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mercoledì, 30 aprile 2008

Casa studenti in Portogallo

Sull'isola di São Miguel, nella zona est di Ponta Delgada, la casa per gli studenti si innesta come un pettine nel paesaggio. Design Pedro Machado Costa, Célia Gomes, A.S*.

Per molti aspetti, il Portogallo è un Paese tradizionalista e conservatore. Il nuovo è generalmente malvisto, a meno che non venga presentato nella cornice snob di una mostra – d'altra parte, tutti in fondo sanno che non si tratta d'altro che di un mezzo per apparire all'avanguardia. In un contesto del genere, nonostante l'esistenza di molti noti e rispettati professionisti, non sorprende se l'architettura portoghese non è innovativa e gli architetti più giovani hanno a malapena la possibilità o la determinazione per dimostrare il loro valore. La generazione Y, così l'ha defi nita Pedro Gadanho in Metaflux, si divide tra battistrada e gregari, il che non lascia spazio ad alcuna ambiguità o incertezza: o si segue l'approccio tradizionale, insegnato all'università, oppure, per uscire dal "Paese della noia", si assumono le infl uenze globali e si comincia a esplorare una propria strada.

Una generazione divisa, quella degli under 40, ha avuto tuttavia l'opportunità di viaggiare e sperimentare la vita e l'architettura a un livello più globale, maturando esperienze accademiche e professionali al di fuori dei confi ni nazionali. Pedro Costa e Célia Gomes di a.s* ne fanno parte, e ora, partendo dalle innegabili infl uenze che il loro soggiorno in Olanda e a Macao ha avuto sul loro processo progettuale, hanno il diffi cile compito di iniettare la contemporaneità e la diversità nell'architettura portoghese. L'University Residence, sorto sull'isola di São Miguel, nelle Azzorre, occupa una parte importante in questa ricerca professionale. Il concorso si è tenuto nel 1998, ma sono stati necessari nove anni per sviluppare completamente il progetto. Il sito fa parte di un'area industriale alla periferia del capoluogo, Ponta Delgada, un misto di vecchi edifi ci industriali e scadente edilizia popolare di periferia. Del resto, come ha scritto Manuel Gausa: "La città contemporanea non può continuare a essere assimilata a un singolo luogo ideale – da completare o ricostruire – né a un unico o possibile modello formale, ma dovrebbe piuttosto essere considerata uno spazio molteplice, decomposto e imbastardito, dinamico e perennemente incompleto fatto di coesistenze ed evoluzioni interattive e collegate".

Questo progetto può essere descritto come il "luogo dei luoghi", come risultato di un approccio negoziato tra edifici e paesaggio. Le componenti del programma (alloggi e relative strutture per trecento studenti) risultano distribuite su quattro edifici sospesi sopra una sequenza di strisce di terreno coltivato a parco, ognuna con caratteristiche diverse. La Car Parking Strip e la Urban Stroll Strip fungono da area di connessione; la Green Strip è una frontiera visuale, la Central Park Strip gestisce la distribuzione interna, mentre la Events Strip è il luogo in cui accadono le cose: un aranceto, un campo di gioco, un giardino e un labirinto per gli amanti, una pista ciclabile e, infine, il sentiero rurale conosciuto anche come Canada and the Meadow Strip, un'area verde multiuso. Si tratta di un lavoro tra il poetico e il pragmatico, che ha portato qualcosa di nuovo in Portogallo grazie a un approccio originale all'architettura, in cui la tradizione si fonde con la contemporaneità. Esplorando incessantemente nuove strade per la pratica architettonica, con questo progetto a.s* stabiliscono un punto di svolta per la giovane generazione di architetti portoghesi.

postato da: prismalo alle ore 19:38 | link | commenti
categorie: urbanistica

Un nuovo museo d'arte per Milano

Uno scroscio di applausi chiude l'emozionata presentazione di Daniel Libeskind in Triennale: il suo nuovo museo di arte contemporanea di Milano sarà la calamita del nuovo quartiere residenziale "motore dello sviluppo economico" che sostituirà lo storico polo fieristico della capitale morale.
Alla platea il progetto è piaciuto: tra i collezionisti era è quella di essere il prodotto di una torsione che, a partire presente anche il Conte Panza di Biumo che purtroppo la sua collezione l'ha già collocata altrove. L'arte contemporanea prende il posto del design, dato che nel frattempo è stato aperto a tempo di record in Triennale quello che il Sindaco definisce "il più innovativo museo del design del mondo". Con un simile gioco di prestigio anche il nuovo museo di arte contemporanea nascerà senza una vera e propria collezione. Potrà contare sulla collezione Boschi e altri "giacimenti privati diffusi sul territorio", senza un curatore ("ma ce l'avrà", garantisce il Sindaco) e con fondi limitati ("quello dello stanziamento è, in effetti, un problema", riconosce Davide Rampello, Presidente della Triennale e anfitrione della presentazione).
La prima immagine su cui fa leva Libeskind è l'uomo vitruviano di Leonardo: ma sembra avere il valore degli stivali da cowboy o la bandiera a stelle e strisce appuntata sul bavero che Libeskind ha già esibito nel salotto televisivo di Oprah Winfrey per giocare la carta del patriottismo, durante i giorni della corsa affannosa per vincere la commissione del nuovo World Trade Center. In cima alla torta millefoglie cui assomiglia il rendering del museo, Libeskind ha così collocato un bel giardino all'italiana con accurati labirinti di siepi di bosso; sotto, grandi campiture di marmo di Candoglia ("proprio come quello del Duomo"). Non manca neanche il riferimento alla romanità: il piano terreno sarà un'immane calidarium. Un fenomenale concentrato di stereotipi racchiude dunque la visione che ha ispirato il progetto del museo: il primo per una città che il Sindaco assicura essere anche il terzo mercato per l'arte contemporanea, dopo Londra e New York. Milano, che finora non ha mai avuto un museo d'arte contemporanea, con l'intervento di Renzo Piano nelle dismesse aree Falck di Sesto San Giovanni, improvvisamente potrebbe trovarsi ad averne due.
L'uomo vitruviano è la matrice del disegno che genera la torsione del volume dell'edificio: una montagna di pietra che sembra plasmata da un vento capriccioso, forse lo stesso che ha prodotto le torsioni delle altissime torri di Hadid e Isozaki, gli architetti che hanno messo una firma in bianco (i loro progetti pare non piacciano nemmeno a chi dovrebbe costruirli) sulla pantagruelica speculazione di CityLife. Una mise-en-scène perfetta, quella in Triennale, calzante rappresentazione di una stortura: nessuno sapeva nulla del nuovo museo, la conferenza stampa è stata indetta all'ultimo minuto e riservata a una ristretta cerchia di addetti ai lavori. Dov'era la città? Dov'è quando si è tenuto il dibattito per un incarico importante, in grado di movimentare, dare vita, innescare processi di trasformazione della città? Perché – va detto con chiarezza – la città non è stata chiamata in alcuna forma a partecipare, pur sobbarcandosi il peso degli oneri di urbanizzazione; malgrado il Comune abbia concesso una volumetria più che doppia in deroga alle normative urbanistiche.
Non è più tollerabile una politica architettonica e urbanistica basata sul fatto compiuto e comunque è difficile credere che possa fare da "polo di attrazione", per attirare migliaia di visitatori, un volume tozzo la cui unica attrattiva da una base quadrata, genera un'immane terrazza tonda; piazzato come un triste mausoleo al centro di una cittadella chiusa da un muraglione di condomini, alto quasi 100 metri, su cui svettano le torri ingobbite di Hadid e Isozaki. Vengono alla mente le parole di Herbert Muschamp, compianto critico d'architettura del New York Times, fustigatore della gratuità di certa architettura contemporanea, che a proposito dell'obelisco Libeskind ficcato su Ground Zero scrisse: "Sorprendentemente privo di gusto, emotivamente manipolatorio, prossimo alla nostalgia e al kitsch".

postato da: prismalo alle ore 19:32 | link | commenti
categorie: urbanistica
martedì, 11 marzo 2008

Il Parkour

Il Parkour è l'arte di sapersi spostare.
Muove i suoi passi dal metodo naturale di Georges Hébert. Hebert era un militare francese della fine '800 che ha formalizzato un metodo di allenamento per l'addestramento delle truppe. La sua idea è che il miglior modo per allenare un uomo è farlo esercitare nei movimenti naturali che lui sa fare in situazioni che la natura gli presenta e gli richiede. Il motto dell'Hebertismo è "Essere forti per essere utili". Da questa teoria il parkour nasce come vero a proprio percorso di preparazione atletico/fisico/mentale per rendere l'atleta in grado di muoversi con disinvoltura ed efficienza nell'ambiente urbano e naturale. E' evidente che secondo questa formulazione tutto quello che è spettacolo, coreografia e acrobatica non è parkour.
Il principale obiettivo di questa disiplina è quello di raggiungere la padronanza del corpo e della mente per superare gli ostacoli che ci circondano tracciando un percorso che vada da un punto A ad un punto B nella maniera più fluida possibile.
Molto spesso all'interno dei percorsi vengono inseriti elementi di Freerunning, ovvero viene espressa una parte più creativa che efficiente. L'importante è comprendere che parkour non è una gara a chi fa il salto più alto o più bello,il parkour è un PERCORSO, senza alcuna forma di competizione fra i praticanti. La competizione è con te stesso per cercare di innalzare il tuo limite dopo aver preso coscienza delle tue possibilità.
I praticanti del parkour, chiamati "traceurs" ovvero "creatori di percorsi", aspirano a superare in modo creativo, fluido, atletico ed esteticamente valido le barriere naturali o artificiali che si trovano sulla loro strada. Per riuscirci utilizzano corse, salti, volteggi, cadute e arrampicate.
Ma il parkour non è solamente un puro esercizio fisico, perché il confronto con gli ostacoli materiali spinge il traceur alla scoperta dei suoi limiti e quindi del suo essere all'interno dell'ambiente che lo circonda. Affrontando la paura spesso ci si accorge che le nostre potenzialità vanno oltre i confini che diamo per scontati.
Per questo il parkour è sia uno sport che una filosofia di vita quotidiana.
Il padre riconosciuto di questa disciplina è il francese David Belle che verso la fine degli anni '80 iniziò a praticare in un ambiente urbano (precisamente a Lisse, un sobborgo di Parigi) le tecniche apprese giocando da bambino nei boschi della campagna francese.
Da allora questo sport ha fatto proseliti nel mondo, soprattutto in Francia e Inghilterra.
Lo scopo del parkour, quindi, è spostarsi nel modo più efficiente possibile. Per efficiente si intende: sicuro,semplice e veloce. Per distinguere cosa è parkour da cosa non lo è basta pensare ad una situazione di fuga: tutto quello che può tornare utile per fuggire è parkour.
Il Parkour, abbracciando come ideologia il Metodo Naturale di Hebert, prevede un allenamento lento, progressivo e graduale per migliorare tutte le caratteristiche atletiche dell'individuo che deve avere come unico scopo il costante miglioramento delle proprie capacità. Molti novizi cercano di accelerare i tempi (uso di attrezzatura, materassi, palestra, ricerca disperata di istruttori) e di imparare più rapidamente possibile, ma questo è parzialmente contrario all' ideologia di base del Parkour, infatti l'ambiente (naturale o urbano) che ti circonda è in grado di insegnarti tutto quello di cui hai bisogno per muoverti in esso e per rispettare il tuo corpo. Si deve imparare ad "ascoltare" i segnali del proprio corpo in modo da riuscire ad allenarsi ricercando un lento, ma costante e progressivo miglioramento. Il raggiungimento di questa coscienza di se, delle proprie "sensazioni" e dei propri limiti richiede tempo, visto che si basa sull'esperienza diretta. Il formarsi di questo bagaglio di conoscenza richiede di vivere in prima persona numerose e diverse esperienze, spesso spiacevoli se affrontate con frustrazione (insicurezza, paura, senso di incapacità, lentezza nel progresso).
postato da: prismalo alle ore 13:11 | link | commenti
categorie: urbanistica
domenica, 10 febbraio 2008

