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domenica, 17 dicembre 2006

La storia degli anni 80-90: un viaggio tra marche e oggetti

Vorrei lanciare per un po' di tempo un'idea che di solito ben si accosta alle feste e al passaggio dell'anno.

Quello che vorrei fare è una domanda e più precisamente:

Quali sono gli oggetti, i simboli, le marche, i giochi o i nomi che hanno caratterizzato gli anni 80 e 90?

la curiosità nasce dopo aver visto un paio di film fgirati tra quegli anni e aver ritrovato cose, oggetti ecc... che per allora erano un mito, ma che oggi li si riguarda con stupore, puri ricordandoli con piacere... io mi riferisco a cose tecnologiche, oggetti di design, marche e cose così che hanno segnato quegli anni.

E' una curiosità per cui prenderlo come un gioco libero senza vincoli, l'unico è che siano cose che abbiano caratterizzato gli anni 80 e 90...

il resto è fantasia e ricordo...

... buon viaggio ...

postato da: prismalo alle ore 15:31 | link | commenti (14)
categorie: pensieri
sabato, 16 dicembre 2006

Forma e sostanza in Oriente

La mutevolezza della discontinua quinta architettonica, porta ad una considerazione poco “notevole” dei suoi valori estetici. Questa caratteristica di “basso profilo” si innesta perfettamente nella elevata ciclicità di rinnovamento edilizio imposto dalla pressione immobiliare. Il processo descritto non genera neanche contraddizione con la “resistenza storica” al cambiamento tipica delle culture storiciste. La cultura giapponese della conservazione si arresta alla forma. Non contempla la necessità di conservare anche la materia, raggirando in questo modo in un sol colpo l’intero problema dell’autenticità. In una cultura che ha storicamente rinnovato matericamente il proprio patrimonio edilizio ed architettonico ogni 30 anni circa è naturale abbattere e ricostruire diffusamente ogni trent’anni anche quando non si costruisce più in legno.
postato da: prismalo alle ore 12:12 | link | commenti (4)
categorie: urbanistica

Oriente: tra spazio pubblico e privato

L’assenza di una preoccupazione duratura, ha inibito l’attenzione progettuale dello spazio urbano e conseguentemente generato una sostanziale assenza di piazze. L’agorà è la grande assente della cultura giapponese. Il giapponese non sosta, se non per il breve tempo di una sigaretta fra un moto a luogo e l’altro. Paradossalmente questa assenza ha prodotto anche una mancata percezione dell’opposizione fra spazio pubblico e privato. Se lo spazio pubblico non esiste al di fuori della sua natura infrastrutturale allora esiste solo lo spazio privato. Tutto lo spazio è privato, nel senso che tutto viene percepito come tale e per questo nessuno osa sporcare i tappeti di casa propria. L’esterno altro non è che una proiezione dell’interno, sia come percezione che come organizzazione. Tutto risulta assolutamente intonso.
postato da: prismalo alle ore 12:10 | link | commenti (3)
categorie: urbanistica

Micro e macro

Eseguendo un primo salto di scala, di carattere spaziale, dalla dimensione urbana alla domestica, è possibile notare come la mutevolezza della configurazione urbana si trasformi, grazie anche ad un secondo salto di scala di carattere temporale, dal ciclo economico a quello quotidiano, in multifunzionalità dello spazio vitale. Anche in questo secondo caso, la multifunzionalità, ottenuta grazie al continuo cambio di configurazione dello spazio domestico, è in armonia con la necessità economica della concentrazione urbana asiatica. Uno spazio multifunzionale risulta quantitativamente ridotto rispetto ad uno che assegna rigidamente i metri quadrati ad ogni funzione, per questo permettendo almeno due obiettivi, uno sociale, quello di condensare in poco spazio urbano molta presenza, ed uno individuale, quello di condensare in poco tempo le cure necessarie allo spazio domestico, liberando più tempo al lavoro. Multifunzionalità come funzione del plusvalore. La mobilità della vita si riflette nella mobilità dello spazio, introducendo una proliferazione del culto del “micro” come strumento del “macro” economico.
postato da: prismalo alle ore 12:07 | link | commenti
categorie: urbanistica

Salti di scala

postato da: prismalo alle ore 12:06 | link | commenti
categorie: urbanistica
venerdì, 15 dicembre 2006

Oriente: passato presente

Il mancato “processo di pietrificazione” è all’origine del discorso sulla conservazione della sola forma, e di conseguenza della mancata contraddizione materiale fra città storica e città contemporanea. Se in epoca precapitalista era il legno a costringere al continuo ricostruire, oggi è il ciclo economico che spinge ad un continuo rinnovamento e ad una crescente verticalizzazione della città. In questo contesto non ha semplicemente senso parlare di architettura storica, mentre solo ciò che è infrastruttura resiste. In queste condizioni in cui il ciclo economico è in naturale sintonia con l’uso storico, non c’è percezione di una violenza del continuo rinnovamento, né la speculazione edilizia si manifesta come tale. La città è essa stessa un’enorme e diretta materializzazione dei meccanismi di rendita fondiaria e non esistendo città storica, in senso occidentale, non esiste nulla da opporre alla continua trasformazione urbana. Il conflitto è assente.
 
