presenza dell’uomo nell’insieme urbano.
Nell’evolversi del sistema di vita le città hanno avuto alterne motivazioni di espansione per esigenze topologiche e funzionali, spesso in contrasto con le aspettative culturali della gente. Queste posizioni sovente in conflitto interno hanno condizionato l’ambiente rendendolo invivibile, perché estraneo ai veri interessi dei cittadini. Nel ritenere quindi per tali ragioni superati molti Piani regolatori, che si sono attenuti soltanto a programmi per fini contingenti rivolti ai problemi d’uso dello spazio, conviene invece ripensare ai valori permanenti della vita, che solo la cultura può esprimere e trasmettere per una società migliore. Questo vuoto corrisponde anche ad una ricerca disattesa, che dovrebbe riconoscere nei Monumenti la risorsa di una formazione creativa, di una eredità culturale e quindi la fonte di un processo intelligente, come guida al nostro operare. Oggi invece i Monumenti nel loro contesto urbano sono soffocati da abbellimenti eterogenei, complessi edilizi fuori scala, velleità professionali di architetti ispirati, e vacuità di culture effimere.
postato da: prismalo alle ore 14:33 | link | commenti
categorie: urbanistica

La composizione delle forme urbane - parte II -

In realtà sul versante, ancora in parte inesplorato, di tanti rapporti dell’abitare come essere, prende forma nel tempo la cultura. Il sociologo E.M. Rogers afferma che questa si rivela in quanto “è costituita da modelli di comportamento appresi e dai prodotti di comportamento condivisi e trasmessi tra loro”.
Su tale linea di pensiero si trovano le dichiarazioni dell’U.E. ed in particolare il titolo della IV Azione, che riporta: “Secondo tali premesse il modello da proporre dovrebbe essere fondato sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, lo sviluppo sostenibile e le tecnologie per la promozione della qualità della vita”. Questo processo innovativo rispetto a quanto oggi prevale ha come fine da conseguire la cultura del “saper vivere”, fondata su risorse umane e trasmessa tramite conoscenze, espressioni e comportamenti.
Si viene allora a delineare una diversa finalità che si richiama alla vita di città e scopre condizioni virtuali capaci di superare i molteplici conflitti della società causati da altri interessi locali. Questa forma del divenire può costituire un’identità organica, che pervade gli spazi urbani e li determina in modo più consapevole entro altri confini, quelli ora europei, con valori culturali aggiunti di relazioni interpersonali e maggiori frequenze umane a tutte le distanze.
Allora le componenti spaziali e temporali degli spazi liberi diventano più importanti di quelli costruiti per concepire alterne destinazioni di sviluppo integrato delle città. Si tratta di porre in atto un “progetto europeo” per conservare ed innovare l’ambiente tradizionale contro il degrado di strutture e la perdita di valori, e di prevenire condizioni di consumo spaziale con formazioni, che siano dirette espressioni di un habitat motivato dalla cultura delle persone e garante dei diritti umani.
Il nuovo orizzonte sarà pertanto quello dell’Europa per il grandissimo retaggio culturale della sua storia e per la straordinaria posizione strategica, che occupa fra gli altri continenti. Risulterà in questo modo possibile un altro operare pensando di estendere il nostro sviluppo per “Regioni ambientali” e “Spazi urbani”, mantenendo l’identità e la diversità dei luoghi, ma stabilendo anche un nuovo fondamento di vita più equilibrata per la società degli Stati membri dell’Unione.
postato da: prismalo alle ore 14:32 | link | commenti
categorie: urbanistica