Storia della musica industriale

Prima di tutto può sorgere spontanea una domanda: cos’è la musica industriale? La musica industriale è nata a cavallo della metà degli anni settanta, e il termine è stato coniato dal gruppo che ha esordito in questo stile, i Throbbling Gristle.
Il genere ha proposto tantissime correnti e sottogeneri, ma in generale questa è una musica che esprime la malattia e il disagio dell’uomo nei confronti della "sconfitta" della società industriale: il settore secondario che, con secoli d’aberrazioni e sfruttamento dell’individuo, ha portato il mondo operaio ad isolarsi sempre più dal concetto di vita normale; si accettano come realtà lavori che azzerano la creatività da sempre insita nell’uomo e nel suo intelletto, si automatizza anche la vita dello stesso lavoratore, creando disagio e la tanto "amata" alienazione - oramai un vero e proprio marchio di fabbrica, portato da ogni stressato uomo della società occidentale.
In generale si propone come un’elettronica minimale, ritmata, ricca di campionamenti di sonorità industriali (es. martelli pneumatici, presse idrauliche, ogni sorta di rumore di fabbrica), arricchita da voci perversamente distorte e malate, per ricreare in musica e denunciare le più grandi aberrazioni umane - le già citate sensazioni di alienazione, la solitudine, le perversioni più bieche, il lavaggio del cervello creato da televisione e religioni di massa oltre che da quello provocato delle sette varie; insomma tutto lo sporco e le cose che i governi negano e non dicono.
Culturalmente l’industrial fu fortemente influenzata da scrittori scomodi come W.Burroughs, l’autore di "Pasto nudo" e "La scimmia sulla schiena", (con la sua tecnica del cut-up); da J.G.Ballard, autore di "La mostra delle atrocità" e di "Crash", e forse in tono minore anche da personaggi come il marchese De Sade e Aleister Crowley, anche se Crowley veniva citato più per far scalpore che per altro…
Ufficialmente si cominciò in Inghilterra, nella periferia di Londra, con i già citati Throbbling Gristle, il 3 settembre 1975: l’anno di costituzione fu fissato esattamente trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale per alludere all’inizio di un’altra guerra combattuta a livello ideologico e sociale, una guerra contro il sistema.
E da qui furono partorite varie branche del genere, quello più propriamente elettronico e a tratti ambientale, e quello più punk ed in alcuni casi estremizzato fino a suoni metal.
Si ebbe all’inizio una corrente tutta inglese, a partire dai già citati Throbbling Gristle, passando attraverso i primi Human League, (solo quelli di "Reproduction", attenzione!), per approdare alla fredda new wave robotica di Cabaret Voltaire e Clock Dva, e al nichilismo degli australiani naturalizzati inglesi SPK. Più tardi a metà anni 80’, i Coil arricchirono il sound rendendolo poeticamente apocalittico con album storici quali "Horse Rotorvator" e "Scatology".
Questo stile comincia ad infettare anche il resto d’Europa, a partire dal Belgio che inizia a sfornare dozzine di gruppi tra i quali i famosissimi Front 242, autori di una marziale musica elettronica basata principalmente su un uso smodato di ritmiche ossessive con bassi sintetici e drum machines; altre band del nord Europa da citare sono Dive, Klinik, Insekt, Noise Unit, Vomito Negro, Mussolini Headkick…
In particolare analizziamo D.A.F. ed Einstuerzende Neubauten: due band tedesche; i primi, scomparsi prestissimo dalle scene, autori di una musica elettronica fra kraut-rock e post-punk elettronico, famosissimi per il singolo (fintamente scandalo) "Der Mussolini"; i secondi tuttora attivi e famosi per i loro concerti distruttivi e apocalittici, a causa dell’uso di flessibili, trapani, lamiere e martelli pneumatici, il tutto alternato a momenti acustici di ballad dal gusto cantautorale tedesco.
In questi anni nasce un altro sottogenere: l’E.B.M., electro body music, di cui abbiamo già citato i fondatori D.A.F. e Front 242, a cui possiamo aggiungere il duo dei pionieri new-yorkesi Suicide, (già attivi sin dal 1971), autori di un’elettronica ballabile e minimale molto vicina nell’attitudine a gruppi come Joy Division e Velvet Underground; il genere E.B.M. propone quindi una musica aggressiva a cavallo fra dance e rumorismi vari.
In Germania altri due importanti gruppi si muovono in questa direzione, aggiungendo sonorità metal: i KMFDM, più orientati verso un'originale tecno-metal e i metallici Die Krupps, padri putativi dei Rammstein, tanto per far un nome…
Altri importanti gruppi sono: gli svizzeri The Young Gods, che mescolano musica d’autore francese e musica punk-industriale, famosi per essere un trio formato da solo batteria, voce e campionatore, i nostrani Pankow (con sonorità in rigoroso stile europeo), famosi anche all’estero insieme ai veneti MeatHead, (con stile vicino a gruppi come Cop Shoot Cop e Ministry) e i Tasaday autori di una ricercata musica ambient tribale industriale.
Anche in Nord America fioriscono gruppi di questo genere: in Canada abbiamo due gruppi storici sulle scene tutt’ora, i perversi Skinny Puppy e una loro costola staccatasi a metà anni 80, i Front Line Assembly. I primi sono autori di un industrial morboso ricco di campionamenti e urla "eroinomani", fra il punk e la new wave, una musica arricchita soprattutto a cavallo della fine degli 80’ da ritmiche allucinanti e in tempi dispari; i secondi sempre carichi di voci distorte e campionamenti, ma sicuramente più ballabili e marziali.
Negli Stati Uniti abbiamo vari importanti fenomeni: il primo è il sarcastico Jim Thirlwell, alias Foetus, produttore e musicista industriale di prim’ordine, precursore già nei primi 80 di suoni tanto cari ai futuri Nine Inch Nails e Korn. I secondi sono i Ministry, creatori di un disco, "A land of rape and honey", nel 1987, che cambierà per sempre il modo di concepire la musica rock aggressiva di tutto il mondo, un precursore di tutto il calderone crossover e metal più sperimentale degli anni a venire. I Ministry nascono come gruppo new wave, per poi diventare prima con l’album "Twich" E.B.M., e poi tecno-harcore-metal con l’album già prima citato. Il look (capelli rasta lunghi e cappellaccio da cow-boy nero…in anticipo di ben 10 anni sui vari korn-deftones) e le liriche dei testi al vetriolo (apocalittiche e crudamente accusatorie verso il perbenismo della chiesa americana), del cantante-chitarrista Alain Jourgensen, hanno fatto di lui uno dei personaggi più importanti nel genere, anche se sempre troppo ingiustamente sottovalutato.
Altri gruppi si sono uniti con nuove sonorità al metal industriale; a partire dal 1987 i Godflesh, autori di un metal acido e psichedelico ricco di momenti di pura alienazione sonora: una vera e propria industria in musica… Poi i new-yorkesi White Zombie e Prong e i californiani Nine Inch Nails, autori di un sound precursore dei vari movimenti crossover metal moderni.
Altri gruppi di moderno industrial metal sono, tanto per citar qualche grosso nome, i sopravvalutatissimi Marilyn Manson e Rammstein, i Pitchshifter, i Dope, gli apocalittici Neurosis, gli Skrew, i Crisis, e i _Rob Zombie.
Concludo dicendo che la musica industriale, più che un unico genere, è un movimento che si è insinuato nella società, e non solo musicale, in quella cinematografica con film come: Scanners, Heraserhead, Videodrome, Il Tagliaerbe, Matrix, Strange Days, Doom Generation, Tetsuo, Hardware, e anche in quella letteraria, basti pensare a tutto il movimento di letteratura Cyberpunk iniziato con Philip Dick e W. Gibson.
postato da: prismalo alle ore 11:55 | link | commenti (2)
categorie: frammenti
domenica, 27 gennaio 2008

Enrica Borghi

Nata a Premosello Chiovenda (VB) nel 1966, si è forma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, diplomandosi in Scultura nel 1990.
Lavora con materiali di scarto, in particolare PET e PVC, con cui realizza oggetti reali legati al mondo femminile.
Ha fondato nel 2005 un’associazione che si occupa di cultura contemporanea, Asilo Bianco con cui realizza progetti particolarissimi, conferendo nuova identità e valore estetico ai materiali  più quotidiani, anche di scarto. Tra le sue opere La Regina presentata al Museo di Rivoli nel 1999, la finta rivista di moda Borghi in Fashion (2001), il libro Zapping in love (2002). Recentemente ha presentato a Nizza la personale L’avant-scène ed ha esposto al Chelsea Art Museum di New York.
 
Patchwork city
Enrica Borghi lavora con materiali di recupero di cui reinventa uso e significato. In mostra l’artista propone una riflessione attorno alla tematica della progettazione e costruzione di una città ideale, utilizzando cartoni di Tetrapak legati tra loro da ‘centrini’ costruiti all’uncinetto con fettucce di plastica. Il pubblico parteciperà alla progettazione delle nuove parti di questa città in continua espansione e trasformazione. Utilizzando i grossi gomitoli presenti in mostra ed i diversi contenitori Tetrapak, ogni visitatore potrà creare strade, quartieri, spostare abitazioni ed isolati, misurandosi con la propria idea di città,  sia dal punto vista funzionale che formale.
Negli spazi della mostra l’artista installerà anche Biòboutique (2002), fittizio negozio al femminile, in cui ogni prodotto è realizzato con materiali di riciclo.
 