La città come un fenomeno evolutivo continuo in cui a parte il vuoto infrastrutturale nulla può essere definito come “consolidato”. La mancanza di una cultura architettonica della pietra genera la fluidità della città. Questa risulta letteralmente plasmabile come i materiali stessi di cui è fatta, dato che la parabola storica ha condotto dal legno al cemento e all’acciaio senza passare per la pietra. Questo dato spiega culturalmente e ancora prima, materialmente, la mancanza dell’Asia di conservazione, che non ha nulla a che vedere con una presunta mancanza di sensibilità verso la storia. Dove la storia non è fatta di pietre, la conservazione non è pesante come materia, ma al massimo presente come forma.
postato da: prismalo alle ore 18:01 | link | commenti
categorie: urbanistica

Oriente: futuro passato

Dove la storia è fatta di legno non si è indotti a considerare attentamente il “disegno urbano” e per estensione l’urbanistica. La “storia” non condizionerà la vita di più di una generazione. Ogni generazione modificherà lo spazio in base alle sue esigenze ed alla sua sensibilità. Per cui la mancata preoccupazione per la forma dello spazio urbano, si trasforma in massima adesione dello stesso alle esigenze delle epoche, che non significa ancora delle persone. E così l’obiettivo futurista “ad ogni generazione la propria città” trova la sua realizzazione nel passato, prima ancora che nel futuro.
postato da: prismalo alle ore 18:01 | link | commenti
categorie: urbanistica

Rapporto casa città in Oriente

La struttura modulare domestica assume una portata urbanistica, quando si esegua il salto di scala dalla casa alla città, notando come la struttura urbana sia l’estensione esterna dello spazio interno, la sua continuazione. L’unità di visione diventa chiara ed impressionante quando dalla griglia domestica si passa a quella urbana, che risulta infinitamente scomponibile a partire dall’estensione etto-chilometrica della città più grande del mondo a quella microcosmica delle case più piccole del mondo. Dalla macro-metropoli, alla micro-casa. Dall’isolato urbano al quanto spaziale che ne è alla base: il tatami, in un’infinita applicazione dello stesso concetto, secondo la semplice regola della giustapposizione.
 
Se è necessario una continua esecuzione di salti di scala alla ricerca delle medesime strutture autosomigliantesi, in una logica quasi frattalica, l’esemplificazione per eccellenza della regola modulare della griglia necessita di un primo salto geografico, che equivale ad un salto della seconda sillaba di Tokyo, al posto della prima, in modo da giungere a Kyoto, antica capitale del paese, dove in ragione di questa caratteristica “storica” è possibile addirittura farsi un’idea di come doveva configurarsi la città giapponese del passato. Si tratta solo di un mezzo salto, dato che il salto intero dovrebbe approdare direttamente in Cina. Tuttavia Kyoto è un modello talmente fedele alla sua stessa natura cinese, da rendere superfluo l’altro mezzo salto. La città più illustremente antica del Giappone è alfine una città cinese. Nemesi culturale di una nazione-isola che in fondo ritrova la sua origine intima all’esterno di se stessa. Ciò che di più profondamente giapponese si può ritrovare in Giappone non è giapponese.
 
Una successione indifferenziata di tatami urbani, micro-insule-casa che giustapposte quasi informalmente trovano una prima regolarizzazione nell’isolato base, la cui successiva giustapposizione seriale forma il macro-isolato urbano. Il palazzo imperiale occupa per intero una delle macro insule centrali, come accadeva per il foro delle città romane, ma la griglia giapponese non è comparabile con quella romana, dato che la compresenza di micro e macro innestati sulla stessa base genera non una griglia semplice ma doppia, ambigua. La percezione dell’una o dell’altra è solo funzione della distanza di osservazione. L’orientamento è letteralmente cartesiano, dove x sta per l’esatto est-ovest e y per l’esatto nord-sud. Una gerarchizzazione simile, per certi versi, più a quella greca che a quella romana deriva dalla forma allungata dei macro isolati, che in quanto a proporzioni rispecchiano piuttosto identicamente quella del tatami, con il lato nord-sud pari al doppio del lato est-ovest, un rapporto di 1 a 2 quindi meno spinto di quello di matrice ippodamea, ma più spinto di quello romano. Tuttavia il confronto regge solo fino a quando si parli di proporzioni perché se si analizzano le misure assolute si scopre un’altra dimensione.
postato da: prismalo alle ore 00:30 | link | commenti
categorie: urbanistica