Le condizioni dello spazio

In base alle ricerche di sviluppo in fasi storiche dell’umanità, si ritiene che le epoche antiche non permettano di configurare l’Europa, se non dopo le invasioni barbariche con lo smembramento e la ricomposizione delle regioni prima appartenenti all’Impero romano. Il Medioevo, preceduto dalla diffusione del Cristianesimo, diventa quindi il primo periodo di formazione della civiltà europea, che si attua in molti modi, tutti però orientati dai principi di difesa o conquista di territori e dal recupero di risorse umane in Centri monastici o in Centri urbani, conseguenti le forme di potere sul latifondo e in seguito motivati dalle attese di libertà espresse dalla vita in comune.
Queste condizioni sono fondamentali nel processo d’impianto e crescita delle Sedi urbane in luoghi adatti alle relazioni umane e sociali, per il lavoro agricolo ed artigiano e per le comunicazioni di raccordo con le grandi vie romane. Ma è importante prendere atto, che il processo europeo si forma sulle diversità di gruppi etnici e sociali, che vengono a prendere dimora in questi territori, prima con le migrazioni mediterranee e nordiche, e poi con le invasioni barbariche, costituendo piccole città abitate da gruppi eterogenei per le presenze indigene integrate da immigrati, che hanno differenze linguistiche, tradizionali e culturali.
Il carattere dello spazio europeo tende così ad identificarsi nel lungo tempo tramite grandi eventi e prende sviluppo con la costituzione di Stati e Città sempre più aperte ad imprese di alto livello umano e sociale, culturale e scientifico.
postato da: prismalo alle ore 14:06 | link | commenti
categorie: urbanistica

Planning

postato da: prismalo alle ore 12:36 | link | commenti (1)
categorie: urbanistica

City Planning

Il tratto emergente dell’urbanistica con le comunità consiste nell’aver raccolto e organizzato le reazioni dei cittadini nei confronti di trasformazioni urbane considerate inique o sbagliate, nell’aver dato voce ai bisogni di una parte della popolazione, generalmente la più povera e meno rappresentata.

L’osservazione delle interazioni tra istituzioni e comunità può essere molto utile per comprendere i fenomeni sui quali si interviene con le politiche e con i piani. Può anche essere utile agli estensori delle politiche pubbliche e dei piani urbanistici per valutare gli effetti sociali delle loro scelte, così come gli effetti economici indotti, non limitati all’intervento previsto. Può essere utile ai decisori – strumentalmente – per manipolare il consenso senza condividere realmente le decisioni e il potere, contrabbandando la partecipazione formale per una pratica di democrazia. Guardando gli effetti diretti delle esperienze di community planning è sufficiente analizzare l’ormai ricca letteratura prodotta dagli attori sociali (planners, comitati, associazioni, ecc.) o dagli studiosi per registrare i benefici – o almeno le aspettative – che questo tipo di pianificazione genera nel tessuto sociale della città. Con le avvertenze di considerarne anche i limiti: la debolezza intrinseca di questi processi, il rischio di cadere nell’ideologia e nel radicalismo, nell’illusione e nella disillusione, nella dispersione inutile di tempo, denaro e risorse umane.
postato da: prismalo alle ore 12:30 | link | commenti
categorie: urbanistica

Problemi e soluzioni

A New York la lunga esperienza sviluppata dalle comunità con il sostegno di tecnici e università ha portato ad una naturale maturazione degli strumenti. I limiti alla loro efficacia e perciò alla loro diffusione sono da ricercare soprattutto nel debole sostegno da parte delle amministrazioni locali, nell’eccesso di burocrazia, nella difficoltà di legare i piani alla programmazione economica e al bilancio comunale. Ciò nonostante i piani comunitari hanno fornito l’opportunità di estendere la partecipazione civica nel governo locale e avvicinato i cittadini ai problemi del loro territorio.
 
Che senso ha, dunque, parlare di urbanistica con la comunità oggi a New York? Ha senso anzitutto come testimonianza di una precisa idea di governo e di democrazia: pluralista, trasparente, inclusiva di tutti i gruppi sociali. Un approccio nel quale al centro è la comunità, l’immagine di un più complesso orizzonte a cui guardare: la difesa della coesione sociale, la valorizzazione delle differenze, l’attivazione di politiche a sostegno dei gruppi sociali e delle aree più deboli, il riconoscimento del valore degli spazi pubblici come elementi essenziali per la vita della città. In sintesi, un approccio all’urbanistica che cerca il dialogo con la società urbana per difenderne i suoi stessi caratteri costitutivi e la sua straordinaria complessità.