  
  
postato da: prismalo alle ore 11:01 | link | commenti (1)
categorie: urbanistica

Le trame di Penelope

Enrica Borghi, Alice Cattaneo, Name Diffusion
Opere e workshop
10 novembre 2007 – 10 febbraio 2008
Inaugurazione 10 novembre 2007 ore 19.00
Mostra a cura di: Emma Zanella
 
Descrizione
Tre donne di tre generazioni differenti si incontrano alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate grazie ad un unico progetto espositivo in divenire, leggero e attrattivo per il pubblico, che si sviluppa in momenti temporalmente differenti, ma strettamente legati tra loro: sabato 10 novembre 2007 si inaugura la mostra Le trame di Penelope: Enrica Borghi, Alice Cattaneo, Name Diffusion. Opere e workshop.
Si tratta di una mostra “in progress” fluida e dinamica, all’interno della quale, accanto a opere compiute che documentano la loro ricerca artistica, le artiste metteranno in atto grandi workshop basati sul frammento e sulla risignificazione di materiali quotidiani.
La Biòboutiquedi Enrica Borghi (2002, installazione di bottiglie di plastica e materiali vari), le opere video di Alice Cattaneo da Singer (2004) a 13video (2005), le installazioni di Name Diffusion come Name collection (1992, installazione, materiali vari) e Business art/art business (1993) si propongono quali punti fermi della mostra, stanze compiute che accompagnano il visitatore e lo inducono a entrare nel pensiero creativo di ciascuna artista.
Accanto alle opere “ferme”, le artiste metteranno in scena grandi workshop ottenuti con un lavoro collettivo e di atelier e con materiali differenti: frammenti di plastica e di Tetrapak per Enrica Borghi, frammenti di tessuti per Name Diffusion, figurine-stickers per Alice Cattaneo.
Nei mesi di apertura della mostra lo spazio espositivo della Gam diverrà così un vero e proprio laboratorio di idee, incontri, relazioni guidate da artiste che hanno percorso e percorrono ricerche assolutamente indipendenti, ma che sono accomunate da un’analoga sensibilità nel trattare i materiali “minimi” con cui lavorano e nel coinvolgere il pubblico in atelier globali per i quali fondamentale sarà la collaborazione con il dipartimento didattico del Museo, che guiderà il grande pubblico nei workshop e nell’elaborazione dei progetti artistici.
La stessa idea di temporalità e fluidità è trasmessa anche al catalogo, strumento di lavoro e di lettura della mostra, cahier de voyage, aperto, dinamico e capace di rendere conto della trasformazione delle opere: le immagini infatti potranno essere integrate sia in mostra, sia attraverso il sito della Gam, stampando il reportage fotografico in tempo reale, durante i tre mesi della mostra.
 
Curricula
NAME DIFFUSION
Associazione e “impresa” creata da Marion Baruch nel 1990 e registrata alla Camera di Commercio di Milano, realizza progetti artistici basati sulla condivisione di esperienze di comunicazione collettiva, antropologica, cosmopolita, attraverso l’utilizzo o il riutilizzo di materiali semplici, intesi concettualmente come elementi di aggregazione e confronto.
Composta da Marion Baruch, Myriam Rambach e Arben Iljazi, Name Diffusion é attiva soprattutto in Francia, ma lavora in tutta Europa partecipando a progetti di portata internazionale come:
Micropolitiques, Grenoble 2000; Contemporaines, genre et rapresentation, Parigi 2002, Mobilites, Parigi 2004; Biennale de Paris 2006.
 
ENRICA BORGHI
Nata a Premosello Chiovenda (No) nel 1966, attualmente vive e lavora ad Ameno sul Lago d’Orta. Si è formata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera diplomandosi in Scultura nel 1990.
Lavora con materiali di scarto, in particolare bottiglie di plastica colorate, con cui realizza oggetti reali legati al mondo femminile.
Ha fondato nel 2005 un’associazione che si occupa di cultura contemporanea, Asilo Bianco, ed ha partecipato al progetto Dance Break (Torino) con la performance Out of Blu. Tra le sue opere La Regina presentata al Museo di Rivoli nel 1999, la finta rivista di moda Borghi in fashion (2001), il libro Zapping in love (2002) e Bio-boutique presentata nel 2004. Recentemente ha presentato a Nizza la personale L’avant-scene ed ha esposto al Chelsea Art Museum di New York.
 
ALICE CATTANEO
Nata nel 1976 a Milano, dove vive e lavora, Alice Cattaneo realizza installazioni, sculture e video attraverso i quali esplora la “banalità” materiale di oggetti e situazioni. La caratteristica più sorprendente del suo lavoro è la capacità non comune di ottenere risultati straordinari con mezzi molto semplici.
Dopo aver conseguito un Master in Scultura presso il San Francisco Art Institute nel 2004, ha partecipato a decine di rassegne collettive negli Stati Uniti, in Europa e Italia (21st Century Video Art, San Francisco, 2003; La donna oggetto, Vigevano 2006; Apocalittici e Integrati. Utopia nell'arte italiana di oggi, Roma 2007), ha vinto numerosi premi (Premio Ratti per l’Arte 2006) e ha tenuto alcune importanti mostre personali (Concrete Particularities, San Francisco, 2004, Galleria Suzy Shammah, Milano 2005; Analix forever Ginevra, 2006).
postato da: prismalo alle ore 10:54 | link | commenti (1)
categorie: frammenti
venerdì, 25 gennaio 2008

Intervista a Rem Koolhaas

Koolhaas: com’è no global l’architettura di oggi.
GENIALE, imprevedibile, dissacrante, ha un nome, Rem, che per un curioso
segno del destino, indica la fase del sonno in cui si sogna di più. Ma Rem Koolhaas ha realizzato sogni ad occhi aperti che ormai fanno parte della storia dell’architettura. Quest’olandese di 59 anni, ed è alto quasi un metro e 90, ha un’immaginazione fervida e innovativa che gli ha permesso, con inarrestabile progressione, di essere un acutissimo teorico di architettura (il suo Delirious New York del 1978, pubblicato in Italia da Electa, fa parte dei saggi cult che segnano un’epoca), uno dei progettisti-simbolo degli ultimi vent’anni e un «architetto-filosofo-artista capace di ampliare la nostra concezione di città e civiltà», come sostiene Bill Lacy, direttore del prestigioso Premio Pritzker.
Modernista per alcuni, decostruttivista per altri (ma lui rifiuta ogni gabbia critica), Koolhaas ha ottenuto, qualche giorno fa a Roma, il Praemium Imperiale (il Nobel delle arti istituito dalla Japan Art Association) e vanta alcune delle opere più stimolanti del recente panorama architettonico: il Dance Theatre dell’Aja, la Biblioteca pubblica di Seattle, l’ambasciata d’Olanda a Berlino, il Grand Palais di Lilla, l’Auditorium di Porto, il Kunsthal di Rotterdam, il negozio di Prada a Manhattan che ha rivoluzionato il concetto stesso di shopping. Il suo quartier generale dell’Office of Metropolitan Architecture, a Rotterdam, è un’inesauribile fabbrica di invenzioni che stanno cambiando gli spazi di molte città del mondo. Famoso per le sue idee radicali e poco convenzionali, non manca occasione per essere all’altezza della propria fama. Magari consumando una classica colazione all’italiana in un grande albergo di Roma.
Mister Koolhaas, quali sono i luoghi, le città, i paesi della progettazione più interessanti del momento?
«La cosa più interessante e forse sorprendente è che il nostro mondo globalizzato, da questo punto di vista, non lo è affatto. Ci sono enormi differenze tra regione e regione, tra un continente e l’altro. Fare architettura in America è oggi una cosa molto diversa dal farla in Europa o in Asia. Credo che in America, da due anni, ci sia una decisa tendenza, suggerita dalla politica, per uno stile retorico che è la faccia architettonica dell’attuale patriottismo yankee. L’Europa, invece, si muove con una certa ambiguità, oscillando tra conservatorismo e l’esigenza di un rinnovamento. In Asia, soprattutto in Cina, mi sembra che ci sia un clima più stimolante, una forte partecipazione per definire un futuro che non sia la ripetizione del passato. Non c’è la ricerca di effetti di superficie ma di qualcosa di più profondo».
Lei, che è considerato il più brillante e significativo studioso di New York, ritiene che dal 1978 a Manhattan non è stato fatto niente di importante: è più ottimista per il prossimo futuro?
«Credo che oggi tutti siano d’accordo che, negli ultimi trent’anni, a New York non sia stato creato nulla di veramente buono... C’è, dunque, la volontà e l’ambizione di una svolta. Ma, a parte questo, non sono troppo ottimista. Mi sembra che l’11 settembre sia stato un terribile choc per New York ma non abbia dato una spinta a un cambiamento, a una sua ridefinizione. Il nuovo progetto per Ground Zero è l’espressione della memoria e del ricordo, che per l’amministrazione Bush è un obiettivo molto importante. Posso anche capirlo. Ma non sarà questo a darci una nuova New York».
E’ rimasto, anche dopo l’11 settembre, un sostenitore della città verticale?
«Non sento alcun tipo di fedeltà alla tipologia del grattacielo. In questo momento, credo che sia una curiosa tipologia. E’ stata inventata intorno al 1870 e, dopo, non è più stata ridefinita o almeno sviluppata in un modo più interessante. Oggi, negli Stati Uniti, possiamo vedere le conseguenze di questo lungo stallo. Il grattacielo si trova dappertutto ma come tipologia è morto. Si afferma in termini quantitativi, è grande . Ma è una cosa morta. La cosa interessante del grattacielo non è il fatto che possa essere alto, altissimo e sempre più alto, quanto quello che consente una serie complessa di funzioni e di relazioni sociali. Questo, però, può avvenire anche in edifici meno verticali. Insomma, il grattacielo è ancora una struttura interessante ma non lo è la sua attuale versione, che è una cosa morta».
Quanto conta per lei l’idea di movimento, che mi sembra uno degli aspetti più significativi della sua architettura?
«Conta molto perché adesso tutto è movimento. Sono interessato a quelli che io chiamo i flussi, perché secondo me è uno dei problemi-chiave della società in cui viviamo. In passato, gli architetti potevano anche trascurarli perché non c’era mai stata una circolazione così frenetica di persone nelle nostre città. Oggi, però, questi flussi coinvolgono milioni o decine di milioni di persone e un architetto deve tenerne conto. L’architettura non è mai stata costretta a confrontarsi con una simile crescita e mobilità delle popolazioni. Questa è la ragione per cui un architetto deve oggi sforzarsi di rivolgere la sua attenzione agli spazi pubblici e dare loro una speciale qualità, come ho cercato di fare negli ultimi due anni con la Libreria pubblica di Seattle e lo shopping center di Prada a New York».
In una recente intervista, però, lei ha detto che la città del passato era una città “pubblica e gratis” mentre quella del futuro sarebbe stata una città “privata e a pagamento”?...
«No, attenzione. E’ il contrario. C’è un equivoco su questo... Io credo che negli anni 80 e 90 ci sia stata una progettazione intensissima. Ma è stato il periodo in cui, sia in America che in Europa, l’economia di mercato si è imposta come il sistema dominante. Questo ha costretto gli architetti, anche quelli impegnati in progetti di pubblico interesse, a fare spesso i conti con committenti privati e con grandi compagnie. E’ stata una tendenza molto marcata che, personalmente, mi ha preoccupato e mi preoccupa. Alla fine, si tratta di decidere se siamo al servizio di interessi generali o commerciali. In Cina, sto realizzando il quartier generale della televisione di Stato, che dovrebbe essere ultimato nel 2007. Una delle cose più belle ed eccitanti è la possibilità di lavorare liberamente, senza i condizionamenti del mercato».
Lei si è spesso occupato di quelli che sono stati definiti junk-spaces, spazi-spazzatura, come gli ipermercati o gli aeroporti... Perché?
«Perché, in una società come la nostra, dobbiamo viverci. Si tratta di spazi che subiscono continue trasformazioni. Debbono modificarsi senza sosta, perché le loro funzioni e le loro esigenze cambiano. Capirne l’evoluzione è una delle sfide che dobbiamo raccogliere. Il nostro mondo non è statico. E’ spinto da un dinamismo perenne che rimette tutto in discussione. Nel bene e nel male, possiamo imparare tante cose dagli spazi-spazzatura. E rendere gli altri molto più vivi».
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categorie: urbanistica
domenica, 13 gennaio 2008