Tokyo

postato da: prismalo alle ore 00:30 | link | commenti (3)
categorie: urbanistica
giovedì, 14 dicembre 2006

Scatole cinesi

Il modello cinese ha avuto un’enorme influenza; ha controllato la pianificazione di quasi tutte le città più importanti in Cina, corea, e Giappone e di molte altre in Asia sud-orientale. l’esempio più chiaro di questa formula magica è costituito da Pechino. la città doveva essere divisa, suddivisa e ancora suddivisa, ricorrendo a griglie di strade e di percorsi progressivamente più fitte: scatole dentro scatole.
La città è un enorme tappeto di tatami i cui bordi palazzati di macro edilizia sostituiscono i quelli ricamati in tessuto verde del tatami domestico ai margini dei macro-cardi e dei macro-decumani. I moderni palazzi di 40 piani, ognuno autonomo rispetto agli altri, formano una barriera visiva al di là della quale si sviluppa, in modo indifferenziato e senza zone prevalenti, la città residenziale, in modo che tutto risulti diffuso, dalla viabilità principale alla città dei servizi a quella residenziale, lungo l’intera estensione urbana. La densità asiatica non permette aree concentrate. La logica puntuale è sostituita da quella lineare. Il monofunzionalismo urbano è bandito, così come il centro. Nello stesso isolato convivono la casa capanna di due piani e il centro commerciale multilivello, le strade di servizio e gli assi urbani.
 
In questa struttura a doppia griglia sovrapposta che domina, nonostante la sua intima ambiguità, la parte preponderante della città di Kyoto, le uniche eccezioni sono riconducibili alla presenza del fiume, ed ogni città giapponese, senza deroga alcuna, sorge lungo almeno un fiume o una foce. La regola è, a Kyoto, così forte e chiara da ribaltare addirittura il rapporto gerarchico fra viabilità ferrata e configurazione dello spazio di superficie. Infatti capita di osservare un andamento fedelmente cartesiano delle sette linee metropolitane, dato che la struttura di superficie ha finito per condizionare il gesto grafico delle linee di china ferrate, al contrario di quello che succede altrove. Questo gesto non è più libero informale e preesistente allo sviluppo di superficie, ma diventa regolare e condizionato, andando a rappresentare l’altro paradigma della pittura giapponese, dove anche il vuoto risulta strutturato e “quantizzato” da griglie dorate di spazio atmosferico a moduli quadrati. Di questa tradizione grafica si può avere una lontana eco rielaborata in Europa attraverso alcune opere “modulari” di Gustav Klimt, la cui pittura è profondamente intrisa di cultura giapponese ed in cui la visione tridimensionale risulta graficamente schiacciata su di un piano dorato e strutturato geometricamente a griglia e non secondo le regole tradizionali della prospettiva.
 
La doppia griglia di Kyoto resta tuttavia un modello la cui completezza, richiede che le estensioni urbane restino relativamente limitate, ed abbiano per questo la possibilità di svilupparsi in piano. Questo magnifico anacronismo rappresenta il valore antico della Kyoto precapitalista. È sempre possibile ritrovare pezzi di Kyoto in altre città, ma qui il paradigma è quantitativamente limitato rispetto all’estensione della città contemporanea, la quale conserva però la strutturazione modulare, attraverso l’eliminazione dal paradigma dell’attributo dell’ortogonalità. Il principio tradizionale risulta intrinsecamente adattabile ed “internazionale” laddove si tolgano anziché aggiungere, in coerenza con il principio minimalista, attributi geometrici, guadagnando in flessibilità. La griglia di Kyoto, decurtata dell’ortogonalità diventa la struttura di Tokyo e di tutta l’urbanistica contemporanea (in cui da più di un secolo, l’isolato urbano ha perso la continuità, la compattezza e densità dell’isolato pieno storico occidentale). Ma la struttura di Tokyo non è comprensibile al di fuori di questa evoluzione. Non si può capire Tokyo senza Kyoto, come non si può apprezzare Kyoto senza Tokyo. Opposti in intima continuità, frutti della stessa visione totalizzante, simili e diverse.
postato da: prismalo alle ore 19:11 | link | commenti
categorie: urbanistica
lunedì, 11 dicembre 2006

