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martedì, 16 gennaio 2007

Kyoto e Tokyo

Un nome, una combinazione. Due nomi, due caratteri contrapposti, complementari, compresenti. Kyoto e Tokyo, (KYO-TO-KYO) due città, storia ed attualità, tradizione e modernismo, passato e presente. Lentezza e velocità, dentro e fuori, grande e piccolo, micro e macro, naturale ed artificiale. Dualismo, ambiguità. Sì e no, sì=no, no=sì. Opposti e loro combinazioni possibili. Kyoto a Tokyo e Tokyo a Kyoto. Modularità verbale ed effettuale. Minimalismo e monumentalismo. Qualità e quantità. Trovarsi di fronte ad una manifestazione ed alla sua opposta è semplice come scambiare le due sillabe kyo e to. Scambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, esso è l’uno e l’altro allo stesso tempo. In questo il carattere fondamentale, non più di due città, ma di un intero paese e della sua cultura. Unità dell’ambiguità, totalità della compresenza. Continuità fra opposti. Essere e non essere. Dalla giustapposizione di soli due segni fra tutti, alla totalità dei significati che le combinazioni veicolano. Il metodo è unico (e generale).
Gli strumenti del metodo sono due: modularità e minimalismo. Due elementi infinitamente ripetuti per un’unica visione totalizzante. Anche se “minimalismo” è, per certi versi, una qualità intrinseca della modularità. Qui però l’aggettivazione “minimale” è necessaria a definire più un principio etico-estetico che squisitamente funzionale, quantunque non si possa scindere totalmente l’aspetto unitario del principio dal suo effetto, a volte barocco, laddove manca complessità e vige complicazione. Ancora due opposti: elementarità e complicazione. Macchinosità come funzione dell’elementarità.
Il senso profondamente estetico della sensibilità nipponica va al di là della funzionalità, così come nella lingua scritta la graficità pittorica degli ideogrammi resiste come una sorta di culto nazionale alla funzionalità degli alfabeti, costringendo per questo ad una attuale complessità semantica molto antica. Le lettere dell’alfabeto sono rappresentazioni di suoni astratti, gli ideogrammi invece hanno una qualità pittorica paragonabile a quadri e rappresentano idee “concrete”. Anche la modularità spaziale giapponese è concreta, non astratta, legata alla percezione. Si misura in “tatami” che sono visibili, non in metri o altra “unità di misura” astratta e convenzionale visualizzabile solo con l’ausilio si strumenti di misura. Le unità di misura astratte servono solo a comunicare con l’esterno, il mondo, così come gli alfabeti introdotti servono sostanzialmente a veicolare concetti estranei o nuovi, che altrimenti non troverebbero corrispettivi fra i significati storicamente codificati.
Il minimalismo dei segni, in rapporto alla totalità delle parole (migliaia contro centinaia di migliaia), costringe ad elaborare un numero elevato di relazioni fra i pochi simboli a disposizione al fine di tenere testa alla molteplicità dei significati e restituire una certa funzionalità primaria, tanto perché una scrittura possa alfine servire anche a comunicare.
La comunicazione risulta strutturalmente ambigua. Si basa su di un doppio registro. Il parlato desume i significati dalle combinazioni di suoni, lo scritto desume significati dalle combinazioni di segni rappresentanti concetti. Lo scritto comunica attraverso la mediazione dei concetti, alla cui corretta interpretazione è infine possibile assegnare il suono corrispondente.
La complicazione sistemica è il prezzo del minimalismo, che è a sua volta lo strumento di un profondo sentimento estetico a cui sacrificare la funzione. Pochi concetti fondamentali per molte applicazioni, dal linguaggio scritto allo spazio vissuto.
postato da: prismalo alle ore 00:37 | link | commenti
categorie: urbanistica
venerdì, 12 gennaio 2007

Un sospiro

NON DIR DI ME

SE DI ME NON SAI.

PENSA DI TE

E POI DI ME DIRAI.

Platone

postato da: prismalo alle ore 01:13 | link | commenti
categorie: citazioni
giovedì, 11 gennaio 2007

Cos’è la città?

La città è il molteplice insieme di quello che siamo.
La città è equilibrio. La città è pieno e vuoto.
È qualcosa che ha bisogno del fare per essere ed è quando tutto si svolge.
È un mondo dentro un mondo, come tante matriosche in cui il cuore è sempre diverso.
 