Performa 07 NY

Fino a pochi anni fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulle performance artistiche o sul concetto di post-neo-happening. Il mondo dell'arte stava procedendo a tutta velocità verso un certo tipo di produzioni in stile hollywoodiano, e gli artisti erano ossessionati dall'idea di girare film con le star del cinema. Le performance? Diamoci un taglio! Parlarne sarebbe stato come mettersi a dissertare dell'arte del ricamo durante il periodo dell'espressionismo astratto. Gli 'happening', definizione creata negli anni Sessanta dall'artista Alan Kaprow, oppure le performance, erano visti come l'equivalente scientifico dell'aggettivo 'noioso'. Quando RoseLee Goldberg – storica della quale conosciamo, pubblicata da Thames and Hudson, Performance Art: From Futurism to the Present, nonché esperta in questo campo con numerose collaborazioni con l'artista e musicista Laurie Anderson – ha avuto l'idea di creare a New York un'innovativa biennale, tutta dedicata a eventi live di ogni tipo: performance, danza, happening, dibattiti, opere o commedie realizzati da artisti giovani, anziani o di mezza età, nessuno ha pensato che l'iniziativa potesse decollare. Invece ora svetta nel cielo come uno dei più importanti e attesi appuntamenti nel mondo dell'arte contemporanea. Il progetto è stato chiamato, in modo un po' banale, ma abbastanza efficace, "Performa".
La sua prima edizione è stata nel novembre 2005, ha ospitato oltre sessanta eventi e ha avuto il suo momento culminante nella riproposizione al Guggenheim Museum di Seven Easy Pieces, la performance che Marina Abramovic aveva rappresentato per la prima volta negli anni Settanta, e che riproponeva altre sette performance storiche dei suoi colleghi-artisti di quel periodo. Il colpo di genio di RoseLee Goldberg è stato quello di riuscire a captare l'insoddisfazione e la frustrazione della nuova generazione di artisti nei confronti del cinema, che risultava troppo distante dal pubblico reale e spesso sembrava una parodia a basso costo dei film realizzati con un budget serio. Inoltre Goldberg deve aver intuito che oggi l'artista, formatosi nell'era del 'glamour', non è più soltanto egocentrico ma sente il bisogno disperato, in un eccesso di frenesia narcisistica, di esibirsi davanti a un vero pubblico. Non solo: anche il pubblico era ed è stanco di essere rinchiuso in una sala buia a guardare filmetti o video dalle tesi pedanti e dalle trame inconcludenti. Vogliamo l'azione, ed è proprio quello che Performa 05 e la sua nuova edizione di quest'anno, Performa 07, ci hanno dato: azione. Non sempre quest'ultima è stata tanto energica da dover essere ricordata, come nel caso dell'artista italiano Francesco Vezzoli, che ha messo in scena al Guggenheim un remake dell'opera teatrale seminale scritta da Pirandello nel 1917: Così è (se vi pare). Questa performance stravagante metteva in scena come attrici una Cate Blanchett infagottata in un abito di John Galliano e Natalie Portman, oltre a una Anita Ekberg affranta, seduta sul divano rosso a forma di bocca di Man Ray, una presenza superflua e imbarazzante. L'unico elemento positivo che riscattava la serata era il fatto di essere riusciti a mostrare, in modo più o meno deliberato, il desiderio sfrenato del mondo dell'arte di esibirsi a qualsiasi costo. La vera performance era all'esterno dell'edificio di Frank Lloyd Wright, dove uomini potenti e persone qualsiasi, tra cui il sottoscritto, si mettevano in coda tutti insieme, in modo ecumenico e democratico, per poter assistere a questo scherzo titanico. È stato un peccato che l'unico artista italiano coinvolto in Performa 07 non abbia saputo cogliere l'occasione di tirare fuori le palle, come invece hanno fatto altPatsyri artisti in programma dopo di lui. Per nominarne alcuni: la giovane Natalie Djurberg, con le sue animazioni ipnotiche e cupe che ricordano le pubblicità del Fernet Branca. Oppure il pittore Adam Pendleton che ha fatto accompagnare il suo coinvolgente sermone su omosessualità, AIDS e discriminazione da un coro spiritual.
In ogni caso è molto arduo, se non impossibile, descrivere eventi che, per la loro stessa natura, hanno bisogno di essere visti e vissuti in prima persona. Performa rappresenta un caso di successo per tutti coloro che si stanno chiedendo in che modo il linguaggio sempre più contaminato delle arti visive possa interagire con un'esperienza classica, eppur essenziale, come quella di teatro, musica e poesia. Mentre il mondo dell'arte concentra tutta la sua attenzione sui numeri, Performa sembra aver capito che le persone hanno bisogno di altre persone, oggi forse più che in passato. Facendo un atto di fede, si può concludere che, in un mondo in cui tutti si riciclano in "Second Life" l'arte, indipendentemente dal modo in cui viene presentata o rappresentata, può esprimersi al meglio se le viene offerta l'opportunità di mostrare e vivere la sua "first life", la prima, unica vita, e probabilmente anche quella migliore.
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categorie: frammenti

Il corpo è politico

Il punto che mette a fuoco il libro è la relazione tra il lavoro di Matthew Barney e quello di Joseph Beuys. L'arena di questo confronto è il museo Guggenheim di New York, dove entrambi hanno esposto: Beuys nel 1979 e Barney nel 2003. Il confronto è anche indirettamente una celebrazione del museo e della sua capacità di tracciare la dorsale principale dell'arte degli ultimi decenni.
In entrambi gli artisti ciò che viene messo al centro del loro lavoro è l'uso del corpo come strumento di rappresentazione sociale, punto di incontro di tensioni irrisolte cui l'arte si offre come spazio liberatorio. Nei due artisti la visione sociale del corpo mostra infatti tutta la sua carica eversiva e diventa elemento perturbante in grado di far emergere le tensioni sotterranee che percorrono l'individuo all'interno della società contemporanea. In entrambi vi è la forte consapevolezza che l'uso del corpo non sia semplicemente un fatto privato, mettendo in crisi la convinzione che noi possiamo disporre liberamente ciascuno del proprio. Con il processo di secolarizzazione sembrava infatti essere tramontato il dominio sul corpo della religione, ma Matthew Barney e Joseph Beuys dimostrano da due angolazioni diverse quanto il nostro corpo sia fortemente assoggettato allo spazio delle relazioni sociali e talvolta annullato in esso. Come scrive Nancy Spector: "Barney ha certo studiato la prassi polivalente di Beuys e la sua applicazione all'educazione, alla politica, all'attivismo ecologico e alle tematiche spirituali, ma le radici della sua complessa visione cosmologica non si limitano a una sola fonte: la gamma dei suoi riferimenti è polimorfica sebbene alcuni collegamenti possano individuarsi nell'assimilazione cinematografica dei generi teatrali o nell'evocazione dei sistemi mitico-religiosi".
Il confronto tra i due lascia comprendere molto bene quanto la ritualità che concerne il corpo interessi il lavoro di entrambi. Il corpo liberato che accomuna il loro lavoro ne è perciò l'aspetto saliente. In Beuys è l'idea della rinascita dell'uomo sociale attraverso un legame con la natura e le sue esigenze primarie; per Barney il corpo è liberato nel carattere visionario che assumono le sue performance, per lo più filmate, che traggono origine in molti casi dal paesaggio della città di New York – luogo fondamentale per la creazione di un'alchimia delle relazioni umane.
Per Barney si tratta di impiegare lo strumento di un'archeologia del sogno con il quale rivivere lo spazio sociale della città moderna e in cui il corpo appare liberato da ogni costrizione. Egli crea uno spazio aurorale e visionario in cui il suo corpo di performer, protagonista dei video, perde la propria identità sessuale e umana per entrare in una sorta di paradiso artificiale dove i personaggi hanno qualcosa di sovrumano, come la rappresentazione di un'immortalità che ciascuno di noi sente di possedere.
Beuys con la sua opera crea uno spazio magico in cui gli elementi del suo linguaggio, come il feltro e il grasso, interagiscono con il suo corpo nell'azione liberatoria da ogni vincolo ed esprimono una tensione a travalicare ogni separazione dalla natura, che è tipica della civiltà moderna. Per Barney l'elemento centrale è il corpo sognato dall'artista che esprime una consapevolezza collettiva svelata e che sfugge a una rappresentazione dell'uomo a una dimensione della modernità. L'estate scorsa a Manchester, durante la prima della mostra "Il Tempo del Postino", Barney è entrato in scena con un bastone in mano, un copricapo che gli celava il volto e portando sulla schiena un cane vivo che si guardava attorno incuriosito. Questa figura di uomo-artista dalla testa di cane come un moderno Anubi aveva qualcosa dell'immortalità della nostra essenza umana.

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Architettura in Portogallo

Sul confine tra Spagna e Portogallo, l'aereo sorvola uno scacchiere autunnale color terra di Siena: colline bruciate, filari di alberi d'olivo, vigneti e manciate di case bianche sparse nella campagna. Sulle montagne, la vegetazione diventa più rada, lungo il crinale, una fila di mulini a vento: a terra, ombre che si allungano in movimento. Lungo la strada che conduce a Bragança, i parchi eolici sono una presenza familiare: effetto/conseguenza di un piano realizzato dal governo portoghese negli ultimi cinque anni. Fondamentalisti dell'ambiente permettendo, sostenere che le turbine eoliche siano brutte è davvero discutibile. Norman Foster ne ha disegnata una piuttosto elegante per la tedesca Enercon: un maestoso oggetto di design elevato a scala gigante. Nella penisola iberica, invece, i mulini a vento si vedono ovunque: Don Chisciotte non è passato invano. Agli esteti dalla coscienza sporca, non resta altro che consolarsi con la bellezza intrinseca delle centrali a carbone, in attesa di riconvertirsi finalmente al nucleare.
Che fare? Sicuramente, lavorare alla base, ad esempio con i bambini. Ed è così che in Portogallo, a partire dal Padiglione della Conoscenza dell'EXPO di Lisbona (progetto di João Luís Carrilho da Graça, 1998), è nata una rete di centri dedicati all'insegnamento della "scienza viva": si gioca tra installazioni interattive e video, imparando, oltre alla distanza che ci separa dai pianeti dell'universo, anche quanta energia 'pulita' produce un pannello fotovoltaico o un mulino a vento.
Tutto questo accade in una cittadina di 30.000 abitanti a circa 15 chilometri dal confine nord-est con la Spagna, un piccolo miracolo: Bragança è un paese antico che vive prevalentemente di agricoltura, con un castello che sorveglia una maglia di case bianche, costruite l'una sopra l'altra. Qui gli anziani si appoggiano ai muri e prendono il sole; quando chiedi loro indicazioni, rispondono con modi davvero fuori dal tempo: "Minha filha, não posso ajurdar-te" (Figlia mia, non posso davvero aiutarti). Un altro fatto sfiora il miracoloso: è una progettista italiana ad aver realizzato e inaugurato nel giugno del 2007 il Centro Ciência Viva di Bragança. Nata a Pordenone nel 1969, Giulia de Appolonia, per usare una metafora del gergo scientifico, è stata "un cervello in fuga": generazione Erasmus, ha vissuto per tredici anni a Lisbona, dove nel 2003 ha vinto il concorso per giovani architetti bandito da Bragançapolis (in associazione con Europan). La sua tesi è che i bambini possono allenarsi all'apprendimento di nozioni scientifiche, anche piuttosto complesse, attraverso l'architettura. Il centro è così costruito sul sito di un'ex centrale idroelettrica, sul fondo di una valle solcata da un piccolo fiume: tassello architettonico di una passeggiata che costeggia il torrente, prosegue sul tetto/piazza dell'edificio per poi scendere a valle passando sotto l'antico castello.
Gli accorgimenti sono tipici di un'architettura sostenibile: il prospetto sud è praticamente un grande radiatore. La facciata vetrata, infatti, è affiancata da una parete in acciaio corten, una lastra metallica che accumula il calore e mette in moto, grazie alla differenza di temperatura tra interno ed esterno, un meccanismo di ventilazione naturale. La parte a sbalzo sul fiume riflette nell'acqua una pelle di cristallo con un'anima segreta: punti luce minuti, inseriti all'interno del vetro camera, mutano di colore, si accendono e si spengono ritmicamente. Non è però la mano di un creativo a dirigere l'alternanza dei colori e delle tessiture che pulsano nei cristalli, ma la Natura nei suoi cambiamenti climatici: dei sensori esterni, infatti, trasmettono i dati sulle condizioni ambientali a un software di controllo che, a sua volta, dirige una gamma di sedici possibili configurazioni formali e cromatiche. Così se delle piccole luci, bianche e azzurre, pulsano lentamente, state sicuri che sta per nevicare; se si muovono un po' più velocemente, invece piove. Per sapere la temperatura esterna, si deve guardare l'intensità e la gradazione dei colori: dai più freddi ai più caldi. Ai vecchi del paese basterà guardare fuori dalla finestra per sapere come vestirsi.