Yamakasi – Gli acrobati della città

Gli Yamakasi sono sette amici che vivono nei sobborghi di una cittadina francese, vengono da famiglie di estrazione proletaria, spesso discendenti da immigrati, appartengono ad etnie che vivono e lavorano ai margini del benessere.
Sono degli acrobati eccezionali, che utilizzano le architetture urbane (palazzi, scale, ponti, tetti, costruzioni di ogni genere) per effettuare scalate a mani nude, sfidando i limiti delle umane possibilità. Sono abilissimi e ingegnosi, ciascuno dotato di una propria peculiarità, sviluppata e raffinata nel corso degli anni, proprio come i supereroi dei fumetti.
Il loro è uno svago innocente e vagamente anarcoide, non compiono alcuna azione criminosa e si allenano di notte o nelle prime ore dell’alba per recare il minor disturbo possibile alla popolazione. La loro è una proposta originale e alternativa alla vita di strada, che spesso conduce al crimine o alla morte, le loro imprese attirano l'attenzione di tutta la popolazione che li guarda a volte come matti, altre come possibili ladri. Non sono ben visti neppure dalla polizia, che invano ha cercato più volte di catturarli. I loro più strenui sostenitori sono invece i bambini che li considerano quasi degli eroi.
Gli Yamakasi esistono davvero, e sono proprio loro ad interpretare se stessi nel film dedicato alle loro gesta. Divenuti ben presto un’icona giovanile, anche grazie ad alcune fortunate apparizioni televisive, gli Yamakasi attrassero ben presto l’attenzione di Luc Besson, che li impose sul grande schermo.
La genesi di Yamakasi è abbastanza insolita, dunque, tra cinema-verità e intrattenimento popolare; certo, non ci si trova davanti ad un documentario, ma la verosimiglianza delle azioni rappresentate è garantita dalla formidabile atleticità dei protagonisti.
 
Madonna e il suo regista di fiducia Jonas Akerlund, per il video del quarto singolo tratto da Confessions on a Dancefloor, si sono ispirati, nemmeno troppo alla lontana, alla pratica resa celebre da quel lontano film che porta il nome di Yamakasi.
Il video di Akerlund è sostanzialmente diviso in due spazi: quello urbano en plein air dove volteggiano degli acrobati che, come in Yamakasi,sfruttano ogni struttura architettonica esistente (sia essa un edificio, un monumento, un lampione) per compiere evoluzioni ai limiti dell’infrazione delle leggi di gravità; e un altro chiuso, in cui si esibisce la cantante, costellato di led, strutture luminose, insegne al neon, un immaginario sostanzialmente simile a uno scorcio della sala giochi.
Sicuramente fanno più spettacolo gli acrobati di strada, ma loro devono accontentarsi di svolgere la funzione di "coro". Anche il divismo impone le proprie gerarchie.
 
Ma la città è anche questo… palcoscenico per spettacoli di razza…
postato da: prismalo alle ore 23:23 | link | commenti
categorie: frammenti

Yamakasi

postato da: prismalo alle ore 23:22 | link | commenti
categorie: frammenti
lunedì, 04 dicembre 2006

Lettera a Babbo Natale

yo yo yo amici,  buon Natale e buon anno, quello che state per leggere non sarà il solito annuncio, ma qualcosa di più:

non voglio offrire un lavoro, non una collaborazione ma 500 MILA EURO!!!

si certo avete letto, 500 MILA EURO!!!

Sono architetto, sono laureato, ho un master e sono pure iscritto all'albo, vivo a milano ma l'offerta è valida in tutta Italia! Sono giovane, colto e ricco e quindi perchè non regalare un po' dei miei soldi?!

Vedete, che sia ricco non lo dico io o il mio conto in banca, ma lo dice il mercato, ebbene si perchè, da quello che ho visto, dovunque vai a lavorare come architetto la paga è gratis (se lo studio è fico e di prestigio) o puoi sperare in qualcosa che si aggira intorno ai 1'300 - 1'500 euro (se hai culo) ma che ti devi fatturare, perchè sei un professionista fico, mica uno dei tanti e allora è normale pensare che tu sia ricco perchè, se ti fai due conti (architetto pirla), vedi che qualcosa non va:

1'500 euro: togli iva (20%), togli assicurazione, inarcassa, pensione aggiuntiva (tot. 5%), togli le tasse (40% circa) beh sono abbondante dico 50% ti restano 750 euro... toh... giusto giusto per l'affitto di un buco... mmmmh... gli architetti fighi pare non mangino (forse per questo sono fighi), quindi vuol dire per forza che le spese (auto, assicurazione, bollette, vestiti, divertimento, "cibo" e varie) le paga il papi quindi vien da se che sei ricco!

Bene!!!!!!!!!!!!!!! Dio mio sono ricco e non lo sapevo... corro in banca, controllo il conto... strano non mi pare sia ricco, forse problemi di linea (telefonica) aspetterò lunedì, ma io sono ricco... quindi amici.... è Natale, sono ricco... e sono ben felice di regalare 500 MILA EURO a chi riuscisse a farmi capire che il mio conto in banca non è in rosso per via delle feste natalizie!