La trasformazione economica e sociale di New York, come delle principali aree urbane dei paesi economicamente avanzati, segnala una tendenza opposta anche nelle pratiche prevalenti in campo urbanistico, come è illustrato nel secondo capitolo. La tendenza alla disgregazione del tessuto sociale nella forma in cui lo conosciamo e l’aumento delle differenze economiche pongono seri interrogativi ai quali non può certamente rispondere l’urbanistica né tantomeno una sua parte come il community planning, che conta su risorse modeste e si misura con una società sempre meno propensa a farsi carico delle questioni di interesse comune. Tuttavia le istituzioni non possono assistere passivamente: le scienze sociali individuano uno stretto percorso sul quale possono incontrarsi lo Stato, la società civile e le associazioni, anche nell’interesse del mercato.

La zona viva, all’interno della quale ricercare soluzioni che compensino sia la debolezza del welfare statale e dell’urbanistica pubblica che gli eccessi del mercato è forse la zona nella quale si identificano la comunità, il quartiere, il locale. Il luogo dal quale partire per cercare di ricucire nuove reti sociali e riprodurre il capitale sociale.
postato da: prismalo alle ore 12:17 | link | commenti
categorie: urbanistica

La società civile

Analizzando più in profondità la società civile emergono due soggetti di riferimento: la comunità e le associazioni. La comunità, oggetto dai contorni mutevoli e dai legami instabili, si pone come riferimento perché incarna l’idea di “bene comune”, di “locale”, di qualcosa che è più vicino ai cittadini di un generico interesse pubblico dato in delega ad altri. La comunità tutela gli esclusi e chi non è rappresentato, è il riferimento di un pluralismo più esteso e più rappresentativo. La comunità richiama anche l’idea di coesione sociale, un patrimonio immateriale che è riconosciuto come elemento fondamentale per una società sana, aperta, fiduciosa, solidale, capace di prosperità economica. Senza coesione sociale il prezzo da pagare è la disgregazione della città, la marginalità di ampie fasce di popolazione, l’indebolimento della fiducia reciproca necessaria per lo sviluppo economico.

Le associazioni, soprattutto quelle di tipo comunitario e del settore non-profit, sono a loro volta riconosciute come un fondamentale collante sociale. La loro inclusione nei processi decisionali e nelle politiche istituzionali è considerata altrettanto importante per l’attuazione di politiche di governance giuste ed efficaci. Molti studi affermano che le politiche e i piani di rigenerazione urbana che non considerano adeguatamente i soggetti destinatari e che non adottano processi partecipati rischiano di fallire i loro obiettivi. Questo suggerisce dunque che l’urbanistica con le comunità, se inserita nel contesto più ampio delle politiche urbane rivolte alla rigenerazione urbana assume un rilievo strategico, superando i confini angusti della gestione e ricomposizione dei conflitti sociali e della protesta.

La riflessione si conclude con qualche avvertenza circa il rapporto tra pianificazione e potere e circa le possibili mistificazioni del principio della partecipazione. Non è sufficiente che le istituzioni garantiscano la riproduzione della struttura sociale nei processi decisionali, poiché ciò significherebbe soltanto riprodurre gli squilibri di potere esistenti, senza garantire una effettiva influenza dei meno rappresentati. Inoltre, i decisori pubblici hanno la possibilità di favorire o di scoraggiare la partecipazione democratica, di informare o disinformare, di essere trasparenti o di manipolare le informazioni, condizionando l’andamento dei processi. Per queste ragioni la partecipazione richiede la presenza costante e vigile delle associazioni che rappresentano i diversi gruppi sociali: la democrazia è “un meeting senza fine”.
postato da: prismalo alle ore 12:12 | link | commenti
categorie: urbanistica

L'uomo

postato da: prismalo alle ore 12:04 | link | commenti
categorie: citazioni
martedì, 06 febbraio 2007