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categorie: urbanistica
domenica, 16 dicembre 2007

Buone Feste

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Lo spazio pedonale

Da tempo si parla diffusamente della necessità di creare isole pedonali nelle grandi città attanagliate dal traffico veicolare (pubblico e privato) e dalle relative conseguenze sulla salute umana. La ripetizione ossessiva e arida, anche a livello giornalistico, di questa istanza ha fatto sì che il significato esatto della espressione "isola pedonale" e perfino i motivi che hanno indotto a prospettare questo tipo di provvedimento fossero quasi dimenticati.
Spesso le città del vecchio continente sembrano costituire un faticoso adattamento al modello americano: la motorizzazione individuale esasperata, mentre soddisfa alla esigenza di grandi spostamenti richiesti da città nate per il traffico veicolare, non può essere accolta senza gravi traumi nelle città europee e, soprattutto, nei loro centri antichi che sono sorti specialmente sull'ipotesi di spostamenti limitati e della trazione animale (carri, cavalcature e traffico pedonale). In tempi piuttosto recenti, specialmente in relazione al grave fenomeno degli inquinamenti da scarichi di gas incombusti e dei rumori e alla invadenza dei veicoli, movimenti d'opinione sempre più consistenti hanno indotto le Amministrazioni a espugnare i luoghi più ambiti della città del traffico definendoli poi "isole pedonali".
In realtà il termine "isola pedonale" fa soprattutto riferimento a una sorta di territorio strappato all'oceano del traffico veicolare dimenticando che esso è stato invece da sempre il luogo legittimo della pedonalità e della libera circolazione delle persone. Non ha senso parlare semplicemente di "isole pedonali" o, meglio, di "pedonalità riconquistata" senza collegare questo concetto a una pluralità di altri interventi coordinati senza i quali non solo essa non è realizzabile, ma anche inutile: si tratta di organizzare il traffico che comunque deve continuare a irrorare la città antica densa di servizi e di opportunità aggregative; si tratta di introdurre forme diversificate d'accessibilità del centro (che è patrimonio collettivo sia per le opportunità suddette sia per la monumentalità che esprime) che privilegino la sosta breve e pertanto il maggior numero possibile di persone; si tratta di potenziare e di qualificare il trasporto urbano pubblico (collettivo e individuale); si tratta di restituire alle porzioni di città così "salvate" dalla invadenza veicolare (anche sotto il profilo estetico) un volto il più possibile articolato e accogliente, poiché questi spazi costituiscono il salotto collettivo di tutta la cittadinanza. Per concludere, non è pensabile affrontare la questione delle isole pedonali sottraendo intere zone urbane al traffico individuale senza delineare una corretta strategia di parcheggi e di trasporti pubblici che consentano a tutti di fruire correttamente della parte più appetibile della città. Pertanto la formazione delle cosiddette "isole pedonali dovrà essere preceduta da attenti studi che, da un lato, identifichino i luoghi prioritariamente più adatti ad essere sottratti alla veicolarità incontrollabile e, dall'altro, consentano fin d'ora di immaginare un sistema di spazi che, in futuro, possa espandersi progressivamente e integrarsi a ulteriori livelli d'uso della città.
Le isole pedonali dovranno inoltre essere completate al contorno con provvedimenti che garantiscano l'approvvigionamento tecnico e di emergenza (oltreché la veicolarità dei residenti) e le attività di servizio e commerciali: parcheggi interrati e/o fuori terra (anche pluriplano) che consentano l'insilaggio delle macchine dei residenti in adeguati box e dei visitatori temporanei in posti-macchina custoditi; attrezzature destinate alla sosta breve per carico-scarico delle merci (parchimetri o simili); riqualificazione dei luoghi in modo tale che essi tornino ad accogliere confortevolmente il pubblico che si reca alle mete commerciali e di servizio non sempre reperibili altrove sul territorio urbano. Tutti gli spazi della città riservati esclusivamente alla utenza pedonale, la cui progettazione prevede l'esclusione del traffico veicolare privato mentre quello pubblico o di servizio si organizza in modo che possa servire la zona senza limitare la libertà degli spostamenti pedonali, per cui prevalentemente risulta tangente, sottostante o sovrastante l'arca senza quindi attraversamenti trasversali o longitudinali, prendono il nome di « isola pedonale ». Queste aree sono organizzabili di preferenza nei luoghi dei centri cittadini riservati alle attività commerciali, sono dunque in prevalenza destinati allo shopping ed alla sosta. «Isole pedonali » si trovano sia all'interno dei centri storici urbani sia nei nuovi centri suburbani, naturalmente poiché le prime risultano essere le aree più problematiche e poiché si tratta di spazi già esistenti e progettati con funzioni diverse da quella attuale, rispetto alle seconde di nuova concezione, i termini di impostazione progettuale saranno diversi mentre risultano essere uguali gli schemi specifici d'uso. Infatti affinché l'arca liberata dal traffico veicolare possa fornire un nuovo ambiente urbano, pedonale, razionale, efficiente e caratteristico, dovrà articolarsi secondo spazi ottenuti con un iter progettuale che preveda i seguenti passaggi:
  • Realizzazione o riorganizzazione e restauro delle quinte preesistenti attorno all'isola, per rivalutare al massimo quegli edifici che presentino caratteristiche storiche o ambientali o monumentali, ristrutturazione delle altre in base alla destinazione finale dell'area.
  • Riorganizzazione del suolo urbano che accoglierà l'isola, in particolare dovranno essere eliminate eventuali barriere architettoniche, mentre il traffico veicolare che non è di servizio, dovrà essere vietato o limitato ai periodi di afflusso all'area più calmi.
  • Nell'isola dovranno essere previsti luoghi per la sosta, zone parzialmente coperte, percorsi pedonali principali e secondari, utilizzando pavimentazioni diverse in base alla destinazione d'uso ma sulle quali sia piacevole camminare, elementi di arredo urbano funzionali e decorativi, fioriere, fontane, sculture o altre emergenze formali.
  • Prevedere, ove lo spazio lo permette, aree specializzate per le seguenti funzioni: caffè all'aperto, mercati, mostre, gradinate per rappresentazioni o trattenimenti vari, spazi per la sosta-gioco di bambini e anziani.
  • Studiare l'illuminazione in modo da soddisfare i movimenti o la sosta degli utenti e la sicurezza notturna dell'area. Non dimentichiamo che l'illuminazione che oggi prevale all'interno delle città è quella necessaria ai rapidi e massicci spostamenti veicolari non già a sereni e lenti percorsi pedonali.
  • Studiare le possibilità di collegamento dell'area con i servizi di trasporto urbano evitando che le strade limitrofe si trasformino in caotiche strade-parcheggio. La risoluzione « a monte » del complesso problema del traffico resta prioritaria alla scelta dell'area da destinare ad isola se veramente si vuole affrontare la tutela del paesaggio urbano.
  • Particolarmente importante sarà la scelta dei materiali con i quali realizzare l'intervento che dovranno essere resistenti nel tempo e nell'uso, posti in opera tenendo presente la facilità della loro manutenzione.
  • Organizzare l'isola in maniera da consentire l'utilizzazione anche a quei cittadini presentanti speciali problemi di deambulazione (handicappati, carrozzine, anziani) ciò comporta l'uso di rampe a bassa pendenza, ogni qualvolta si presenti un dislivello. Nelle soluzioni più articolate le rampe possono essere localizzate accanto a gradini o gradonate.
  • Progettare tenendo presente i vari punti di vista d'insieme e quelli relativi alle zone di sosta pedonale. Distinguendo tra visione e prospettiva d'insieme, legata al linguaggio figurativo della città e visione particolareggiata legata ai singoli punti dell'area pedonale c/o all'arredo urbano e quindi al linguaggio specifico dell'isola che potrà anche essere autonomo.
  • Studiare la segnaletica, a cui va affidata la divulgazione delle attività che via via trovano posto nell'isola, uniformandola con quella delle altre zone pedonali ed infine con la città tutta.
  • Ogni isola dovrà idealmente e materialmente essere collegabile con le altre presenti nel tessuto cittadino !ed insieme a queste essere riferibile ai limitrofi spazi verdi. Lo studio attento e sensibile della morfologia, i suoi precedenti storici, la sua evoluzione nel tempo, le necessità attuali e prevedibili, sono i punti di partenza per la definizione delle funzioni delle isole pedonali nei vecchi centri storici, mentre nei nuovi servirà a creare le premesse indispensabili alla destinazione a centro della nuova arca.
Il materiale progettuale ha quindi come principali elementi componenti le quinte, la pubblicità e i sistemi di comunicazione visiva messi a disposizione dalla tecnologia, la protezione o no dalle intemperie o dal sole, l'illuminazione notturna, la divisione in zone per funzioni varie, lo studio della pavimentazione la scelta dei materiali, la presenza o meno di un codice dei materiali o dei colori là dove sia necessario « leggere » la stessa funzione in luoghi differenti. La sperimentazione degli ultimi anni ha dimostrato come sia preferibile pedonalizzare settori urbani a prevalente sviluppo longitudinale e sezione trasversale ridotta rispetto a zone ampie ma con scarsa differenza tra asse longitudinale e trasversale. Infatti le prime sono più facilmente servite dai mezzi di trasporto ubicati lungo i lati esterni rispetto alle seconde che si presentano come coaguli d'interessi svariati all'interno del tessuto urbano e, nel caso dei centri storici, spesso già congestionati, per cui diventa difficile l'ubicazione dei servizi stessi se non si vogliono o possono affrontare costose operazioni di sottopassaggi c/o soprapassaggi. La scelta dei luoghi da destinare a zona pedonale se è relativamente facile nei centri storici non lo è altrettanto all'interno di zone di recente costruzione, poiché il successo dell'isola pedonale dipende dal richiamo che l'area può esercitare sui futuri utenti. Quindi mentre è semplice prevedere comportamenti sociali in zone che esercitano una particolare attrattiva urbana ed il cui uso è codificato dalla tradizione, ben diverse sono le cause capaci di ricrearle in quelle di recente costruzione. Gli interventi in questo secondo caso debbono in prima istanza rapportarsi direttamente al numero fisico delle persone che effettivamente possono avere interesse a gravitare sul nuovo centro ed in seconda istanza rafforzarli con incentivi formali, psicologici ed utilitaristici. Tra le cause capaci di esercitare un forte richiamo pedonale vengono per primo considerate le attività commerciali e quelle di ristoro. Una piazzetta senza un bar o una « isola » senza negozi difficilmente presentano quell'animazione che è indispensabile al successo della « scena ». Le stazioni di sosta degli autobus, della metropolitana, i terminals ferroviari, in cui transitano numerose persone, possono facilmente essere trasformate in centri urbani di successo proprio perché caratterizzate da un flusso costante di esigenze diverse per cui, eventuali iniziative di appoggio (mostre, spettacoli, magazzini), affiancanti questi servizi, riscuotono un largo consenso. Quanto detto costituisce l'indispensabile premessa necessaria al successo finale dell'operazione e quindi va tradotto in termini progettuali.
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London Look