Riflettete amici... riflettete!

postato da: prismalo alle ore 20:03 | link | commenti (6)
categorie: frammenti

Basilea, la città perfetta

La città di Basilea è attraversata ogni giorno da migliaia di persone dirette in Francia, in Germania, in Svizzera o in Italia. Occorre essere ben concentrati sul percorso e sui cartelli autostradali se non si vuole finire nel paese sbagliato. Ma nel tentativo di non imboccare la strada sbagliata, molte persone si perdono la magnifica vista che dall'autostrada si gode sulla città e sul fiume Reno. Molti probabilmente non si rendono conto nemmeno di stare oltrepassando una città quasi perfetta. Perfetta, e modernissima. Soprattutto grazie alla lungimiranza con cui è stata amministrata negli ultimi decenni: la posizione centrale, nel cuore dell'Europa, è un dono di natura. Ma altre peculiarità sono state invece costruite a tavolino. Per esempio la supremazia nel campo dell'arte, grazie alla grandiosa manifestazione ArtBasel o l'incontrastato dominio in fatto di architettura moderna e d'avanguardia. Obiettivo perseguito con determinazione dall'inizio degli anni Ottanta, è stato definitivamente raggiunto.
 
Italiani, spagnoli, inglesi, francesi, studenti, professori, semplici amatori girovagano, guide specializzate alla mano, per i suoi innumerevoli edifici progettati, o ristrutturati, dalle archistar. Seguendo la profonda valle che ha scavato, il fiume Reno attraversa la città proprio nel mezzo. L'acqua è così pulita che d'estate le persone vi possono fare il bagno.
 
L'efficienza e la puntualità regnano supreme a Basilea. E fanno da ragnatela straordinaria a uno dei parterre architettonici più affollati - e belli - d'Europa. Qui hanno disegnato edifici Renzo Piano (Beyeler Foundation), Herzog e de Meuron - nati e cresciuti professionalmente grazie a Basilea (tra i loro innumerevoli edifici: lo stadio St Jakob, la Koechlin House, la fondazione di Emanuel Hoffman Schenlegen, un monolite dall'eco egizia), Tadao Ando, Zaha Hadid, Alvaro Siza, N.T. Grimshaw (tutti chiamati dal noto marchio Vitra per realizzare la fabbrica, l'edificio congressi, la stazione dei pompieri). E se la contemporaneità trasuda da capolavori in cemento e vetro, il futuro si riflette sulla coscienza ecologica che anima i cittadini di Basilea.
 
La bicicletta e il riciclaggio sono parte della routine quotidiana. Se le persone per recarsi al lavoro non possono usare la bicicletta, usano quelle biciclette elettriche o i motorini, entrambi messi a disposizione con i fondi della municipalità. Altri usano i mobility car, un sistema di auto condivise. Per ridurre ulteriormente il consumo di energia, la municipalità contribuisce finanziariamente alla trasformazione dei tetti piatti in giardini. I siti della municipalità, inoltre, informano ogni giorno sulla qualità dell'aria e organizzano persino il cosiddetto Concerto per la canzone dell'Energia, dove vince la migliore canzone sul risparmio energetico. La città appare come un'enclave di innocenza e di felicità nella turbolenta e problematica Europa.
 
Ciononostante, la popolazione di Basilea decresce, vale a dire, le persone continuano a spostarsi dal centro nelle aree periferiche. Ma i giovani, soprattutto quelli con ambizioni creative, tendono a trasferirsi addirittura a Zurigo o a Berlino. La città non offre, apparentemente, un clima cosmopolita all'altezza di un centro con la sua collocazione geografica. Basilea, situata com'è esattamente a ridosso della frontiera con la Germania e la Francia, è circondata da posti di frontiera, che funzionano da porte per la città. Il forte Europa sta da una parte, il forte Svizzera dall'altra.
 
La vantaggiosa posizione di Basilea come porta principale della Svizzera sul Reno e il fatto che si trovi strategicamente nel cuore dell'Europa sono ben sfruttati dai fiorenti poteri economici locali, quali il settore farmaceutico e delle biotecnologie, oppure quello bancario, ma culturalmente è una città isolata. I grandi progetti infrastrutturali vedono in genere il loro completamento. Ma su una scala più piccola, nell'ambito della vita quotidiana, le frontiere restano molto presenti.
 