Milano

Fredda Milano
che poco cuore mostra
per sua frenesia

ma con voce suadente
incanta chi v´approda.

postato da: prismalo alle ore 01:03 | link | commenti (3)
categorie: frammenti

Dalla parte del potere e dalla parte delle comunità

Le trasformazioni socioeconomiche degli ultimi decenni non solo hanno favorito l’accentuazione delle disuguaglianze, ma hanno visto anche un progressivo indebolimento dell’attivismo sociale e politico, e dunque dell’elemento su cui principalmente si basa l’urbanistica con le comunità. Ci troviamo così di fronte ad una situazione paradossale: in un’epoca che registra la progressiva disgregazione dei legami sociali e la caduta dell’interesse per le questioni di pubblico dominio diviene maggiore la responsabilità delle istituzioni (pubbliche e private) che hanno finalità sociali. A maggiore responsabilità, però, non corrispondono adeguati strumenti.
 
Dalla lettura delle trasformazioni urbane degli ultimi quarant’anni, si osserva come città si è dovuta misurare con un processo di crescita e di trasformazione continuo e imponente, a causa del forte dinamismo economico e demografico seguendo, invece di organizzare preventivamente, il proprio sviluppo urbano. New York è allo stesso tempo l’immagine del liberalismo e dell’accumulazione dei capitali come dei suoi effetti secondari: forti disuguaglianze, situazioni di marginalità e di degrado, fanno da contraltare alla ricca città del commercio e della finanza. La forza economica del mercato immobiliare appare evidente ma, inaspettatamente, emerge un’importante componente pubblica nelle vicende di trasformazione urbana più importanti degli ultimi decenni. Ingenti finanziamenti pubblici hanno infatti sostenuto molte delle principali operazioni immobiliari private che hanno cambiato il volto della città, contribuendo ad accelerare la transizione verso la città della finanza e dell’informazione. Chi critica il sostegno pubblico a queste operazioni lo fa segnalando la contraddizione del sostegno al mercato più redditizio (degli uffici e delle residenze di lusso) a danno delle politiche di sostegno ai ceti più deboli. Questi ultimi risultano danneggiati sia direttamente dagli interventi realizzati, sia indirettamente, a causa della riduzione dei fondi per interventi di rigenerazione urbana delle aree più svantaggiate.
 
Gli abitanti di New York hanno talvolta contrastato le operazioni di rinnovo urbano, e dalle proteste spontanee si è sviluppato il community planning. Emerge anche il contrasto tra due modi opposti di intendere l’amministrazione del potere: da una parte il verticismo decisionista e autoritario che ha visto uniti i poteri economici più forti e il potere pubblico, quest’ultimo abilmente condizionato dai primi attraverso strumenti di pressione come le fondazioni private. Dall’altra parte invece, una concezione della democrazia estesa, protesa verso l’estensione della rappresentatività, dell’inclusione di tutti i gruppi sociali.
 
Uno sguardo sulla New York degli anni novanta evidenzia i fenomeni della polarizzazione sociale, economica e territoriale: le tendenze dei decenni precedenti si sono accentuati. Nel multiverso economico e sociale della metropoli globale si riconoscono sempre più distintamente una élite economica ben organizzata che plasma i centri principali della città a sua misura ed immagine, così come si dota di nuove politiche e di nuovi strumenti funzionali al mantenimento dello stato delle cose. Basti pensare ai casi in cui, nei decenni trascorsi, a fronte di un disagio crescente nel fabbisogno della casa, venivano tagliati i fondi per l’housing e la rigenerazione di aree degradate mentre venivano finanziati quartieri per uffici e residenze di lusso nel nome dello sviluppo.
 
