Un nome, una combinazione. Due nomi, due caratteri contrapposti, complementari, compresenti. Kyoto e Tokyo, (KYO-TO-KYO) due città, storia ed attualità, tradizione e modernismo, passato e presente. Lentezza e velocità, dentro e fuori, grande e piccolo, micro e macro, naturale ed artificiale. Dualismo, ambiguità. Sì e no, sì=no, no=sì. Opposti e loro combinazioni possibili. Kyoto a Tokyo e Tokyo a Kyoto. Modularità verbale ed effettuale. Minimalismo e monumentalismo. Qualità e quantità. Trovarsi di fronte ad una manifestazione ed alla sua opposta è semplice come scambiare le due sillabe kyo e to. Scambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, esso è l’uno e l’altro allo stesso tempo. In questo il carattere fondamentale, non più di due città, ma di un intero paese e della sua cultura. Unità dell’ambiguità, totalità della compresenza. Continuità fra opposti. Essere e non essere. Dalla giustapposizione di soli due segni fra tutti, alla totalità dei significati che le combinazioni veicolano. Il metodo è unico (e generale).
Gli strumenti del metodo sono due: modularità e minimalismo. Due elementi infinitamente ripetuti per un’unica visione totalizzante. Anche se “minimalismo” è, per certi versi, una qualità intrinseca della modularità. Qui però l’aggettivazione “minimale” è necessaria a definire più un principio etico-estetico che squisitamente funzionale, quantunque non si possa scindere totalmente l’aspetto unitario del principio dal suo effetto, a volte barocco, laddove manca complessità e vige complicazione. Ancora due opposti: elementarità e complicazione. Macchinosità come funzione dell’elementarità.
Il senso profondamente estetico della sensibilità nipponica va al di là della funzionalità, così come nella lingua scritta la graficità pittorica degli ideogrammi resiste come una sorta di culto nazionale alla funzionalità degli alfabeti, costringendo per questo ad una attuale complessità semantica molto antica. Le lettere dell’alfabeto sono rappresentazioni di suoni astratti, gli ideogrammi invece hanno una qualità pittorica paragonabile a quadri e rappresentano idee “concrete”. Anche la modularità spaziale giapponese è concreta, non astratta, legata alla percezione. Si misura in “tatami” che sono visibili, non in metri o altra “unità di misura” astratta e convenzionale visualizzabile solo con l’ausilio si strumenti di misura. Le unità di misura astratte servono solo a comunicare con l’esterno, il mondo, così come gli alfabeti introdotti servono sostanzialmente a veicolare concetti estranei o nuovi, che altrimenti non troverebbero corrispettivi fra i significati storicamente codificati.
Il minimalismo dei segni, in rapporto alla totalità delle parole (migliaia contro centinaia di migliaia), costringe ad elaborare un numero elevato di relazioni fra i pochi simboli a disposizione al fine di tenere testa alla molteplicità dei significati e restituire una certa funzionalità primaria, tanto perché una scrittura possa alfine servire anche a comunicare.
La comunicazione risulta strutturalmente ambigua. Si basa su di un doppio registro. Il parlato desume i significati dalle combinazioni di suoni, lo scritto desume significati dalle combinazioni di segni rappresentanti concetti. Lo scritto comunica attraverso la mediazione dei concetti, alla cui corretta interpretazione è infine possibile assegnare il suono corrispondente.
La complicazione sistemica è il prezzo del minimalismo, che è a sua volta lo strumento di un profondo sentimento estetico a cui sacrificare la funzione. Pochi concetti fondamentali per molte applicazioni, dal linguaggio scritto allo spazio vissuto.