La città è una forma che si moltiplica.
È un’animale sempre vivo, che muta col tempo e cambia pelle di continuo.
Nasce, muore e risorge come una fenice dalle ceneri dei palazzi.
La città è un laboratorio dove tutto si crea e tutto si trasforma, si moltiplica e spesso di riscopre.
 
La città non ha confini e se li possiede li rifiuta.
La città è melassa vischiosa che avvolge e ingloba ciò che prima erano gocce sparse.
Quello che è residuo diventa cuore e ciò che è cuore diventa residuo.
La città è un gioco di cui nessuno conosce le regole ma a cui tutti sanno giocare.
postato da: prismalo alle ore 18:27 | link | commenti
categorie: racconti

!?!

postato da: prismalo alle ore 18:26 | link | commenti
categorie: frammenti

Artificiale e naturale

Tokyo si manifesta come evidente e, per questo, tanto più apparente negazione della natura. I giapponesi amano la natura, anche dove questo potrebbe non sembrare ed identificano il fenomeno urbano a quello naturale, di cui hanno una concezione vasta. Non vedono contraddizione ma continuità fra opera umana ed opera naturale. La città è organismo in evoluzione, quindi fenomeno naturale. L’uomo è parte della natura e così la sua opera.
La contraddizione apparente fra opposti dialettici è il risultato della loro continuità. La mancanza di armonia è risultato diretto della coesistenza a differenti scale di applicazione dei medesimi principi base, che mentre assicurano una unità di concezione producono una manifestazione visiva dei salti di scala. La simultaneità di scale rimanda l'armonia dal livello del raccordo fra scale diverse al livello del principio generatore delle diverse scale.
In una simile visione la mancanza di un principio regolatore di raccordo è sintomo non dell'incapacità di risolvere il problema ma del mancato riconoscimento di un problema. La natura contemplativa della visione giapponese, che ama il naturale in quanto manifestazione spontanea di processi non regolati dall'uomo, implica la medesima contemplazione per il fenomeno urbano. Questo in quanto naturale è anche bello e non necessita dunque di principi regolatori coercitivi estranei ai suoi stessi meccanismi di crescita. Il problema non esiste.
postato da: prismalo alle ore 18:18 | link | commenti
categorie: urbanistica
martedì, 09 gennaio 2007

Una notte

...notte prima degli esami, notte di polizia,
certo qualcuno te lo sei portato via,
notte di mamme e di papà col biberon in mano,
notte di nonne alla finestra, ma questa notte è ancora nostra,
notte di giovani attori di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni di coppe e di campioni,
notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere,
e gli aerei volano alto tra NewYork e Mosca,
ma questa notte è ancora nostra...

A. Venditti

postato da: prismalo alle ore 00:37 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
lunedì, 08 gennaio 2007

Minimo e massimo

Nel quadro tradizionale giapponese, o almeno quello più conosciuto, la composizione è regolata da pochi ma decisi gesti grafici che strutturano in modo “informale” il vuoto della tela. Il vuoto, quale area di non intervento, costituisce la maggior parte dello spazio della scena, non essendo però mai “contorno” del dipinto ed entrando come elemento fondamentale nella composizione, assume significato in relazione al segno concentrato in una parte di essa. Il minimo dei segni necessari a sostenere il massimo peso del vuoto, o, al contrario, dare peso alla leggerezza del vuoto.
Il gesto grafico che struttura il vuoto del territorio è rappresentato dai segni di china delle linee ferrate. La loro direzione è sufficiente a condizionare l'assetto urbano in superficie. Il disegno del circuito ferrato è l’unica “mappa mentale” possibile nonché il concreto piano urbanistico della città.
Il resto è urbanistica.
I nodi urbani di superficie sono le prese d’aria delle varie città sotterranee multilivello costituite dalle stazioni metropolitane, bocche urbane che ingoiano e risputano milioni di persone al giorno e attorno alle quali si organizzano i vari nuclei della città policentrica di superficie. Ogni fermata metropolitana importante ha almeno quattro sbocchi di superficie, distanziati opportunamente ad evitare concentrazioni eccessive ed a configurare porzioni opportunamente diverse di città.
Il risultato è un caos visivo dall’estensione chilometrica e la precisione millimetrica. Un mostro di una funzionalità inquietante, in cui salta la relazione biunivoca (ed occidentale) fra disordine e disfunzione. Ed ancora gli opposti “occidentali” mutano valore, disordine = funzione. Compresenza di funzione e disordine. Caotico = brutto (all’occhio europeo); naturale = bello (per l’occhio asiatico).
postato da: prismalo alle ore 00:29 | link | commenti (1)
categorie: urbanistica