Più giù lungo il fiume, i vecchi stabilimenti della birreria Warteck Bier sono stati trasformati in spazi per gli artisti. Sull'impressionante edificio di mattoni rossi troneggia un'alta ma esile torre con un piccolissimo puntale di vetro. Il lunedì, dalle 12 alle 2 del pomeriggio diventa un ristorante tailandese. Arillad, una tailandese di Bangkok, prepara la sua zuppa di cocco in questo tetto della città. Nel ristorante c'è posto per soli tre tavoli, che oggi sono occupati da una folla variopinta: un indonesiano, un inglese, due tailandesi, una filippina e due studenti di Basilea. Ed è qui, in cima a questa esile torre che si erge alta verso il cielo, che Basilea è finalmente senza limiti.
postato da: prismalo alle ore 19:45 | link | commenti
categorie: urbanistica

Basilea

postato da: prismalo alle ore 19:44 | link | commenti (3)
categorie: urbanistica

Oligarchia

Oligarchia (dal greco "oligoi" = pochi e "archè" = essere il primo, governare) è un termine di origine greca indicante il governo di una minoranza.

Nella tradizione del pensiero filosofico greco, sistematizzata da Aristotele l'Oligarchia è una forma di governo "cattiva", non perché antidemocratica, ma perché quei pochi esercitano il potere indebitamente, o in quanto non ne hanno il diritto o in quanto lo fanno violando le leggi o, infine, in quanto lo esercitano favorendo gli interessi particolaristici a scapito di quelli della comunità. Se, invece, i pochi che esercitano un potere lo fanno in maniera legittima e in vista dell'interesse generale, allora il loro governo è quello dei migliori, e cioè un'aristocrazia. Secondo Aristotele l'Oligarchia è dunque la degenerazione dell'aristocrazia. Nella tradizione del pensiero occidentale si è conservata a lungo, dall'antichità al Medioevo, il concetto che un governo di pochi non è cattivo in sé ma solo in quanto i pochi governano male. Nell'età moderna invece si è progressivamente affermata la concezione democratica e, con essa, la tesi che un governo di pochi è, in quanto tale, un cattivo governo: un governo buono è quello in cui è la maggioranza (i più) che governa.

postato da: prismalo alle ore 18:40 | link | commenti
categorie: frammenti
domenica, 03 dicembre 2006

Una città espressiva per ritrovare identità

“Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti. Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite che continuano a inglobare il campo visivo e la capacità di comprenderle.”
I. Calvino “Gli dei della città”
 
La città diventa così un labirinto in cui ci si muove alla cieca; un labirinto in cui non esiste una sola strada per giungere all’uscita, ma strade diverse che portano soluzioni diverse per giungere al medesimo punto.
Così per me la città diventa un luogo creativo in cui progettare alternative ad un problema che si presenta, cercando di riportare ogni luogo a riscoprire la sua storia e la sua vocazione, ricercando quell’idea romantica di cultura nella quale ciascuna persona che lo vive si ritrova.
L’urbanistica contempla l’analisi e la ricerca permettendo di poter affrontare ciascun progetto secondo una logica storica.
Progettare, per me, significa quindi cogliere l’essenza di un luogo, interpretandola e traducendola in un linguaggio attuale, nella più assoluta armonia con il contesto.
Intervenire in modo puntuale e mirato sulla base di una visione globale che deve essere comprensibile e funzionale, in modo tale che tutti gli attori in gioco, collaborino fra loro per giungere verso obbiettivi comuni.
Mantenere le caratteristiche e riscoprire i valori sopiti dei luoghi in cui mi trovo ad operare, diventano un motto imprescindibile da cui partire, secondo una filosofia che considera le 3T (Terra, Territorio, Tradizione) come un patrimonio sociale.
 
Perché l’intensità dei sogni dipende dalla grandezza dei sognatori.
A. Andrea
postato da: prismalo alle ore 16:12 | link | commenti (1)
categorie: pensieri

Domanda

Domanda, indagine, curiosità, riflessione, quello che sia non ha importanza, quello che conta è la rispsota:

La metropoli è rock o è lenta?

postato da: prismalo alle ore 16:03 | link | commenti (3)
categorie: frammenti

Metropoli(s)

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categorie: pensieri

L’architettura moderna

L'architettura moderna nasce da un preciso slancio utopistico, che accomuna molti precursori: quello di costruire con i nuovi materiali degli edifici grandiosi, delle realtà artificiali quasi in gara con la natura, rivaleggianti con le dimensioni geografiche. Ma se questo gigantismo e titanismo lo possiamo trovare non soltanto in Le Gorbusier, bensì anche in altri maestri anteriormente alla prima guerra mondiale, in Erich Mendelsohn, tedesco, e nel nostro Antonio Sant'Elia possiamo però ben di che in questo campo Le Corbusier per primo inserisce d'autorità, come protagonista, l'uomo.
 