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venerdì, 02 novembre 2007

L'altra città: Bellissima e segreta

Quante volte capita di sentir dire «Milano è una città grigia»? Eppure era ben diversa l’opinione che ne avevano i viaggiatori stranieri qualche secolo fa, se nel 1685 tal Gilberto Burnet così scriveva: «Ciascuno sa che è una delle più belle e più grandi città del mondo, quantunque sia situata lungi dal mare e non abbia alcun fiume navigabile: e, non solo è grande e bella, ma è ricchissima come provano la sua vasta distesa, la bellezza dei suoi edifici e specialmente la sontuosità delle sue chiese e dei suoi conventi». Per non parlare dei nobili che la abitavano e che non si facevano mancar nulla, «ostentando gran lusso, tanto negli abiti, quanto negli equipaggi e nel seguito». Le carrozze infatti erano ricoperte di velluti, tele d’oro e d’argento e preziosi ricami, e non di rado se ne vedevano parecchie sostare fuori dal Duomo, che attirava i milanesi, ma anche molti visitatori stranieri. L’immagine della cattedrale non era però quella che si presenta oggi ai nostri occhi: la facciata era incompleta (c’erano solo le due porte del Pellegrini, e si vedeva ancora l’antica facciata di Santa Maria), il tetto rudimentale, e aveva solo due guglie.

«GROSSOLANO» - All’epoca non riscuoteva molto successo nonostante la sua imponenza, perché lo stile gotico non era apprezzato nel Seicento, cosa che fece dire a Burnet: «Il Duomo non è nulla per quanto riguarda l’architettura, perché tutto è gotico e per conseguenza grossolano». La malizia poi portava a far pensare che la cattedrale non sarebbe mai stata ultimata, dato che la posa della prima pietra risaliva a un ormai lontano 1386. Piaceva invece lo Spedale di' poveri, o Ca' Granda, soprattutto per quell’ampio cortile barocco progettato dall’architetto Francesco Maria Richini, e qualcuno, come l’inglese Richard Lassels, si spinse ad affermare: «Magnifico; si deciderebbe quasi di essere un po’ ammalato per alloggiarvi; un re vi potrebbe stare senza incomodo». Lord Lassels lascia ai posteri anche una lusinghiera descrizione del Castello Sforzesco: «È più una città che una fortezza; ha un miglio e mezzo di circuito e fornisce ai soldati tutto il necessario: vi sono strade, case, palazzi pei principali ufficiali, piazze, botteghe con ogni genere di mercanzie, e perfino negozi d’oreficeria. Cinque fontane o pozzi che non asciugano mai, un molino, un ospedale, una chiesa con otto o dieci cappellani e un curato. Sulla piazza si possono schierare seimila uomini in ordine di battaglia. Sui bastioni e nell’arsenale vi sono duecento pezzi di cannone».

L'AMBROSIANA - I gentiluomini che si recavano a Milano non potevano poi esimersi da una capatina alla biblioteca Ambrosiana, che suscitava però pareri contrapposti: c’era chi ne cantava le lodi e chi invece, come Lassels, trovava che possedesse più ritratti di uomini illustri che libri, giudicandola «una spesa inutile; meglio sarebbe stato impiegar que’ denari in libri che onorano i sapienti assai più che non i ritratti». Il quadro era quello di una città sfarzosa, in cui i poveri però abbondavano, prova ne erano le tante case senza finestre, perché il vetro era molto caro, così che chi non se lo poteva permettere viveva chiuso in una «scatola». Ma la gente non se ne stava certo con le mani in mano: Milano era una città molto operosa, grazie ai suoi artigiani, armaioli, lavoratori di cristallo e tessitori, tanto che era in voga il detto secondo cui se si voleva restaurare l’Italia bisognava distruggere Milano, perché i suoi lavoratori se ne andassero nelle città dove invece scarseggiavano. Un secolo più tardi il viaggio diventa un’abitudine sempre più assidua e nella città meneghina il numero di forestieri aumenta.

MALANDRINI - L’abate Coyer, che nel 1783 percorreva la strada fra Torino e Milano, non ebbe però modo di apprezzare subito le bellezze locali, perché fu distratto da una gabbia appesa a un palo in cui si trovavano tre teste, con un cartello che recitava: «Queste sono le teste di tre malfattori che assalirono li conti Marazzani in questo loco». Il malandrinaggio era molto diffuso, basti pensare che fra il 1741 e il 1772 in Lombardia si contano circa 72mila malviventi e chi cominciava la sua carriera criminale con un omicidio, non di rado si riciclava come ladro nelle bande. Se l’abate Coyer entrò in città piuttosto corrucciato, il malumore gli passò presto, perché l’accoglienza dei milanesi era rinomata. E famosa era anche la tradizione dei coureur, ovvero i lacchè che di notte correvano con le fiaccole in mano precedendo le carrozze dei propri signori per illuminare la strada. Milano in questo campo fece scuola, tanto che i suoi coureur erano richiesti in tutta Italia così come all’estero.

OSCURITA' - L’illuminazione era già allora una pecca di questa città: i lampioni erano presenti davanti ai più importanti palazzi e qualche lampada campeggiava vicino alle numerose immagini della Madonna, ma in assenza di lacchè o torce non c’era altro da fare che camminare al buio. La luce arrivò nel 1786, quando l’arciduca Ferdinando dispose la collocazione di lampade sospese lungo le vie. A proposito di carrozze, invece, la scrittrice madame Du Boccage rileva un’anomalia italiana, che consisteva nella sosta nelle piazze dei mezzi con a bordo nobildonne. «Il pretesto di prendere il fresco dava occasion di parlare alla portiera coi cavalieri che non si potevano ricevere in casa [...]. E infatti, non appena fermate le carrozze, cominciava una animata conversazione alle portiere e da una carrozza all’altra». Nel bel mezzo di questo chiacchericcio, poteva anche capitare di vedere qualche detenuto, soprattutto d’estate, quando i carcerati attraversavano la città a bordo di un carretto, con tanto di catene ai piedi, per innaffiare piante e aiuole. Cosa mancava a Milano? Giusto un papa, secondo l’inglese Grosley, «per farne una città santa come Roma».

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Città verticale

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domenica, 21 ottobre 2007

La ricerca della dimensione: le origini dello spazio urbano – parte I –

Dal confronto tra proprietà pubblica e privata è nato lo spazio urbano di ieri e di oggi. inizialmente una strada allinea frontespizi delle abitazioni e lungo il suo percorso si ubicano gli ingressi. Le scale, di questi manufatti urbani, rappresentano il primo incontro-scontro tra spazio privato e suolo comune o pubblico. La conflittualità derivata porta con il tempo alla definizione delle proprietà degli spazi urbani ed alle normative d'uso successive. Dall'incrocio di una o più strade si generano dei « nodi » spaziali di smistamento del traffico pedonale o veicolare attorno a cui ben presto si organizzano le attività di scambio e dì commercio del luogo: più tardi vi si ubicano gli elementi funzionali e simbolici della « qualità » urbana, la fontana, con la sua mostra d'acqua più o meno complessa, il palazzo dell'autorità, il monumento alla memoria.
Lo spazio quindi viene lastricato, protetto da targhe che ne organizzano e regolamentano l'uso. I Greci con l'Acropoli e i Romani con il Forum elevano gli spazi urbani comuni a significati sociali più complessi destinandoli alla partecipazione attiva degli abitanti ed alle esercitazioni dialettiche, sicché « andare in piazza » significa frequentare uno spazio in cui è possibile comunicare con i propri simili, informarsi su ciò che accade o, può; accadere e quindi esprimere la propria opinione o discutere i propri interessi ma significa anche diversivo e sosta per la presenza di elementi, utilizzabili in comune, di « decoro urbano »: gradonate, edicole, porticati, terme, negozi. Molto più tardi, con l'aumentare delle specializzazioni funzionali relative ai diversi aspetti urbani della città moderna, ai concetti di decoro e all'ornato civico tradizione si sostituisce, prima timidamente poi sempre più velocemente, l'arredamento sia transitorio o permanente dello spazio cittadino al marmo, alla pietra ed al ferro battuto viene sempre più frequentemente affiancato il legno, la plastica, le strutture mobili, temporanee, le insegne luminose, le proiezioni di altre immagini: quelle della comunicazione visiva. Allo spazio statico, simbolico, assiale della città storica si contrappone oggi lo spazio dinamico e mobile, facilmente mutevole della città attuale: quello del « contesto » e della sua « implicazione » - in conclusione quello proprio dell'arredo urbano. Tutto ciò ha come conseguenza che il disegno dell'ambiente urbano è oggi diventato importante quanto il significato della città stessa o la sua idea-conformazione. La sperimentazione sul connettivo urbano e l'evoluzione delle sue possibilità distributive e figurative, introdotta in maniera sistematica per prima nei paesi anglosassoni e olandesi, dove hanno sempre giustamente affiancato lo studio sulle possibili soluzioni dei modelli relativi agli insediamenti, ha dato risultati così validi e interessanti che l’arredo urbano è oggi materia di studio in tutto il mondo e, soprattutto non è più considerato come limitato al design di pochi lampioni panchine, cassette delle lettere, ma è proiettato verso il coinvolgimento dell'intero spazio urbano e in particolare dei punti di coagulo o concentrazione: le zone o « isole » pedonali e le piazze.
Questi coaguli sono individuabili nel tessuto urbano tutte le volte che si riscontrano complicate confluenze di traffico pedonale e veicolare: in questi casi si ha una concentrazione d'interessi comuni e di servizi pubblici e privati che deve essere organizzata e che può costituire l'indispensabile premessa alla qualificazione dello spazio relativo.
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La ricerca della dimensione: le origini dello spazio urbano – parte II –