Alle scelte politiche degli ultimi decenni, che hanno guidato la transizione post industriale verso la global city e favorito lo sviluppo di una “città duale”, fanno da specchio anche due diversi modi di intendere l’urbanistica: dalla parte del potere e dalla parte delle comunità.
postato da: prismalo alle ore 01:00 | link | commenti
categorie: urbanistica

La rigenerazione urbana

Non c’è nulla che non possa essere cambiato da una consapevole e informata azione sociale, provvista di scopo e dotata di legittimità. Se la gente è informata e attiva e può comunicare da una parte all’altra del mondo; se l’impresa si assume le sue responsabilità sociali; se i media diventano i messaggeri piuttosto che il messaggio; se gli attori politici reagiscono al cinismo e ripristinano la fiducia nella democrazia; se la cultura viene ricostruita a partire dall’esperienza; se l’umanità avverte la solidarietà intergenerazionale vivendo in armonia con la natura; se ci avventuriamo nell’esplorazione del nostro io profondo, avendo fatto pace fra di noi; ebbene, se tutto ciò si verificherà, finché c’è ancora il tempo, grazie alle nostre decisioni informate, consapevoli e condivise, allora forse riusciremo finalmente a vivere e a lasciar vivere, ad amare ed essere amati.
Manuel Castells
postato da: prismalo alle ore 00:53 | link | commenti
categorie: citazioni

Una città fatta di abitanti

Con lo sguardo rivolto agli abitanti più che agli edifici, si cerca di descrivere le “regole del gioco” dell’urbanistica di New York degli ultimi decenni, lasciandole sullo sfondo. Si sofferma, invece, sui piani con le comunità, che raccontano una sorta di “controstoria” delle vicende urbanistiche più conosciute. Il community-based planning è una pratica che affonda le sue radici nella cultura statunitense fin dalle sue origini, nella spiccata attitudine degli “americani” ad associarsi spontaneamente per affrontare le più disparate questioni ritenute di interesse comune. Questa attitudine, che nei secoli ha generato un complesso universo di associazioni no-profit e gruppi di interesse, ha costituito la base della lunga stagione di lotte per i diritti civili, per la pace, contro le ingiustizie sociali e la segregazione razziale iniziate negli anni sessanta e settanta.
In quegli anni nasceva l’ advocacy planning, una particolare forma di urbanistica con finalità sociali che si batteva per una maggiore giustizia sociale, coinvolgendo i cittadini nei processi decisionali e assistendo i più deboli nella difesa dei propri quartieri, nel tentativo di migliorare le loro condizioni di vita. Il community planning americano ha pertanto una precisa connotazione culturale e storica, ma anche geografica: è un fenomeno tipicamente urbano, che nasce e trova alimento nelle città, dove i problemi sociali sono più evidenti e le lotte più accese. E, particolare non trascurabile per gli Stati Uniti, una maggiore densità abitativa. Nelle città lo spazio urbano non è rarefatto, la prossimità ha un significato diverso rispetto ai suburbs, il rapporto con ciò che accade nei pressi è più immediato, nel bene e nel male.
È bene analizzare in profondità le condizioni nelle quali si sviluppa il fenomeno dell’urbanistica con le comunità, comprenderne la sua effettiva utilità sociale. Si eviterà così di banalizzarlo relegandolo ad una pratica ideologica che ha caratterizzato una fase politica ormai trascorsa, o di elevarlo impropriamente a strumento tecnico buono per ogni occasione e in ogni parte del mondo. Quella del community planning è soprattutto una storia di lotte per la difesa dei quartieri da discutibili operazioni di rinnovo urbano, una storia di rivendicazioni per case più umane, meno costose e più vivibili. È una storia di successi e di insuccessi, di un cammino difficile e incerto verso una maggiore equità sociale, verso una partecipazione effettiva alla vita democratica. Un elemento costante di questa storia, come si evince dal nome che porta, è la comunità: quella rete di relazioni, quella sorta di assicurazione sociale di cui hanno bisogno soprattutto coloro che devono unire le forze per difendere i propri diritti in assenza di potere e rappresentatività politica adeguati.
postato da: prismalo alle ore 00:44 | link | commenti
categorie: urbanistica

New York

postato da: prismalo alle ore 00:40 | link | commenti
categorie: urbanistica