Nei colossali edifici di Le Corbusier, invece, l'uomo è sempre, in ogni caso, il centro dell'attenzione: questi giganti non sono più spettacolo da osservare, dall'esterno, ma piuttosto gigantesche impalcature entro cui l'uomo protagonista vive e lavora, e da cui si affaccia ad ammirare il mondo nei suoi beni essenziali: natura, cielo, sole.
 
La formidabile attività industriale dei nostri giorni produce continuamente sotto i nostri occhi oggetti sorprendenti che ci turbano per la loro intima novità. Sono questi oggetti della vita moderna che creano uno stato d'animo moderno. E allora riguardiamo con sgomento la vecchiaia del nostro alloggio, guscio di lumaca che ci serra col suo quotidiano contatto. La famiglia muore e gli uomini si stancano, legati come schiavi a situazioni anacronistiche. Lo spirito di ogni uomo, educato a collaborare quotidianamente con l'evento moderno, ha manifestato, conscio o no, i suoi desideri. Questi desideri si ricollegano fatalmente alla famiglia, istinto base della società: ogni uomo sa ormai che ha bisogno di sole, di calore, di aria pura e di pavimenti puliti. L'operaio, l'intellettuale, non sono in grado di soddisfare le profonde esigenze della famiglia: essi ogni giorno adoperano l'attrezzo che l'epoca moderna ha prodotto, lucido e utile nella sua azione, ma non sono in grado di adoperarlo per il proprio benessere. Non c'è niente di più scoraggiante e di più irritante. Non c'è niente di pronto.
 
"Io faccio dei piani con l'analisi, il calcolo, l'immaginazione, il lirismo. Piani prodigiosamente veri, indiscutibili. Piani prodigiosamente sconcertanti. Essi mostrano l'altra faccia, costruttiva, delle gigantesche opere distruggitnici della guerra. Per entrambi piani e guerra servono le medesime risorse (le tecniche), ma applicate con spirito diverso. I piani mobilitano l'opera umana, ma per servire l'uomo, laddove si è tante volte stupefacentemente consentito di mobilitare il mondo intero per distruggere e assassinare".
postato da: prismalo alle ore 15:50 | link | commenti
categorie: urbanistica

I cinque punti dell’urbanistica.

- Il concetto di autonomia dell'abitazione dalla strada, per la diversità delle loro funzioni: la prima, destinata all'abitare e quindi concepita alla scala dell'uomo; la seconda destinata alla circolazione e quindi progettata alla scala dinamica dell'automobile;

- L'idea di centro direzionale, concepito come nucleo della struttura urbana esclusivamente dedicata alle attività terziarie (le attività produttive dell'uomo si sogliono dividere in: primarie, e cioè agricoltura, caccia e pesca; secondarie, industria; terziarie, tutto il resto, dalle professioni liberali al commercio, dall'impiego ai servizi), e progettato con gli edifici molto alti che pur consentendo un altissimo grado di concentrazione si distribuiscono secondo un notevole diradamento dei volumi;

- La circolazione dell'automobile, distinta da quella pedonale, è svolta a cinque metri dal suolo che attrezzato con giardini, campi di gioco e così via è lasciato alla libera circolazione dei pedoni;

- Il prolungamento degli edifici residenziali proprio in questo terreno sgomberato dalle automobili e ricco di attrezzature di servizio;

- La distinzione anche di forma fra la struttura edilizia residenziale fatta di edifici a nastro su pilotis, con pareti interamente vetrate, e posti in linee parallele a grandi rientranze e sporgenze e gli edifici a carattere direzionale a forma di torre, che hanno finalmente trovato la loro configurazione definitiva nel grattacielo cartesiano.

A dire il vero, i punti dell'urbanistica di Le Corbusier sono ben 95: discussi ed elaborati nei vari Congressi Internazionali di Architettura Moderna, soprattutto ad Atene, nel 1933, essi giungono alla stesura definitiva nel 1942, durante l'ozio forzato cui la guerra e l'occupazione tedesca lo costringono. E la famosa Carta d'Atene, tradotta e conosciuta ormai in tutte le lingue della terra: suddivisa in Osservazioni generali la città e la sua regione (punti da 1 a 8); Stato critico attuale delle città 1. abitazione (da 9 a 29), 2. tempo libero (da 30 a 40), 3. lavoro (da 41 a 50), 4. circolazione (da 51 a 64), 5. patrimonio storico (da 65 a 70); Conclusioni e punti dottrinali (da 71 a 95).