Il cittadino di una grande città o di una piccola si trova oggi nella situazione di dover riconquistare l'uso pedonale della propria città sottrattagli dalla prepotente invasione dell'automobile. Ma poiché ha necessità di dover raggiungere luoghi diversi in tempi brevi non potrà annullarnecompletamente la presenza ma solo ridimensionarne e regolarne l'uso all'interno delle aree urbane, utilizzando, in alternativa al mezzo privato, quei servizi collettivi che il progresso tecnologico mette a disposizione dei molti problemi legati alla giusta e corretta risoluzione del traffico cittadino. Agendo conseguentemente a questa ipotesi si ha come primo risultato positivo quello, di usare il progresso tecnologico; in modo vantaggioso per la collettività quando, proprio l'uso indiscriminato dell'automobile ha finora rappresentato, per l'inquinamento dell'aria urbana conseguente e per il caos che l'accompagna, un esempio negativo. Collettivizzando al massimo i mezzi di trasporto sia quelli di superficie (autobus, elettrobus, tram, monorotaie) che quelli sotterranei (metropolitana, percorsi a nastro meccanizzati) si ottengono due risultati: di facilitare gli spostamenti da un punto ad un altro della città e di realizzare le premesse per una efficiente tutela del paesaggio urbano. Riordinato il traffico veicolare occorrerà ricercare gli spazi da destinare prevalentemente ad uso pedonale, organizzandoli in modo da permettere lo svolgimento degli « antichi riti » che da sempre caratterizzano la vita negli agglomerati urbani: l'incontro, lo scambio, la documentazione, l'aggiornamento, lo spettacolo, la protesta e la ricreazione, all'interno (di luoghi sicuri e confortevoli appositamente preordinati. Sono questi spazi, che costituiscono la piattaforma evolutiva per l'arredo
urbano cittadino, ad essere oggi interessati ad un complesso dibattito che vede alternarsi in un confronto spesso drammatico, sociologi, urbanisti, designers, utenti vari, storici - tradizionalisti e futurologi con le varie amministrazioni. Da questi drammatici incontri-scontri sono spesso nati più slogans che idee tuttavia non si può non riconoscere che là, ove lo è stato permesso, il paesaggio urbano ha sperimentato, seppur spesso con risultati discutibili, nuove aree pedonali destinate allo shopping e all'incontro - nuove maniere e forme entro le quali ciò era possibile. Il dibattito ha coinvolto anche la progettazione e l'uso delle aree libere destinate al verde urbano confondendo spesso caratteri, tipologie e finalità dell'uno con le altre. Qui si precisa che il sistema degli spazi urbani liberi - il connettivo dipende da due sottosistemi ben distinti e con funzioni pubbliche differenti, quello dei centri pedonali (di città, di quartiere, di zona) e quello del verde destinato alla tutela igienica e ricreativa. Poiché alla giusta risoluzione progettuale delle aree libere e delle aree verdi, al confronto tra questi spazi e i volumi costruiti a confine, è affidata la qualità del paesaggio urbano, sia storicamente già definito che di realizzazione attuale, l'architetto dell'ambiente porrà particolare attenzione alla loro progettazione e alla definizione delle attrezzature connesse, trattandosi di spazi d'incontro diversi per tipologia tra loro ma ambedue ugualmente importanti perché interdipendenti. La ricerca dei modelli urbani capaci di migliorare la qualità della vita delle nostre città, oggi distorta a causa del traffico veicolare e dell'inquinamento, sia negli antichi centri storici, dotati di preziosi luoghi per l'incontro realizzati nel passato, sia nelle nuove zone cittadine, ove viceversa questi luoghi mancano, va sotto il nome di riuso e risanamento urbano per le prime e di ideazione e progettazione per le seconde. Tutti e due i termini del problema fanno parte della pianificazione e programmazione del paesaggio urbano. La ricerca della dimensione realizzativa spazia dalle varie teorie urbanistiche alla sperimentazione in sito di modelli di qualificazione del paesaggio proposti dall'analisi urbana.
Tra queste scale d'intervento, la realizzazione o concretizzazione effettiva è rappresentata proprio dallo studio scientifico, approfondito e sensibile alla scala minore di una nuova disciplina compositiva tutta da esplorare: quella della Progettazione dell'Arredo Urbano. Finora purtroppo relegata al disegno dei componenti secondari della urbanizzazione (tabelloni, illuminazioni, orologi, semafori) questa disciplina sarà nei prossimi anni sicuramente rivalutata poiché, come hanno efficacemente dimostrato le esperienze inglesi, francesi tedesche e olandesi, se vorremo elevare la qualità di vita delle nostre città, dovremo riprendere velocemente un discorso interrotto negli ultimi trenta anni (relativi alla industrializzazione del nostro Paese) quello della progettazione non solo urbanistica ma architettonica del tessuto connettivo delle città e dei suoi punti o nodi principali, strade, piazze, fontane, luoghi per l'incontro e la sosta, nonché di tutti quei centri urbani resi necessari dalla complessità dell'organizzazione della metropoli moderna (città satelliti nuovi centri residenziali). L'architettura razionalista ha in passato dimostrato come esista una continuità ideale e concreta tra l'involucro esterno e lo spazio interno di un edificio. Allora si parlò di architettura integrata, ugualmente oggi le ipotesi di una architettura interrotta tra esterni e interni delineante l'ambiente dell'uomo moderno, organica, quindi, nella definizione degli spazi stessi ma soprattutto nell'ipotesi di partenza, sottintendono una progettazione integrata urbana ove negli spazi esterni possano ritrovarsi quelle possibilità d'incontro e di esperienze che negli spazi interni non avvengono più, a causa della dinamicità della vita odierna e delle dimensioni ridotte delle attuali abitazioni.
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The city

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Trasformazione del rapporto interno esterno nel paesaggio urbano contemporaneo

L'insieme degli spazi vuoti generato dal susseguirsi delle costruzioni di tutti gli edifici che formano una città costituisce lo spazio urbano della stessa. La qualità di questo spazio è strettamente legata alla qualità di vita della città in un rapporto di dipendenza reciproca, infatti l'organizzazione urbana è un continuo susseguirsi di vuoti e di pieni. Il rapporto tra questi due componenti può esprimersi quindi in termini di confronto ottico: volumi, materiali, colori, zone di luce e di ombra oppure in termini di uso: pubblico o privato, di passaggio o di sosta, di servizio o di svago. I volumi costituiscono spesso le «quinte» architettoniche degli spazi o sono inconfondibili presenze, importanti se confrontate con gli spazi stessi. La qualità architettonica delle quinte, dei volumi e degli spazi liberi determina spesso il comportamento sociale degli utenti, cioè degli abitanti la città e testimonia la «qualità di vita» della città stessa. Lo spazio urbano può però contenere nel suo interno elementi migliorativi in senso ottico ma anche qualitativi che per una logica organizzazione degli (spazi) stessi vengono scelti in base al «costruito» esistente o futuro ed ai vuoti attuali o, prevedibili. Questi interventi possono essere realizzati con elementi naturali: acqua, piante, fiori; artificiali: lumi, panchine, cabine telefoniche, tettoie, edicole, ripari vari, sculture. Gli spazi e le quinte sono infine i contenitori temporanei degli avvenimenti grandi o piccoli che si susseguono continuamente nella città: scritte luminose e non, cartelli, indicazioni, manifesti, annunci , murales, appaiono entro gli spazi e sulle costruzioni costituendo l'elemento ottico mutevole caratterizzante, giorno e notte, la vita urbana.
La presenza dello spazio vuoto accanto a quello pieno era originariamente dovuta alla necessità di accedere da parte di proprietari e visitatori ai volumi chiusi, gli spazi poi dovevano essere ampi abbastanza da essere percorsi con carri, i volumi serrati uno all'altro per fare barriera agli elementi naturali, vento, acqua, sole. freddo, caldo. Le vie nate così spontaneamente vennero successivamente regolate da leggi o norme di comportamento. Dall'incrocio di due vie nacque la piazza che per la sua grandezza accoglieva funzioni che interessavano un gran numero di cittadini: il mercato, il tempio, il palazzo del governo. L'Agorà ellenica, e il, Forum romano già due organizzazioni più sofisticate della piazza: i cittadini le utilizzavano operavano secondo un preciso comportamento sociale al quale erano ispirati dal «disegno» stesso del luogo e da elementi fissi in pietra o legno che lo arredavano, oltre che dalle quinte che lo delineavano. Quindi il problema dello spazio urbano, del suo studio, della sua qualità, attorno al quale oggi si compongono tante battaglie, è in realtà un problema che è sempre esistito ma che mai è stato cosi importante quanto nella città moderna e questo a causa della velocità con cui oggi è possibile operare profonde trasformazioni all'interno del tessuto urbano c/o per l'ampliamento e la dilatazione dello stesso nel territorio. Trasformazioni che avvenivano in lunghi. secoli di lavoro umano e subivano quindi una continua lenta sperimentazione nel tempo, crescevano cioè con l'uomo e le sue esigenze oggi, grazie al progresso tecnologico-industriale, avvengono in pochi anni per. cui nuovi e diversi comportamenti umani e sociali vengono rapidamente imposti e superati. Poiché alla stessa città manca il tempo per adeguarsi a simili violente trasformazioni mai come oggi è necessario approfondire la ricerca sui vuoti urbani individuando tutte quelle componenti progettuali che occorre calare nel tessuto per limitarne l'ambiguità e favorire la crescita di ambienti programmati in modo che sia possibile ricreare le condizioni necessaria ad una più alta « qualità » della vita (si pensi a quanto spazio oggi viene sottratto alla città e quindi ai suoi abitanti dalla mancata soluzione di un problema strettamente connesso caratteristica urbana moderna: il parcheggio veicolare). Accanto allo studio del contenitore (gli edifici, i monumenti, i servizi) si pone quindi lo studio dello spazio che lo circonda (il vuoto), per cui diremo che lo spazio urbano va dall’outdoor inglese (nel momento che lasciamo la soglia della nostra casa entriamo nel connettivo urbano e ci scontriamo con le esigenze della collettività) alle grandi aree riservate all'incontro sociale degli abitanti per terminare con la ricerca dei significati attuali della vecchia piazza urbana. Occorre che l'architetto accanto al contenitore edificio progetti il «vuoto» cioè l'ambiente entro cui insiste dedicando alla sua definizione, organizzazione, linguaggio formale, la stessa attenzione posta agli edifici. Infatti questi ultimi costituiscono le quinte della « scena » urbana.
Concludendo si può arrivare a dire che “lo spazio esterno urbano non è altro che lo spazio interno della città”. Da quanto detto precedentemente si può affermare che lo spazio individuato dalle quinte e dal vuoto è il risultato di due diverse fasi ideative, quella della ricerca sulle componenti quantitative, che chiameremo fisse, necessarie a circoscrivere lo spazio, i volumi, le quinte, e, quella sulle componenti qualitative, mutevoli nel tempo, indispensabili ad individuare la funzione urbana dello spazio stesso, la sua specializzazione attraverso l'arredo, la segnaletica. Questo perché le quinte, indispensabili alla immagine complessiva della città, sono quasi sempre presenze concrete e stabili anche attraverso un considerevole numero di anni mentre lo spazio può essere scoperto e reinventato secondo esigenze diverse via via che passano gli anni e mutano i comportamenti e le domande.
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categorie: urbanistica