Caos

postato da: prismalo alle ore 00:29 | link | commenti (2)
categorie: urbanistica
domenica, 07 gennaio 2007

Pieno e vuoto

Il ribaltamento fra dimensioni “consuete” riguarda anche altri aspetti. Fra cui quello di pieno e vuoto. Il ridisegno di una mappa urbana occidentale in una zona storica di una qualsiasi città, in genere “riempie” il costruito, lasciando emergere il non costruito cioè lo spazio fisicamente fruibile come parte vuota. In genere il costruito è continuo ed assume valori di “cortina”. La stessa operazione su di una mappa urbana in una zona “storica” di una città giapponese richiede invece un approccio ribaltato. Per restituire una struttura leggibile, bisogna riempire di inchiostro il non costruito e “lasciare emergere” il costruito, secondo un’inversione di gerarchia fra pieno e vuoto, per cui il vuoto fisico diventa pieno grafico, trasferito sulla carta, mentre il pieno fisico resta sostanzialmente vuoto di inchiostro, o una sorta di vuoto/pieno, qualcosa che è e non è.
Questa non è però una semplice “interpretazione” spaziale, ma un modo storicamente consolidato di configurazione dello spazio urbano, in cui il vuoto diventa permanente e strutturante mentre il pieno diventa mutevole, dinamico e temporaneo. Mentre il costruito rappresenta l’esistente il vuoto è preesistente. La ricostruzione dell’evoluzione urbana passa sostanzialmente attraverso il filtro del “non costruito”, attraverso l’assenza materiale di una “storia dell’architettura” sostituita da una “storia dell’infrastruttura”.
Questo significa una prevalenza dell’infrastruttura sulla struttura, che rispecchia anche una prevalenza dell’andare sullo stare, una dimensione mobile della vita dove il movimento assume carattere esistenziale e dove l’architettura assume una funzione addizionale rispetto alle sue fruizioni interne, dimensione che finisce per prevalere rispetto al resto almeno a livello percettivo. Non più luogo di funzioni, ma scena dell’infrastruttura, quinta pubblicitaria. Architettura come supporto. Architettura/pubblicità, dove la funzione pubblicitaria esterna finisce per prevalere sulla funzione interna, generando facciate sostanzialmente cieche, che annullano quasi del tutto il rapporto visivo fra interno ed esterno, artificializzando la vita interna ermetizzata e condizionata luminosamente e climaticamente, da cui una percezione fortemente artificiosa dell’ambiente.
postato da: prismalo alle ore 19:47 | link | commenti
categorie: urbanistica

Pieno e vuoto II

postato da: prismalo alle ore 19:46 | link | commenti
categorie: urbanistica

Realtà desiderio

La modularità dello spazio ha una funzione primaria essendo presente dalla casa alla città orientale. Se ne può avere un’idea a partire dall’unità di misura concreta dello spazio vitale. Quando si affitta una casa, la si affitta in “tatami”. Un tatami è una stuoia a forma di rettangolo delimitata da bordi di seta o tessuto verde, che si estende per l’intera superficie dei pavimenti domestici al di fuori dei locali di servizio come bagno e cucina, in cui un lato è esattamente il doppio dell’altro (circa 90x180 cm). La rettangolarità particolare risultato di due quadrati affiancati è un modulo perfetto, letteralmente a misura d’uomo.
Intanto non offre cedimento alcuno a regole “auree” e metafisiche, permettendo una serie illimitata di combinazioni in una visione che occidentalmente, e quindi solo accidentalmente, si può definire mondriana. Ne deriva una composizione strettamente modulare dello spazio, dove ogni lato è sempre esattamente un multiplo delle misure base del tatami e in cui il modulo base resta sempre visibile anche dove genera spazio indifferenziato. In questo modo la modularità da carattere funzionale assume valore estetico producendo un gusto per la griglia (ed il “linearismo” implicito) onnipresente sia in piano che in alzato.
Tutto appare ridotto in rettangoli e quadri, pannelli e tatami. Tutto è a misura d’uomo così come il tatami contiene la figura umana distesa a terra nell’atto del dormire. Il tatami come metafora del desiderio supremo dei giapponesi: il sonno. L’estetica della griglia come simbolo della massima aspirazione nazionale.
postato da: prismalo alle ore 19:25 | link | commenti
categorie: urbanistica

Tatami

postato da: prismalo alle ore 19:24 | link | commenti
categorie: urbanistica