Le Corbusier (1963)

postato da: prismalo alle ore 15:47 | link | commenti
categorie: urbanistica

I principi di Le Corbusier

Nella teoria come nei progetti, Le Corbusier procede per approfondimenti successivi. Ogni enunciato viene lentamente elaborato, limitato, reso sempre più completo, più intelligibile; si integra, a poco a poco, con altri enunciati per formare un unico sistema (ma anche questo aperto: sempre perfettibile).
La stessa cosa succede ai suoi progetti. Partendo dai due estremi opposti del suo campo d'azione la singola cellula abitativa (l'alloggio) e l'intero organismo (la città) egli li sottopone entrambi, e certe volte per decine d'anni, a controlli, rettifiche, cambiamenti, miglioramenti, integrazioni. Perché egli è soprattutto convinto di un fatto: quasi tutti gli organismi architettonici (semplici o complessi; per la residenza o per la vita associata; per la produzione o per il consumo; per la cultura o per la salute pubblica), tutte le funzioni (ossia tutti i bisogni umani) possono trovare soddisfacimento in un numero limitato di soluzioni, e non già in un numero sterminato, tante cioè quante sono in pratica le singole occasioni di costruire: è stato proprio questo anarchismo e questo disordine la causa del caos della città contemporanea, della sua mancanza di armonia, della sua disfunzione.
 
Le variabili di ogni problema sono in numero limitato, come nelle equazioni matematiche. Le variabili dell'architettura sono le condizioni geografiche e climatiche; molto meno quelle dovute a consuetudini locali, ormai livellate dalla civiltà macchinista. Pertanto ad ogni problema esiste una gamma anche estremamente limitata di soluzioni; queste soluzioni, riunite in serie omogenee, costituiscono l'agglomerato urbano, la forma della città.
Sono queste limitate (come numero) soluzioni che costituiscono i vari tipi edilizi, al cui studio Le Corbusier ha dedicato buona parte del suo tempo.
Chiaramente, Le Corbusier per primo è consapevole che alcuni bisogni sfuggono alla legge della tipicità: non soltanto quelli assolti da organismi particolarmente complessi, ma anche da organismi semplici, elementari: primo fra tutti quella stessa casa dell'uomo che egli ha definito "macchina per abitare" (ma abitare, precisa, non vuoi dire soltanto mangiare e dormire. Vuoi dire anche pensare, studiare, riunirsi tra amici, divertirsi).
 
Non ci sono architetture, gli oggetti moderni "hanno preceduto le case e i palazzi perché non esistevano leggi edilizie sbagliate per deformarne lo sviluppo": pertanto la teoria non può consistere, in un primo momento, che in princìpi astratti; l'esemplificazione deve essere data proprio attraverso gli oggetti d'uso comune, le macchine, gli utensili, gli aerei (macchine però, al servizio dell'uomo).
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Adriano... Celentano

postato da: prismalo alle ore 15:11 | link | commenti (2)
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Adriano in TV

Torna in Tv Celentano e a distanza di tempo torno ad avere qualcosa da dire.
Adriano torna con uno "spot" elegante e raffinato raccontando contorti labirinti entro cui muovesi con cautela, tra un potere che spesso soffoca ed una visione della vita che, al contrario, rimane fedele ai propri ideali da più di mezzo secolo.
Adriano è personaggio, è attore, è comico e giullare, il “re degli ignoranti”, ma se tutti gli ignoranti fossero come lui, forse, ci sarebbero meno persone intelligenti in giro e il mondo andrebbe molto meglio. Il portafogli è sempre nella tasca posteriore dei jeans o nella tasca interna della giacca, ma i principi vengono sistemati con maestria all’occhiello delle giacca, curandoli verso un pensiero comune che non esula dal successo.
L’uomo Cementano ritorna mirando con raffinata eleganza ai temi di attualità più delicati e in tutti riesce a fare centro e non perché sia un tiratore infallibile, ma solo perché parla come molta gente comune e pensa come Lei, capisce e si indigna, si lamenta e, cosa più importante, osserva (cosa che forse fanno sempre meno le persone “intelligenti”).
L’ignoranza dovrebbe essere qualcosa che non riesce ad arrivare per mancanza di strumenti, qualcosa che non riesce a farsi capire dai più, ma da quello che vedo pare il contrario.
 
Il potere logora chi non ce l’ha” (Giulio Andreotti)
 
Il potere logora chi ce l’ha” (Andriano Celentano)
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Comuni e Celentano

«Il potere è pericoloso perchè se non lo controlli ti spinge a fare cose pericolose come la guerra o la costruzione di inceneritori che spargono le polveri sottili. E quando le respiriamo vanno direttamente nel sangue e fanno venire il cancro. I comuni lo sanno questo. Sono i comuni di tutto il mondo i distruttori dell'umanità, i primi mandanti delle più grandi stronzate commesse sul pianeta. I comuni di destra e di sinistra hanno deciso di costruirne altri 180 perché se noi invece di incenerire i rifiuti inceneriamo il popolo risolviamo il problema».
 
Andriano Celentano
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