The city

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La città di risulta

Riassumendo l'itinerario compiuto proviamo a cimentarci nel definire una griglia schematica di riferimento associando ambiti territoriali a regole codificate:
-          il centro antico è gestito all'interno di uno specifico piano di settore;
-          la nuova città (espansione) nasce attraverso il Piano Preventivo ed è, in generale, concepita come organica distribuzione di contenitori edilizi e reticoli stradali nel rispetto di parametri standard (buona e cattiva periferia);
-          il territorio extraurbano inizia timidamente a riconsiderare per sistemi omogenei le proprie valenze paesistiche ed ambientali.
Da questi processi di controllo ormai generalizzati, se pur fortemente disomogenei rispetto alle diverse dotazioni legislative regionali, resta clamorosamente esclusa una parte sostanziale e vitale di città. Si tratta di quell'ambiente costruito dall'immagine indeterminata (città di risulta), fisicamente compressa tra il centro antico e la nuova espansione (quella del PRG), a cui è difficile, al momento, attribuire valenze culturali. Un luogo inesorabilmente caotico dove si intrecciano e si sovrappongono le funzioni che il Piano tende a separare e dove si manifestano in forma esasperata i segni della disattenzione compiacente dell'Ente Pubblico negli asfalti, nelle trame intricate di cavi aerei, nell'invadenza ossessiva dei messaggi pubblicitari. Una città fatta di parti drammaticamente dissociate, priva di verde, dominio incontrastato del "brutto" a cui siamo, nostro malgrado, assuefatti. Uno spazio costruito contenitore di tutto in continua e frenetica evoluzione.
Riflettiamo per individuare occasioni coordinate di progetto all'interno di un itinerario metropolitano: dalla "città-qualità" celebrata nei convegni sull'urbanistica della città termale, città che esalta il bello e l'armonia urbana in chiave terapeutica e curativa e che richiama a gran voce un PRG sommatoria di Piani di Settore"', alla città nevrotica ordinaria espressione delle mille inquietudini urbane e della nostra complice, disattenzione.
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Ambiti disciplinari: il processo di decentramento

L'avvento delle autonomie Regionali, con l'attuazione del D.P.R. n. 8 del 15 gennaio 1972, ha portato rinnovata attenzione ai processi di Piano esaltando la connotazione generale dell'operazione urbanistica.
Cresce il peso della strumentazione di supporto sulla scorta di legislazioni settoriali sempre più complesse. Ambiti disciplinari tradizionalmente distinti come i regolamenti edilizi e le norme tecniche di attuazione del PRG, finiranno con l'essere mescolati in favore del Piano determinando una confusione disciplinare che tuttora permane.
Particolare attenzione è riservata ai tessuti storici. Il processo di decentramento, che è alla base della costituzione dell'autonomia regionale, ha coinciso con la tutela sistematica del centro antico. In questo si ravvisano motivi di ordine politico che si contrappongono, nei contenuti, ai motivi (politici) alla base della distruzione della città tardo ottocentesca.
Aumenta la complessità del processo edilizio, gravato da numerosi passaggi che trasformano la fase autorizzativa in una macchinosa operazione dai termini e dai tempi difficilmente controllabili. Entrano in gioco per pareri e nulla osta, spesso più formali che sostanziali, Servizi Provinciali, Unità Sanitaria locale, Medicina del Lavoro, Ispettorati forestali, e così via. Pratiche che subiscono iter procedurali farraginosi e defatiganti finiscono poi per essere liquidate in pochi minuti sul tavolo dei controllori finali (Commissione Edilizia) ai quali compete la sostanziale verifica della compatibilità formale dell'intervento rispetto al contesto di riferimento.
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La prassi del Piano Regolatore

La prassi di adottare il Piano per regolare i processi di crescita della città si rafforza nei primi decenni del secolo portando alla definizione della figura dell'Architetto urbanista e all'introduzione negli atenei dell'insegnamento di Edilizia Cittadina.
Al Piano, non più dibattuto tra ambiti disciplinari indeterminati, si affidano le certezze e le incertezze dell'epoca. Si impongono reticoli stradali, rettifiche e sventramenti retaggio della cultura urbanistica ottocentesca. Inizia quel processo di schematizzazione ed astrazione formale che troverà nei contenuti della legge urbanistica nazionale (n. 1150, 17.08.42) e nelle successive periodiche integrazioni, una definitiva consacrazione. Si affermano i concetti di standard e di zoning mentre l'immagine costruita della città inesorabilmente si allontana. Della complessità urbana emerge la conflittualità produttiva e sociale. Il Piano coltiva l'illusione di coordinare e gestire tutti gli aspetti connessi allo sviluppo rifiutando di limitare il proprio ambito di intervento al solo tema dell’ingrandimento dei paesi". Al Piano, ormai lontano anche graficamente dall'immagine disegnata della città (ridotto a schema astratto) si chiedono numeri, indici, cubature, parametri univocamente misurabili, certezze di diritto all'interno di comparti definiti da presunte omogeneità territoriali. In proposito, occorre sottolineare come la tendenza esasperata alla monofunzionalità, alla base di non poche teorie urbanistiche dell'epoca, si pone in forte contrasto con la cultura della città antica. Retini, tratteggi, gravitazioni, direttrici, sono applicate a un territorio dove domina la trama dell'impianto viario e dove all'area agricola corrisponde una inesorabile "zona bianca" (assenza di ogni credibile ipotesi di Piano). il controllo sugli aspetti formali e qualitativi è delegato in toto alla fase esecutiva che avviene prevalentemente in forma diretta senza passare per i tanto auspicati "piani attuativi" e si risolve nel giudizio frettoloso di Commissioni Edilizie scarsamente motivate, prive (spesso) di prestigio culturale, articolate come momento di ratifica (più politica che tecnica) dell'operato delle pubbliche amministrazioni.
Il centro storico (zona omogenea A) è individuato formalmente, ma continua ad essere oggetto di congestione e concentrazione senza che ancora siano ipotizzate politiche organiche di tutela. Le esperienze di Piano degli anni '60 creano serie ipoteche alla lettura della città antica. Piccoli centri finiranno con l'essere sistematicamente deturpati da interventi assolutamente fuori scala resi legittimi dai Il numeri" contenuti in PRG concepiti, agli effetti del progetto edilizio, con una casualità sconcertante. Il paesaggio urbano si trasforma con l'apparire di contenitori multipiano a ridosso di casupole organizzate secondo tradizionali processi di omogeneità costruttiva e tipologica. Presenze dissonanti, segnali di una caduta verticale di interesse nei confronti della costruzione e del dominio della scena urbana.
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sabato, 20 ottobre 2007

Architettura universale per la meditazione

Due svizzeri (il santo Bruder Klaus, l'architetto Peter Zumthor) e un tedesco (l'agricoltore committente) insieme per costruire un'architettura universale per la meditazione. Progetto Peter Zumthor.

Peter Zumthor siede a 550 metri sul livello del mare nel silenzio della stube più bella che ho mai visto – sotto la pioggia di Haldenstein, quasi a fine giugno. Non è vera la leggenda del suo stare come uno stilita in cima a una montagna svizzera, emettendo sensuali oracoli di pietra e cemento sulla condizione dell'architettura. Tra lo studio e la casa/studio, sorride, ascolta ed esegue musica, riceve amici: si prepara a progetti, a edifici più grandi, se non più importanti, delle concentrate, distillate, architetture di materia prodotte nei tempi lunghissimi del lavoro come arte.

La scusa per incontrarlo è la cappella votiva dedicata a St. Niklaus von Flüe (più conosciuto come Bruder Klaus) da poco finita a Mechernich, in Germania: un edificio ex-voto per un agricoltore, diagnosticato con un mal di cuore che lo lascia, dopo tanti anni, ancora in vita. Marcel Duchamp diceva che l'unica differenza tra scultura e architettura è l'idraulica: e in questa torre/cappella votiva l'idraulica praticamente non c'è. La cima della torre è aperta, così ci piove dentro, e l'acqua – dopo aver stagnato un po' sul pavimento – defluisce lentamente, naturalmente: un'altra ragione per definirla una scultura. Una scultura molto grande, dove si può stare addirittura dentro, a pregare, o semplicemente a meditare, sull'esistenza propria o di Bruder Klaus: ovvero San Nicolao, santo patrono della Svizzera, contadino e soldato, che combatte da ufficiale nelle guerre vittoriose dei Confederati contro gli Asburgo, più o meno seicento anni fa. Si sposa, fa dieci figli. Convinto dal sacerdote Heimo am Grund (un nome che in tedesco e in schwiizerduutsch ha che fare con casa e terra), chiede alla moglie Dorotea il permesso di ritirarsi in solitudine: l'ottiene e va a vivere, a morire, in una gola, un crepaccio. L'unico di quei crepacci svizzeri che ricordo è il turistico Viamala Schlucht: che però, anche per quel nome inquietante, mette una certa paura a guardarlo dall'alto, senza riuscire a vedere il fondo. Spaventa, a morte, come l'ignoto: quello che verrà e non conosciamo. Eppure Zumthor non ha pensato a tutte queste cose.

"Dopo che abbiamo costruito la Cappella, qualche svizzero è venuto a dirmi: 'Certo, questo vuoto oscuro, illuminato a tratti, è perché Bruder Klaus finì i suoi giorni in una cella scavata nella roccia!'. 'No, non è per quello'. 'Ah, ma allora sembra una torre, perché Bruder Klaus è stato anche un combattente...'. 'No, non per quello: non ci ho pensato'. Mi sembrava importante che tra campi estesi e pianeggianti, con poche ondulazioni, la cappella si alzasse in verticale, si stagliasse da lontano, segnasse il territorio". "E questa pianta circolare dell'interno, l'esterno a cuspide... Non ricorda la ruota di San Nicolao, il simbolo su cui meditava tutti i giorni?". "No, quel simbolo è diventato una piccola scultura dentro la cappella".

Sorride, Zumthor. Certo, può succedere che un autore scriva, dipinga o costruisca cose che non sa, che non ha mai visto o sentito eppure valgono una, tre, dieci diverse interpretazioni: ma non perché abbia passato giorni e settimane a ragionare su simboli e simbologie. È meglio, è più interessante: a meno di non voler credere alle premonizioni, alle visioni, il poeta come vate... L'unica visione alla quale Zumthor crede è quella dell'architettura, l'unico linguaggio che parlano le sue opere è quello della costruzione, dei materiali. Non c'entrano con le ore del giorno, e delle notti insonni di Bruder Klaus, i ventiquattro, visibili, strati di cemento applicato e compresso a mano, sulla struttura di rami e tronchi d'albero che poi verrà carbonizzata: lasciando la sua impronta oscura e l'intenso odore bruciato all'interno, per sempre. Sono ventiquattro gli strati di cemento, perché realizzati in altrettanti giorni, dal committente e dai suoi aiuti.

Certo, quale 'esperto' non rivedrebbe Gaudí in questo verticalismo scabroso, nel convergere delle pareti verso l'altissimo, nei piccoli segni di luce nel cemento? Eppure Zumthor non è – come il suo collega catalano che qualcuno vorrebbe canonizzato, come Bruder Klaus – un mistico. Ride storto, quando gli chiedo se non gli dà fastidio essere considerato tale. "Sono cose che ai media piacerebbe scrivere": anche se per questo progetto non ha voluto essere ricompensato, anche se sta per inaugurare il Museo Kolumba a Colonia (castello di cemento per l'arte contemporanea costruito sopra rovine religiose), anche se Norman Foster vorrebbe fargli costruire a Milano la chiesa del quartiere Santa Giulia. Sorride Zumthor, santo laico dell'architettura assoluta.

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Cattedrali nel deserto

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